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Con i tasti che ci abbiamo, suonare la vita insieme alla Cooperativa CIM

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Chiara Ghelfi e Laura Pasotti

“Con i tasti che ci abbiamo” di Vinicio Capossela è un inno a vivere la vita con ciò che si ha, valorizzando l’essenziale e la relazione. Il brano invita a suonare la musica della propria esistenza con gli strumenti disponibili, accettando la responsabilità delle proprie azioni e amando con il cuore che si possiede. Rappresenta un invito a trovare la bellezza e il senso della vita nell’imperfezione e nella concretezza, usando “tasti” – doni e potenzialità – spesso dimenticati.
È una visione che sembra risuonare profondamente nella storia e nel lavoro quotidiano della Cooperativa CIM di Bologna, una realtà che da oltre trent’anni prova, ogni giorno, a fare musica insieme alle persone che incontra, senza spartiti preconfezionati, ma con grande attenzione alle singole storie.

Assemblaggio cim          Assemblaggio - Foto Cooperativa Cim

La redazione di Sogni&Bisogni ha incontrato Mara Piretti, Responsabile Raccolta Fondi e Comunicazione della cooperativa, per capire cosa significa davvero mettere la persona al centro.

“La persona al centro”: non uno slogan, ma un metodo

Sul sito della cooperativa campeggia una frase chiara: la persona al centro. Ma cosa significa davvero? “CIM nasce nel 1988 come cooperativa sociale con una missione inizialmente molto legata all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità – racconta Piretti - Col tempo però ci siamo resi conto che non volevamo, e non potevamo, limitarci a una sola tipologia di fragilità. Le crisi economiche e sociali ci hanno insegnato che le difficoltà sono spesso intrecciate: lavorative, relazionali, sociali, di salute mentale”. Mettere la persona al centro, per CIM, significa quindi costruire percorsi su misura, indipendentemente dal motivo per cui una persona arriva in cooperativa: “Quando qualcuno entra in CIM, il progetto viene pensato ad hoc, rispettando i tempi, i desideri e il benessere della persona. La dignità passa anche da qui”.

Come si arriva in CIM: reti, territorio e fiducia

Le persone arrivano in cooperativa attraverso diversi canali: i servizi sociosanitari dell’Ausl di Bologna per la disabilità, il Dipartimento di Salute Mentale per le persone seguite dai servizi di salute mentale, il Comune per l’inserimento di persone con fragilità sociale, spesso straniere o inoccupate da lungo tempo.
Ma non solo. “CIM è molto riconosciuta sul territorio e spesso funziona anche il passaparola tra famiglie. A volte riceviamo richieste dirette da privati che vivono situazioni di difficoltà non ancora chiaramente definite”. Proprio da queste situazioni è nato Vamolà, un progetto autofinanziato dalla cooperativa: “Con Vamolà ci facciamo carico dell’indennità di tirocinio per poter conoscere la persona che entra in contatto con noi, accompagnarla gradualmente e metterla in contatto con i servizi. È un primo passo, ma spesso fondamentale. Ancora una volta, è la persona che guida il percorso”.

Trent’anni di cambiamenti, senza perdere la direzione

In oltre trent’anni di storia, le attività di CIM sono cambiate molto, ma la missione è rimasta la stessa: lavoro, benessere e inclusione. Fin dall’inizio la cooperativa ha scelto di collaborare con aziende del territorio, lavorando conto terzi. “Non volevamo essere un’isola felice. L’inclusione è una responsabilità condivisa”, dice Piretti. Per anni CIM ha lavorato soprattutto con aziende meccaniche e farmaceutiche, occupandosi di assemblaggi.
Col tempo, però, il mercato è cambiato. “Molte lavorazioni sono state sostituite da macchinari interni. Ci siamo chiesti: come garantire vere opportunità di inserimento lavorativo?”. La risposta è stata la diversificazione delle attività.

La Taverna del Castoro: mangiare bene, senza etichette

Una delle scelte più significative è stata l’apertura della Taverna del Castoro, attiva da circa quindici anni. Negli ultimi anni, prima del Covid, la cooperativa ha deciso di fare un passo ulteriore, coinvolgendo su uno chef professionista. “È stato un investimento importante, ma ha cambiato tutto. Le persone non vengono qui per fare un gesto etico: tornano perché si mangia bene”, spiega Piretti.
La Taverna è anche un luogo di formazione: ospita tirocini in cucina e in sala e ha già permesso l’inserimento di alcune persone in ristoranti del territorio. Il nome e il logo non sono casuali. “Il castoro è un lavoratore instancabile e non costruisce mai da solo: lavora insieme agli altri. È l’immagine perfetta della nostra cooperativa”.

Laboratori, educazione e creatività: Talità Kum

Accanto alle attività produttive, CIM ha sviluppato anche una cooperativa di tipo A, con il laboratorio educativo Talità Kum. “Ci siamo accorti che non tutte le persone sono pronte – o desiderano – un inserimento lavorativo immediato. Tutti però hanno diritto al rispetto dei propri ritmi”, spiega Piretti.
Talità Kum è un centro che lavora su autonomie e benessere: cucina, lavatrice, vita quotidiana. “Entrando, sembra una casa”. Ma non manca la dimensione creativa: laboratori artistici che danno vita a prodotti venduti nella Bottega di Penelope.
Il nome Talità Kum richiama il passo evangelico della fanciulla che si rialza. "Il senso è questo: nessuno è definito per sempre dalla propria fragilità. Ognuno ha doni e possibilità”.

L’Officina della Dignità: lavoro come riconoscimento

Il 19 marzo 2025, giorno di San Giuseppe lavoratore, CIM ha inaugurato l’Officina della Dignità. Un nome che racchiude il cuore del progetto: il lavoro come strumento di riconoscimento.
Qui convivono: il laboratorio di pasta fresca, l’assemblaggio e confezionamento conto terzi e il laboratorio artistico (ceramica, cucito, bomboniere, ceste aziendali).
“Vogliamo che l’Officina diventi un motore di sviluppo, sostenibilità e nuove opportunità per le persone accolte”, racconta Piretti.

Difficoltà, provvidenza e passione

Le difficoltà non sono mancate: crisi di settori, incendi, problemi strutturali, emergenze logistiche. “Ma ogni volta, quando un’attività era in difficoltà, un’altra iniziava a trainare. Lo leggiamo come un segno”.
CIM parla di provvidenza, ma anche di impegno e passione. Fondamentale è stato il sostegno della comunità, anche attraverso crowdfunding, campagne solidali (panettoni, uova di Pasqua) e la partecipazione attiva delle persone.
“È bello vedere come chi viene al ristorante o in bottega possa toccare con mano dove va il proprio sostegno”.
Ristorante, bottega, laboratori aperti: per CIM non sono solo attività economiche, ma strumenti culturali. “Mostrarsi è già un messaggio. Le persone con fragilità lavorano come tutti. Quando chi entra non vede più le differenze, allora l’obiettivo è raggiunto”.
Anche l’età media delle persone coinvolte nei laboratori o che lavorano in cooperativa sta cambiando: “Stanno arrivando molti giovani, anche grazie ai percorsi post-scuola e agli stage. È molto bello”.

Volontariato e futuro

CIM conta circa 60 soci e una trentina di volontari “strutturati”, oltre a molti altri aiuti informali. “Il volontariato è nel nostro dna. È un modo per non essere un’isola e creare relazioni vere”, racconta Piretti. Guardando avanti, il sogno è chiaro: far crescere l’Officina della Dignità, rendere la cooperativa sempre più sostenibile e continuare a generare opportunità reali. “Non scegliamo come nascere o dove nascere. Ma possiamo scegliere da che parte stare. E l’integrazione non può essere delegata solo alle cooperative: ognuno deve fare la propria parte”, dice.

È forse qui che il lavoro della Cooperativa CIM trova la sua sintesi più profonda. Non nel fare per qualcuno, ma nel costruire con qualcuno, giorno dopo giorno, spazi reali di riconoscimento, lavoro e relazione. CIM accetta l’imperfezione, i tempi lenti, gli inciampi. E proprio per questo riesce a trasformare la fragilità in possibilità concreta.
Come nella canzone di Capossela, anche qui si suona la vita con i tasti che ci sono: quelli del lavoro condiviso, della fiducia, della comunità. Una musica forse non perfetta, ma autentica. E capace di ricordarci che la dignità non è un premio da conquistare, ma un diritto da esercitare insieme.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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