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Una rete per l'inclusione lavorativa di persone con disturbi psichiatrici

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni

Sono bastate tre ore per dimostrare come sia possibile collocare nel mondo del lavoro persone con disturbi psichiatrici. Resta un obiettivo impossibile quando manca la volontà di farlo. E la volontà manca quando permane il pregiudizio, lo stigma. Quando non ci sono reti efficienti che sappiano fare da tramite tra richiesta e offerta. Una richiesta, in realtà, che è tutta da costruire nella mentalità delle grandi aziende, co-protagoniste del convegno “Inclusione al lavoro: la forza della diversità nel mondo professionale”, tenutosi il 20 febbraio nell’Auditorium Marco Biagi della sede di Confindustria Emilia, a Bologna.

convegno lavoro itaca
Location suggestiva e promettente per costruire quel ponte necessario fra pazienti psichiatrici e aziende. A organizzare il convegno Insieme per il lavoro, Agenzia regionale per il lavoro, Confindustria Emilia Area Centro, Associazione Ipsilon e Fondazione Marco Biagi e l'associazione Progetto Itaca, che dell’inclusione lavorativa ha fatto un suo obiettivo primario e vincente grazie al progetto Job Stations. La persona con disturbi mentali lavora in remoto attraverso una postazione pc con la supervisione di un tutor messo a disposizione da Itaca, che ha anche il compito di interfacciarsi con il supervisor aziendale, colui che coordina operativamente le attività lavorative. Dalla Job Station in remoto si deve arrivare anche al lavoro in azienda, e da un contratto a tempo determinato a uno a tempo indeterminato. E Itaca ce la fa. Riguardo al progetto parliamo allo stato attuale di un sistema fatto di 9 Job Stations operanti sul territorio nazionale che hanno finora inserito 142 persone nel mondo del lavoro e coinvolto 36 aziende.

I numeri degli impieghi non sono grandi, per le ovvie ragioni che un sistema che si regge sull’attività di una organizzazione di volontariato difficilmente ha le risorse necessarie per rispondere alle richieste del vasto numero dei disoccupati con disturbi mentali. Innanzitutto bisogna credere nel progetto e quindi convincere da una parte le aziende a considerare risorse affidabili coloro che soffrono di un disturbo, dall'altra le istituzioni a puntare su questo modello che garantisce una collocazione pressoché immediata anche grazie alla rete di rapporti diretti che Itaca ha a livello nazionale con le imprese.

Senza nascondersi dietro un dito, questo è l’elemento decisivo di supporto a un progetto comunque brillante: il rapporto diretto con le imprese. La capacità di attuare una moral suasion grazie all’autorevolezza di molti soci di questa organizzazione di volontariato nazionale. Dove non riesce ad arrivare l’Individual Placement and Support proposto dall’Ausl di Bologna, come ci è stato raccontato dalle numerose testimonianze di familiari e utenti, che hanno trovato opportunità lavorative in prevalenza grazie al passaparola e spesso dentro a cooperative sociali, dove i Centri per l’impiego e gli Uffici per il collocamento mirato organizzati dalla Regione Emilia-Romagna falliscono nel trovare lavoro per le persone con disturbi mentali (finora tutte le testimonianze raccolte hanno raccontato di esiti negativi quasi sistematici, noi stessi non siamo riusciti in passato a ottenere dati sull’occupazione da chi dirige il centro per l’impiego di Bologna), il modello Job Stations è un’assoluta eccellenza e dovrebbe essere messo a sistema affidando il ruolo di mediatore fra utenti e aziende proprio a chi, come Itaca, è in grado di sensibilizzare le aziende sul tema specifico della disabilità mentale.

Perché come sottolineato dalla presidente nazionale di Itaca Felicia Giagnotti, “quando si parla di disabili e lavoro bisogna ricordarsi che esiste una netta disparità fra gli occupati con disabilità fisiche rispetto ai più penalizzati disabili mentali, e che, aggiungiamo noi, i conti sull’occupazione dei disabili proposti dalle agenzie pubbliche si fanno tenendo bene a mente questa differenza”.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

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...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
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Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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