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Dentro lo Spazio ForTeen: dove i giovani fragili provano a ritrovare un equilibrio

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Chiara Ghelfi e Laura Pasotti

In via Libia a Bologna da tre anni c'è un luogo dedicato ai giovani dai 16 ai 25 anni. È accogliente, colorato, pieno di piante. Al suo interno c'è un laboratorio di ceramica, una stanza gaming e una per la musica, una cucina condivisa, un biliardino. Si chiama ForTeen, lo ha aperto la cooperativa Cadiai e accoglie ragazzi e ragazze con storie di fragilità, ritiro sociale, ansia, difficoltà scolastiche, disturbi dell'umore o di personalità, percorsi di cura complessi. “Questo spazio nasce da un'urgenza che operatori della neuropsichiatria infantile, accompagnare gli adolescenti e i giovani nel passaggio, spesso traumatico, tra i servizi di salute mentale per minori e quelli per gli adulti. Un vuoto di transizione che per anni ha lasciato molti ragazzi soli, disorientati, impreparati ad affrontare un cambiamento di mondo, approccio, linguaggi”, dice la coordinatrice Milena Fugazzaro.

ForTeen

ForTeen non è un centro diurno “e non vuole assomigliargli”, precisa la coordinatrice. Al suo interno non si propongono attività, ma opportunità. Non c'è un obbligo di partecipazione, ma ragazzi e ragazze vengono invitati a sperimentarsi, con delicatezza. Non è un luogo dove gli adulti decidono, ma una palestra di relazioni in cui i giovani possono ritrovare fiducia, curiosità, contatto con il mondo. L’approccio, racconta Fugazzaro, “è frutto di anni di lavoro negli spazi della neuropsichiatria infantile, rielaborato per giovani che stanno diventando adulti, da 'lo faccio per te' dell’infanzia; a 'lo faccio con te' dell’adolescenza; fino a 'provo a farlo io', con i tempi e la sostenibilità di ciascuno. È un luogo che riconosce che dopo i 18 anni i ragazzi non diventano magicamente autonomi. Il passaggio ai servizi per adulti li espone a un linguaggio più diretto, meno protettivo, più frammentato”.

ForTeen accoglie giovani seguiti dai servizi di salute mentale con un vissuto di ritiro sociale, ansia grave, disturbi del comportamento alimentare, cicli di condotte autolesive, abbandono scolastico, relazioni tossiche, solitudini profonde. Non sono ragazzi “problematici”: sono ragazzi ipersensibili, spesso feriti da dinamiche scolastiche o sociali che hanno percepito come bullismo o giudizio. La discrepanza tra ciò che sanno fare e ciò che non riescono a gestire è enorme. “Sono ragazzi di cristallo, hanno aree di funzionamento altissimo e allo stesso buchi profondissimi. Sono di carta velina, basta un niente per farli crollare”, dice Fugazzaro.

All’interno dello spazio di via Libia convivono diversi micro-mondi, che nascono spontaneamente senza obblighi né programmi rigidi. Nella stanza della musica, i giovani si avvicinano all'elettronica, all'uso della voce, agli strumenti, guidati da un educatore musicista professionista. “Lavorano sull'improvvisazione come metafora della vita – dice la coordinatrice – Ciò che sembra stonato o sbagliato può essere riorganizzato, trasformato, accolto. Un allenamento ad accettare l'imperfezione”. Il laboratorio di ceramica occupa gran parte della stanza principale: c'è un grande tavolo di lavoro, scaffali con materiali e attrezzature, ripiani su cui sono esposti tazze, piatti e altri oggetti realizzati da ragazzi e ragazze insieme a un'educatrice e a Roberto che, dopo un lungo percorso interno, oggi è stato assunto dalla cooperativa come educatore-atelierista e accoglie i nuovi arrivati. “La ceramica è un modo per integrare difetti e limiti percepiti – prosegue Fugazzaro – Una forma d'arte che insegna a vedere bello ciò che non segue la forma perfetta imposta dal mondo”.

La stanza dei videogiochi è stata progettata insieme a Enea, un “ritirato esperto” come lo ha definito Fugazzaro, che poi ha iniziato un tirocinio con la cooperativa, si è iscritto a Psicologia e oggi viaggi per il mondo. “Per alcuni ragazzi in ritiro sociale è stato il primo ponte tra casa e mondo esterno – spiega - Hanno iniziato giocando da remoto ma seguiti da qui e quindi non da soli, per poi uscire e mettere un piedi dentro la stanza del gaming, attraversare lo spazio, incontrare altre persone. Il venerdì pomeriggio è il giorno dei nerd e la stanza è sempre piena”. I percorsi di Enea e Roberto testimoniano che un altro equilibrio è possibile. “Per i nuovi arrivati sono fari, punti di riferimento, ma anche meta raggiungibile – dice Fugazzaro – Non sono perfetti, non hanno smesso di fare fatica, ma sono la prova vivente che si può ripartire”.

I gruppi sono fluidi, a guardarli non si capisce chi è fragile e chi no, ed è questa la forza di questo spazio. “I nuovi sono accompagnati da pari, l'accoglienza è una regola non scritta che tutti ricordano di aver ricevuto quando è toccato a loro e che tutti si impegnano a restituire – continua la coordinatrice - Le relazioni non devono per forza diventare amicizie fuori da ForTeen, ma qui rappresentano una palestra di vita reale: giocare insieme, discutere, fare battute, vivere piccole frizioni e imparare a gestirle”.

Durante i giochi, la musica e le partite a biliardino emergono spesso temi profondi, come l'identità di genere, la sessualità, le relazioni tossiche, i traumi ripetuti e non conosciuti, le difficoltà scolastiche e le aspettative dei genitori, la paura di crescere, i pensieri di morte e le condotte autolesive. Conversazioni spontanee che hanno spinto gli educatori di Cadiai a organizzare Recovery Young Diffuso, un ciclo di incontri mensili di recovery con esperti esterni, coprogettato insieme ai ragazzi. “Uno spazio serio, protetto e rispettoso, in cui provare a dare voce a ciò che spesso resta nel silenzio”.

ForTeen non è un luogo dove i problemi scompaiono. È un luogo dove le fragilità diventano parti integrabili, dove la creatività sostiene la crescita, dove la relazione cura, dove la possibilità prende forma. Un luogo dove i giovani, finalmente, non devono essere perfetti o malati, ma semplicemente sé stessi. "Le giornate a ForTeen sono intense, a volte faticose, mai vuote - conclude Fugazzaro - Usciamo stanchi, ma felici perché ogni giorno vediamo dei cigni, ragazzi bellissimi, che non sanno ancora di esserlo. E quando li vediamo brillare, anche solo per un attimo, capiamo che questo spazio ha un senso enorme".




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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