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Alla scoperta della propria identità in un laboratorio di recovery al Mambo

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Maria Berri, redattrice di Sogni&Bisogni

Quante e quali diverse sfaccettature ha la nostra identità? Come possiamo raccontarla con parole, immagini e colori? L'identità è stato il tema al centro di Recovery College Mambo, uno dei sette laboratori che si sono tenuti a Bologna il 14 ottobre all'interno di "Recovery talks: Percorsi per la città" e organizzati da Università e Ausl in occasione della Settimana della salute mentale e al quale io ho partecipato con estremo interesse.

FotoArtRecoveryMamboGRande
Il gruppo riunitosi al Mambo (Museo d'arte Moderna di Bologna) era costituito da una ventina di partecipanti e composto da infermieri, psichiatri, utenti, familiari e altri operatori della salute mentale. Tra di noi non si captavano le differenze, poichè non c'era una gerarchia dei ruoli. Inoltre, tutti ci siamo sentiti coinvolti e liberi di esprimere le proprie sensazioni in un ambiente non giudicante, in cui, soprattutto successivamente nella parte pratica, si percepiva benessere.

Nella visita al museo, con l'ausilio di Laura e Ilenia, due mediatrici culturali del Mambo, e di una Esp (esperta per esperienza), abbiamo potuto apprezzare l'esposizione di particolari opere d'arte, soffermandoci su alcune che hanno un comune denominatore: l'autoritratto. A prima vista, data la loro astrattezza, non sono facilmente decifrabili, ma con i dovuti approfondimenti e con lo scambio di opinioni sulle impressioni ricevute e sulle curiosità suscitate dalle opere, sono emersi dei racconti delle personalità e delle vite degli artisti che le hanno realizzate. Che si tratti di colorati nastri da pacco o di fili intrecciati all’interno di un telaio meccanico, abbiamo scoperto come la scelta di materiali, tecniche e oggettistica varia, sia per gli artisti una ricerca profonda in grado di trovare il migliore modo per raccontare se stessi.
Le opere non sono esposte seguendo un'ordine cronologico, nè sono classificate in base allo stile, ma l'allestimento è effettuato sulla base delle "identificazioni".
L'identificazione, appunto, è il tema del progetto di allestimento della collezione permanente del Mambo ed esplora il legame tra azione e creazione di soggettività, proponendo una riflessione sull'identità tramite un processo dinamico, continuo e infinito di costruzione del sè.

Abbiamo preso in esame tre opere. La prima è un quadro intitolato "Senza Titolo" dell'artista contemporaneo Francis Offman, la cui particolarità è di non avere cornice, proprio per indicare l'apertura dell'autore agli altri e al mondo. Infatti i lavori di Francis Offman sono tele (non intelaiate), dipinti realizzati in alcune parti con colori accesi e in altre con collage di cartoni e carte veline di scatole di scarpe.
Alcuni lavori di Offman sono libere composizioni in cui non c'è mai un paesaggio organico, ma richiamano mondi lontani: l'Africa e il Ruanda, (dove l’artista ha trascorso parte dell’infanzia). In altre opere racconta le sue consuetudini, una memoria traumatica e un’identità incerta.

Successivamente abbiamo osservato l'opera di Paola Pivi, artista contemporanea multimediale, dal titolo "I'm a rainbow too", una grande installazione di nastri colorati e metallo. L'artista crea un autoritratto nei panni di un arcobaleno, spettacolare fenomeno atmosferico e "oggetto" impalpabile ed effimero, come suggerito da critici d'arte. Per ricostruirlo usa materiali sintetici e prettamente industriali: e l'alternanaza di strisce colorate restituisce la sequenza della rifrazione solare.

Infine, abbiamo apprezzato l'opera di Emilio Vavarella (artista e ricercatore presso la Harvard University), intitolata "Another shape of me" che è il risultato della sua ricerca sull'origine e le attuali applicazioni della tecnologia binaria: dalla tessitura alla programmazione, algoritmi, software, processi di automazione, fino alla completa computerizzazione di un essere umano. Si basa sulla traduzione del suo codice genetico in un tappeto, lavoro prodotto da sua madre, utilizzando una delle prime macchine computazionali moderne: il telaio Jacquard del XIX secolo. L'installazione finale assume la forma di un telaio Jacquard modificato che incorpora un video dell'intero processo di produzione del tessuto e di come via via viene elaborato.

Procedendo nella visita del museo, siamo entrati in una stanza attrezzata dove ognuno di noi si è cimentato nella realizzazione di un manufatto, seguendo le indicazioni di Laura e Ilenia. Nella full immersion, utilizzando carta e stoffe colorate, forbici, filo di ferro e colla ci siamo entusiasmati, dando libero sfogo alla nostra creatività, interpretando le sensazioni e le emozioni che ciascuno di noi provava in quei momenti. Io sono stata catturata da un cartoncino argentato e da una stoffa con motivi floreali che ho assemblato su un supporto di una spessa carta verde. Il foglio argenteo rappresenta per me uno specchio che restituisce la mia immagine colorata e floreale, distinguendomi nitidamente tra gli altri, ma sentendomi, comunque, ben inserita.

L'elaborato dal titolo "Meraviglia" è lo stupore nel ritrovare me stessa in relazione all'altra sé. L'identità, nella mia unicità, rappresenta la consapevolezza che gli aspetti diversi dell'immagine di sé formano un sistema integrato e coerente. L'approccio ludico e creativo mi ha dato l'occasione di scavare profondamente nel mio intimo, meravigliandomi della scoperta delle tante sfaccettature e sfumature della mia complessa identità in continuo divenire.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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