di Federico Mascagni
“Ho conosciuto Giovanni al reparto P, nel camerone, mentre, come al solito negli ultimi venti anni, lavorava a rifare i letti”.
Tutto quello che Franco Basaglia si sente di poter concedere ai suoi amici artisti, per un progetto di confronto con i pazienti psichiatrici, è il padiglione P dell'Ospedale Psichiatrico di Trieste e due mesi di tempo. Niente fondi. Nasce così, con un'intuizione frutto di una serata a Venezia, l'esperimento fra arte e follia destinato a essere ricordato come Marco Cavallo. Anche se il cavallo di cartapesta alto quattro metri è quasi una creatura totemica che rimane – costante – sullo sfondo di una serie di confronti fra "operatori" (si autodefiniscono "gli artisti") e "operanti" (tutti, indistintamente, fra pazienti del manicomio triestino e ospiti vari).

Claudio Ernè Marco Cavallo con la sua Amica in corteo, Trieste 25 febbraio 1973. Courtesy Dipartimento di salute mentale di Trieste
Il padiglione P e i settanta modi di comunicare
Parliamo di 70 "modi di comunicare" artistici con chi ha fragilità mentali, individuati dal genio di Giuliano Scabia, drammaturgo, scrittore, professore universitario. Nel grande padiglione vuoto del manicomio di Trieste (è il lontano gennaio 1973) Scabia, insieme al pittore e scultore Vittorio Basaglia, tenta i primi approcci con i degenti, fra gravi, gravissimi e inspiegabilmente reclusi, come "il filosofo", un signore compìto a cui i due si rivolgono quando bisogna interpretare qualche mistero della follia, in modo oracolare.
“Giovanni periodicamente mi scriveva una lettera con allegate lire 500, dove con linguaggio frammentario e a tratti incomprensibile mi chiedeva un pezzo di terra in ospedale, e se era il tempo della semina per seminare il grano, e se era il tempo delle patate per poter zappare le patate”.
Il diario di Giuliano Scabia: due mesi per costruire Marco Cavallo
Scabia, in "Marco Cavallo, una storia di teatro e cura" (Meltemi editore, 2024), raccoglie un diario quotidiano e opera un conto alla rovescia dei due mesi entro i quali – si è deciso tutti assieme – il grande cavallo (simulacro di quello un tempo ospitato nel manicomio triestino per compiere lavori da soma) dovrà uscire dalle mura dell'istituzione per raggiungere la comunità cittadina.
I giornali "parlanti" e il linguaggio della cura
Giorno per giorno Scabia e Vittorio Basaglia comunicano le attività – il loro avvio, come stanno procedendo – attraverso strumenti comunicativi tipici di quell'epoca, in cui rispetto per le tradizioni popolari e discussione politica si intrecciavano assieme. Ecco allora i giornali "parlanti", fogli illustrati in cui i pazienti raccontano storie, proprie e di fantasia, portati con un carretto nei vari reparti per fare conoscere l'attività e svolgere un servizio di comunicazione attraverso la modalità del cantastorie.
“Sono venuti gli artisti, e dopo altre insistenze, perché Giovanni non voleva venire, io e Giovanni, insieme a tanti altri, siamo andati al laboratorio. Davanti a un grande foglio ho cercato con lui di raffigurare la storia frammentaria che mi raccontava. (…) Abbiamo disegnato una barca e finalmente ho capito che Messina (nome tante volte ripetuto) era il nome della barca, e il capobarca si chiamava Giovanni, ed era suo padre. E in barca a pescare c'erano Giovanni, Antonio, e Guerrino. Antonio e Guerrino erano i suoi fratelli. Quel giorno abbiamo pescato e abbiamo disegnato dei pesci – pesci larghi, lunghi, grandi e piccoli – e Giovanni li ha nominati tutti”.
Fare con niente, con materiale trovato per terra, uno spago, una puntina. Le cassette della frutta per lo scheletro di Marco Cavallo. Il ciclostile della struttura per realizzare i volantini. Scabia osserva, dialoga, partecipa, e segue i desideri comunicativi. Va oltre il teatro e capisce che l'espressione nel manicomio è totale, non settoriale. Il disegno diventa racconto, il racconto recita, la recita coro. Poco per volta aumentano i partecipanti ed emergono le storie personali.
“Giovanni, il 22 marzo '73, con la primavera, è tornato a San Giovanni di Umago, e oggi, mentre scrivo, 22 giugno 1974, è ancora al suo paese. Lavora nella terra rossa, la terra di cui parlava nelle lettere, va a pescare di notte col fratello Antonio e con i nipoti. Al pomeriggio ripara le reti” - Peppe Dell'Acqua, psichiatra, allora parte della grande rivoluzione di Marco Cavallo.
"Il massimo di ascolto per il minimo di espressione"
Arte ed espressione. Giuliano Scabia e Vittorio Basaglia, verso la fine di questo percorso di due mesi, convengono che la forma più alta di espressione è quella di sviluppare al massimo la propria capacità di ascolto. “Il massimo di ascolto per afferrare il minimo di espressione”. Il ruolo, scrive Scabia, di chi conduca un lavoro con i pazienti psichiatrici, è di "invenzione reciproca", di capacità di farsi permeare senza turbamenti dal percorso espressivo della follia, “non per ascoltare noi in lui (che è un pericolo che corriamo sempre)” – scrive Scabia, che sembra quasi capovolgere il concetto attuale dell'empatia del sano nei confronti del malato (pietà?) o semplicemente della proiezione di sé nella lettura dell’opera d’arte altrui. È urgente riconoscere il comune "essere artisti", che viene sotterrato dalle dinamiche mercantili delle gallerie e istituzionali dei musei.
L'uscita di Marco Cavallo e il simbolo dell'inclusione
Alla fine della storia Marco Cavallo sfonda fisicamente le porte troppo anguste per la sua altezza; medici, infermieri e pazienti usano una panchina di ferro nel tentativo di abbattere un cancello che dal celebre reparto P porta all'esterno. Marco Cavallo diventa un simbolo internazionale di una nuova idea di follia, dell'eterno tema – contrastato dalle anime più nere – dell'inclusione: del diritto al lavoro, del diritto alla casa, del diritto alla dignità. Ma quel giorno, racconta fra le righe Scabia, i triestini guardano con aria indifferente la carnevalata dei matti, e le forze dell'ordine tengono un cordone per poi ricondurli a fine giornata al manicomio. La libertà è sempre a rischio. Chi non lotta per conservarla è complice.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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