di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni
Un popolo silenzioso e sconosciuto come quello dei ritirati in casa non è quantificabile, è difficilmente raggiungibile, non rientra nelle statistiche e raramente nelle discussioni sul tema della Salute Mentale. Proviamo perciò a riflettere su questo fenomeno provando a metterci nei loro scomodissimi panni.

Foto di Sasha Freemind su Unsplash
Stare in casa, per chi soffre di disturbi mentali, vuole dire spesso esserne prigioniero. Giorno dopo giorno le dimensioni dei propri spazi vitali rimpiccioliscono, le necessità si riducono a quelle basilari, in maniera disordinata. Si mangia quando si ha fame, senza rispettare orari che nulla hanno a che vedere con doveri disciplinari ma riguardano la sfera della salute personale. Ci si lava quando se ne sente la necessità, ovvero quasi mai. Figurarsi le pulizie di casa.
Avere abitudini regolari vuole dire sincronizzare le proprie necessità con orari consoni al funzionamento della salute fisica e mentale. Consumare colazione pranzo e cena fa parte di abitudini sane per il corpo e la mente. Tenere pulito e in ordine significa mettersi in una condizione di agio che corrisponde a ordine e pulizia interiori. Non muoversi da casa, spesso dalla propria stanza, vuole dire non essere attivi fisicamente e organizzare in un luogo angusto gli spazi della quotidianità. Non ci si rende conto di quanto avviene finché non si riprende con le abitudini dell’uscire, che sia fare la spesa o una semplice passeggiata. Sembra facile detta così, ma quando la mente, per diversi motivi, si chiude dentro gli spazi di poche necessità come il corpo dentro a una stanza, probabilmente fissi sullo schermo di un computer circondati dal buio, allora sta già avvenendo una vera e propria mutazione del comportamento e dell’umore, sempre più fragili e indisponenti nei confronti di richieste o doveri esterni. E resistenti a ogni contatto diretto con altri.
È una reazione estrema di chiusura, di risparmio di energie, dovuta a una condizione di sofferenza e di incapacità di adattamento alla vita attiva. È una spirale che porta a un depauperamento emotivo, a un’incapacità di adattamento.
Si potrebbe dire che chiudersi in casa, o meglio in una camera da letto, è una forma perversa di resilienza nei confronti della malattia mentale. Stare fermi in un letto comunicando a distanza attraverso lo schermo di un computer è un’attività nella quale la mente riesce a spaziare su qualsiasi argomento e in qualsiasi situazione senza dovere muovere un dito. Si ha perciò l’impressione di vivere una vita completa, anche se si tratta di un placebo esistenziale, non di un vero e proprio farmaco.
E a proposito di farmaci in queste circostanze non hanno quasi effetti se non si agisce soprattutto attraverso una rieducazione alla vita attiva.
Hikikomori, accumulatori compulsivi, ritirati in casa. Tante definizioni diverse di uno stesso disagio, quello di vivere malamente il rapporto con la propria abitazione. Uno scrigno di oggetti considerati essenziali per la vita, un regno da difendere con i denti nei confronti delle ingerenze esterne, siano anche quelle dei familiari preoccupati per una deriva che spesso neanche si riesce a percepire come tale dal malato.
Potrebbe essere il disagio di questo secolo, potrebbe crescere nei numeri con l’aumentare di una tecnologia sostitutiva di ogni attività finora riservata all’essere umano. Bisogna tenere in massima considerazione questi disagi, sapendoli affrontare con la delicatezza dovuta e la massima attenzione, perché davanti a una psiche fragile che non chiede aiuto, ma ne ha estremo bisogno, è necessario agire con la massima sensibilità e comprensione. Nessuna forzatura, la massima empatia e la delicatezza dovute a chi, chiuso nella sua stanza, sta soffrendo senza rendersene conto.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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