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Solitudine ma anche reti di vicinato. A tu per tu con Eugenio Rossi del Csm di S. Pietro in Casale

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni

Terre piatte come un tavolo, arse d’estate e gelide d’inverno, un tempo paludi a vista d’occhio eppure abitate da sempre, fin dal tempo degli antichi romani. Coltivate a riso una volta, ora a patate. San Pietro in Casale ha cancellato quasi tutto del suo antico passato. Qualcosa rimane dentro al Museo Civico Archeologico di Bologna. Una paio di steli, dei capitelli e la statua di un uomo togato. Il resto si è adeguato all’umile architettura settecentesca tipica dei paesi della pianura padana. Una villa del ‘400 costruita dai Bentivoglio si sta sgretolando in mezzo ai campi. “Penso che si rischi l’isolamento e la solitudine. Si tratta d'altronde di un territorio molto vasto che contiene 11 comuni”. Eugenio Rossi, direttore del Centro di salute mentale di San Pietro, si riferisce al Distretto della Pianura Est, una delle zone che compongo l’area metropolitana dell’Ausl di Bologna. Oltre a San Pietro in Casale nel Distretto Est ci sono gli ambulatori decentrati di Castelmaggiore, Pieve di Cento e Baricella.

EugenioRossi

“Dopo la specializzazione all’Università degli studi di Bologna ho lavorato per sei anni in una clinica privata, Villa Azzurra a Riolo Terme in Romagna, poi ho iniziato l’attività in azienda Usl di Bologna come medico strutturato all’interno del Csm di Borgo-Reno. E nel 2020 ho vinto il concorso per responsabile del Csm di San Pietro in Casale”. Il lavoro nel privato è molto diverso da quello nel pubblico. “Nel privato ero più legato all’impegno in reparto; l’obiettivo che avevamo era quello di seguire i pazienti nel momento del ricovero. Con il pubblico si lavora sul territorio, il rapporto con gli utenti diventa consueto e si finisce per seguirli nelle varie fasi della loro vita”.

La pianura, la rete dei comuni e delle frazioni. I chilometri in automobile per raggiungere San Pietro in Casale, poi le visite sul territorio. Gli ambulatori, gli interventi. Le visite a casa. L’impressione è che nella sonnolenta provincia sia necessaria una maggiore dinamicità da parte del personale sanitario. Se non altro per coprire le distanze. “I nostri ambulatori sono più difficili da raggiungere rispetto ai Csm di Bologna, dove basta qualche fermata di autobus. Qui è più complesso avere accesso ai servizi, ed è soprattutto per questo che c’è un maggiore rischio di isolamento e solitudine”.

Questo produce sofferenza ma non emerge una patologia mentale specifica. Campagna e città non si distinguono per l’epidemiologia. “Uno dei vantaggi del contesto rurale è quello di avere ritmi più lenti, sollecitazioni meno forti, una rete di prossimità che per noi rappresenta un valore fondamentale. Potremmo dire che una comunità più piccola, se unita, diminuisce le circostanze patogene”. Probabilmente anche quando era tutto a risaie o ancora prima palude ci si stringeva tutti assieme per affrontare le difficoltà comuni. “Bisogna riscoprire, riattivare e rimettere in attivazione queste reti. Quello della città è un contesto sempre più impersonale, mentre in campagna, dove c’è un problema di spopolamento, si attiva la grande tradizione dei rapporti domiciliari e di prossimità”.

Sì, è rimasta intatta la cultura del fare fronte comune in queste terre dalle temperature rigide. “Lavoriamo molto con le associazioni e le cooperative, con loro concordiamo i budget di salute. C’è una collaborazione trentennale con la Cooperativa Arcobaleno e l’Associazione Galapagos, che organizzano tutta una serie di attività sul territorio che spesso si svolgono al Provvidone”. Questa cascina chiamata Provvidone, grazie al Dipartimento di salute mentale e dipendenze patologiche dell’Ausl di Bologna e al Comune di Castel Maggiore è un punto di riferimento per tutte le associazioni della salute mentale dell’area metropolitana di Bologna. “Il punto forte del Provvidone è che non è ingessato in un linguaggio e in alcune procedure che abbiamo noi dell’azienda Usl. Non si tratta solo di minore burocrazia, ma di una libertà creativa di trasformare i bisogni in azioni”.

Nell’operosa pianura metropolitana bolognese forse il distretto di San Pietro è quello con una maggiore incidenza di povertà e di problemi sociosanitari, che si esprimono in situazioni abitative fatte di isolamento e degrado. E poi il fenomeno della migrazione nella migrazione, cioè lo spostarsi da parte dei migranti dalla metropoli ai comuni periferici, dove il mercato delle abitazioni è meno proibitivo. “Non abbiamo certo i problemi che possono insorgere dentro un centro di accoglienza, ma con il crearsi di piccole comunità insediate nel territorio dobbiamo svolgere un lavoro di etnopsichiatria. Se non entriamo in contatto diretto con il malato dobbiamo intercettare la sensibilità dei familiari, superando le distanze linguistiche e culturali”.

Il territorio di San Pietro in Casale condivide con il resto d’Italia il dato di un aumento del disagio giovanile, sia che si presenti come primo contatto sia che venga segnalato dalla neuropsichiatria nel passaggio alla maggiore età, quando viene trasferito nei servizi per adulti. “Negli incontri con i nostri colleghi della medicina generale abbiamo rilevato una notevole presenza sul territorio di fragilità degli anziani soprattutto nella fascia over 75, con un quasi 20% di primi contatti di richiesta al Csm. Questo rivolgersi a noi rivela forse un logoramento dei rapporti di vicinato e prossimità e di quelli familiari”.

La vita in campagna è dura. Le possibilità di lavoro sono più ridotte. Bisogna essere autonomi negli spostamenti. E la mobilità è uno dei punti critici, soprattutto per chi intende rimettersi in gioco sul lavoro. “Le zone di Minerbio e Bentivoglio sono difficili da raggiungere e per questo tutto il servizio medico e infermieristico del Csm si muove per svolgere visite domiciliari su tutto il territorio”.

Operare nella grande pianura, fra piccoli centri sparsi fra i campi coltivati, significa conoscere il territorio e intrecciare rapporti con gli abitanti e le associazioni. Per questo un’istituzione sanitaria come il Csm interpreta un ruolo di monitoraggio, assistenza e intervento diretto veramente unico e insostituibile.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
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Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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