di Federico Mascagni
La sala è luminosa, ma l’atmosfera è quella delle conversazioni che si fanno solo quando non si teme di mostrarsi. Al tavolo del Recovery College organizzato dal Dipartimento di Salute Mentale dell’AUSL di Bologna, insieme all’Università di Bologna, sono seduti soprattutto loro: gli utenti della salute mentale. Persone che hanno attraversato territori fragili e per questo osservano con più attenzione il modo in cui il mondo comunica, giudica, esclude o accoglie. È la settimana che precede la Giornata Mondiale della Salute Mentale e l’obiettivo è semplice e complesso allo stesso tempo: capire cosa accade quando la sofferenza psicologica incontra l’ecosistema dei social network.

Una psicologa coordina il confronto. Ascolta, contiene, rilancia. È un lavoro che somiglia più a un accompagnamento musicale che a una discussione frontale: emerge un coro di voci dissonanti ma complementari, un piccolo spaccato di come le persone reali vivono oggi la relazione tra cura e comunicazione digitale.
Aurora: "Il digitale mi ha salvata. Ma oggi ho paura di come si parla online"
La prima voce che si alza appartiene ad Aurora, paziente di lunga data. Non parla per slogan, né per idee astratte. Racconta che anni fa, all’inizio del suo percorso di sofferenza, furono i forum online a offrirle una comunità che l’ha tenuta letteralmente in vita. "Mi hanno salvata", dice senza tentennamenti. Poi però arriva la piega inattesa: oggi quella stessa rete la spaventa.
Aurora osserva un’involuzione del linguaggio, un’impoverimento relazionale. Piattaforme come TikTok – mondi costruiti per i più giovani – sembrano aver progressivamente perso la capacità di accogliere. "Mi sento più sola", confessa. È un paradosso che molti nel gruppo annuiscono: più piattaforme, meno contatto.
Il collettivo Amalia: quando la tecnologia sale sul palco e diventa corpo
A dare una scossa al tavolo è l’intervento del Collettivo Amalia, un gruppo di giovani artisti che ha trasformato la relazione tra social, salute mentale e ritiro sociale in un’opera teatrale. Loro lo vivono da dentro, nel corpo e nelle scelte narrative.
Raccontano di Drama Saoko, uno spettacolo che affronta il mondo degli hikikomori senza giudizio e con una visione drammaturgica ribaltata: nel racconto, l’algoritmo e l’intelligenza artificiale diventano figura scenica, carne che dialoga con il protagonista Noele, un ventenne immerso nella propria stanza e nei propri schermi.
Sul palco si muovono linguaggi di TikTok, valanghe di stimoli, micro-performatività continue. "Non volevamo demonizzare la tecnologia – spiegano – ma mostrarne la natura ambivalente: può inghiottirti, ma puoi anche imparare a farla lavorare per te". Il pubblico, soprattutto quello giovane, si è riconosciuto in questa rappresentazione. Non c’è condanna, non c’è paternalismo: c’è complessità.
Generazioni che non parlano la stessa lingua
Tra i partecipanti più adulti emerge una consapevolezza a metà tra la fascinazione e il disorientamento. Alcuni raccontano di sentirsi esclusi dal linguaggio digitale, di non comprendere le regole non scritte che governano meme, trend e codici dei più giovani. La distanza è reale, quasi fisica: esistono addirittura suoni che un adulto non sente e un adolescente sì. Una metafora perfetta della frattura comunicativa.
Una partecipante, paziente del CSM, porta la discussione su un piano ulteriore: il pericolo della disinformazione. La sua esperienza professionale e personale la porta a notare come il dolore psichico online venga spesso banalizzato, ridotto a merchandising identitario o trend passeggero. "La disinformazione può essere letale - dice - Ci sono persone che si isolano fino a sparire perché trovano online messaggi fuorvianti, narrazioni tossiche o comunità che rinforzano comportamenti autodistruttivi".
La tecnologia, però, non è solo un rischio. Ci sono spiragli. La musicoterapia, che lei stessa porta avanti, diventa un ponte tra strumenti analogici e digitali. Anche TikTok, sostiene, potrebbe diventare risorsa se usato con strutture chiare e obiettivi di inclusione.
Brain Rock, meme, viralità: il significato che evapora
A un certo punto la psicologa riporta l’attenzione su un fenomeno virale: Brain Rock, una miscela di parole senza senso, immagini generate dall’IA e ritornelli memetici. Un contenuto che funziona, che viaggia, che vende perfino gadget.
La discussione si accende. Alcuni definiscono questi fenomeni come "fruizione a grado zero": contenuti che non informano, non spiegano, non costruiscono. Prosciugano il senso per restituire solo stimoli. Gli adulti si preoccupano soprattutto dell’effetto sui giovanissimi, che spesso non hanno gli strumenti per fare filtro.
C’è chi racconta di sentirsi bombardato: "È una gara a chi crea il contenuto più assurdo, più perturbante". Gli utenti, soprattutto i più fragili, rischiano di perdere la capacità di attenzione, di essere attratti da un ciclo continuo di immagini e suoni rapidi che anestetizzano.
Eppure anche qui la complessità tiene. I giovani presenti – o evocati nei racconti – dimostrano spesso una capacità critica più alta di quanto gli adulti immaginino: cercano le fonti, sanno distinguere finzione e realtà, riconoscono pericoli e opportunità.
La responsabilità di chi comunica
Non è una riflessione astratta: riguarda vite concrete. Un’operatrice racconta della gestione di un profilo Instagram dedicato a prodotti “diet”. Una svista, un hashtag sbagliato, e la pagina viene invasa da contenuti pro-ANA (che promuovono comportamenti che portano all'anoressia e alla bulimia). Da lì la consapevolezza che ogni scelta comunicativa ha un impatto potenzialmente enorme.
La sala si divide tra chi chiede più regolazione e chi, invece, propone di educare alla consapevolezza. Tutti concordano su un punto: servono competenze, perché la salute mentale non è un tema neutro e non può essere comunicato con leggerezza.
Tra pornografia del dolore e testimonianza autentica
Emergono storie che raccontano proprio questo limite sottile. Gli influencer che parlano di salute mentale normalizzano il disagio, ma rischiano di trasformarlo in racconto spettacolare. Alcuni partecipanti criticano la "pornografia del dolore": la spettacolarizzazione di ciò che dovrebbe essere trattato con pudore e profondità.
Eppure riconoscono che raccontare il proprio vissuto – se fatto con cura – può aiutare altri a cercare aiuto. Serve equilibrio, serve competenza, servono linguaggi adeguati al pubblico destinatario.
Recovery, alfabetizzazione e partecipazione: una nuova comunicazione è possibile
La parte finale del confronto apre una prospettiva che, forse, è la più importante emersa nel pomeriggio. La recovery – il ritorno possibile al benessere dopo un periodo di sofferenza – viene citata come concetto ancora troppo poco conosciuto. Anche tra gli operatori.
Nel dibattito si apre uno spazio di speranza: includere utenti, famiglie, professionisti, antropologi, comunicatori. Non un racconto verticale, ma una narrazione partecipata. "La comunicazione – dice qualcuno – deve essere un atto collettivo, non unidirezionale".
Nasce da qui anche l’idea di differenziare i livelli comunicativi: locale, regionale, nazionale. Parlare ai territori, ai servizi, alle famiglie. Portare sui social contenuti creativi, narrativi, artistici che non semplifichino ma raccontino davvero.
Spegni, riaccendi, scegli: la complessità come bussola
C’è chi propone una campagna: Spegni! Un invito alla disconnessione consapevole. Una pausa necessaria in un mondo che chiede sempre velocità e presenza. Altri propongono invece l’opposto: più ascolto, più interazione, più coinvolgimento.
La conclusione più onesta è probabilmente questa: non esiste un modo giusto e uno sbagliato di stare sui social. Esiste la necessità di sapere perché ci stai, cosa cerchi, cosa vuoi comunicare.
La salute mentale non si difende spegnendo gli schermi, ma imparando a guardarci dentro attraverso di essi, a riconoscere ciò che ci fa bene e ciò che ci danneggia.
Il tavolo si chiude con un invito reciproco: condividere buone pratiche, filtrare ciò che fa male, usare la creatività per aprire nuovi spazi di relazione. E tornare a incontrarsi, nei servizi, nelle comunità, nelle piazze digitali e reali, per continuare a capire come cambiamo mentre cambia il modo in cui comunichiamo.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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