di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni
“Abbiamo tre figli. Il problema l’ha avuto la più giovane. Coi primi due non abbiamo avuto problemi. Ma in lei avevamo visto comportamenti che non ci spiegavamo in nessun modo. Bastava un minimo segnale per provocare delle reazioni violente”. Quante storie familiari possono iniziare in questo modo. Raccontarle serve per comprendere, per non trovarsi del tutto impreparati, per sentirsi vicini e confortati.

Luca Sasdelli è padre di una donna con un disturbo borderline di personalità (Dbp). Racconta la malattia così: “Si manifesta con comportamenti disfunzionali come rubare, scappare di casa, tagliarsi, bere. Il disturbo borderline ha un’origine bio-sociale, è una predisposizione biologica dagli aspetti ancora non chiari, ma molto probabilmente ereditaria. Il disturbo esordisce tra i 13 e i 25 anni, ma può manifestarsi anche dopo. Nella minore età è difficile diagnosticarlo perché alcuni comportamenti del disturbo sembrano fasi critiche dello sviluppo adolescenziale, come scatti di rabbia, problemi scolastici, uso di sostanze. Per il Dbp non esistono farmaci in grado di regolare il disturbo; si usano principalmente stabilizzatori dell'umore e antidepressivi, ma l’intervento fondamentale è quello della psicoterapia, che deve essere specialistica (Dbt, Mbt, Schema Therapy, Gpm, Imt e altre). Queste psicoterapie evidence-based hanno alte, se non altissime, percentuali di successo. Chi soffre di Dbp presenta difformità in alcune aree del cervello, rivelate con risonanza magnetica e Pet: con la psicoterapia, queste aree tendono a normalizzarsi, mentre il paziente riesce a controllare sempre meglio le proprie emozioni”.
L’alto grado di consapevolezza e conoscenza della malattia Sasdelli l’ha raggiunto dopo anni di controlli medici specialistici e di formazione. “Mia moglie e io abbiamo iniziato a fare corsi di psicoeducazione per familiari di pazienti borderline 8 anni fa, corsi di 12 sessioni in presenza. Si sono tenuti nel poliambulatorio Carpaccio. Così siamo diventati conduttori”.
Inevitabilmente Sasdelli entra in contatto con tanti familiari che sono nelle sue stesse condizioni e che gli chiedono di condividere la sua esperienza basata sulla formazione. Lui ritiene che il contesto più adatto sia quello dei gruppi di Auto Mutuo Aiuto, ma fra i 130 gruppi già operanti in città non ce n’era uno dedicato ai disturbi borderline.
Lo inaugura Sasdelli cinque anni fa. “Oggi ha più 160 componenti iscritti, quelli più attivi sono circa la metà. Questo disturbo è talmente pervasivo e pesante che la semplice condivisione del problema non basta, le situazioni familiari esplodono fra le mani e si vuole intervenire prima del tracollo. Abbiamo perciò inserito degli elementi formativi per aiutare a creare delle competenze. Questo è il secondo anno in cui presso i Centri di salute mentale Borgo Reno e Savena intervengono ai nostri incontri un clinico dell’Ausl di Bologna con la cadenza di una volta al mese, su temi proposti dal gruppo”. Per partecipare basta contattare Luca Sasdelli a emozioni@sasdelli.it. Non c’è bisogno di iscrizioni, è tutto gratuito e non c’è obbligo di partecipazione.
“È necessario che la persona con disturbi sappia gestire le sue emozioni causate dalla malattia. Quello che invece devono fare i genitori è trovare la causa della malattia e non fermarsi all’episodio violento. Nella malattia c’è una catena pensiero-emozione-comportamento. Noi vediamo solo il comportamento, che è frutto dell’emozione che distorce il pensiero. Il familiare deve percorrere questa catena a ritroso. Pensare di reprimere il comportamento unicamente con l’educazione è sbagliato”.
Ma abbiamo lasciato interrotta una storia, quella della figlia di Luca Sasdelli. “Il comportamento di nostra figlia non era frutto della sua volontà ma era costretta dalla malattia, abbiamo capito che era vittima del disturbo. Chi soffre di Dbp si sente da sempre sottovalutato, sottomesso, umiliato. Mia figlia è stata in grado di prendere in mano la sua vita. È passata attraverso un tirocinio formativo fino ad arrivare a ottenere un diploma da Oss. Aveva trovato un lavoro, ma difficoltà sentimentali l’hanno costretta ad abbandonare tutto, con una ricaduta violenta che l’ha portata a usare sostanze. Una nuova relazione più empatica e il ritorno alle terapie e a un ciclo di psicoterapia le hanno dato più consapevolezza e autonomia. Ora ha 39 anni, fa l’Oss e ha una figlia di 14 anni che la mette a dura prova. Ma ormai se la sa cavare da sola. Tranquillamente”.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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