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Gruppi di lavoro fra operatori, famigliari e utenti: Il caso dello spazio Battirame

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

a cura di Federico Mascagni

Ci sono momenti in cui le “parti in causa” della salute mentale si riuniscono per discutere assieme. Così è stato il seminario allo Spazio Battirame l’anno scorso. È passato del tempo da allora ma i temi rimangono sicuramente attuali, come importante rimane la modalità di confronto fra tutti, che consente lo scambio di idee ed esigenze fra chi vive la salute mentale in prima persona, che siano essi operatori, familiari o utenti.


Nel contesto del seminario, che ha rappresentato un momento fruttuoso in un clima di entusiasmo e partecipazione, sono emerse numerose criticità. Per alcune sono già previste azioni per tentare di coprire i gap individuati, altre necessariamente rimangono obiettivi sempre attuali e di difficile soluzione.

FarmaciIl primo tema affrontato dai gruppi di lavoro è stato quello della farmacologia. Si è discusso delle posizioni che vedono l’utilizzo del farmaco come prevalente strumento di cura per lunghi periodi, ma che non può e non deve essere considerato esclusivo. “È uno strumento che facilita un percorso di cura, ma che se viene usato senza nessun momento di revisione, di critica, senza essere accompagnato da altri elementi di cura, non può dare efficacia ma rischia di dare solo effetti negativi.”
Angela, portavoce di un gruppo di lavoro sul tema, ha voluto porre l’attenzione sulla necessità di percorsi più completi. “C’è bisogno innanzitutto di ascolto, di un rapporto costruttivo con una sensibilità comune; da parte degli operatori, da parte degli utenti, da parte delle famiglie, con una possibilità di costruire insieme un percorso. Questa sensibilità deve investire anche la formazione degli psichiatri affinché conoscano anche ambiti che non siano solo legati al farmacologico”. Bisogna lavorare per migliorare gli stili di vita degli utenti, per un buon percorso di cura e di risocializzazione, attraverso strumenti nuovi, tra i quali, molto citato, lo sport inteso come relazione, come attività fisica, come apertura mentale, come elemento di aggregazione. “Questo è uno degli esempi sulle buone pratiche, ma il senso è proprio quello di sviluppare dei progetti individuali con le risorse attuali e con tutte quelle che dobbiamo conquistare nel tempo”.
La personalizzazione del percorso di cura, ha riportato Angela, deve tenere sempre conto della riabilitazione e l'attenzione allo stile di vita. “Le risorse sono un elemento importante. Bisogna lottare perché vengano destinate là dove riteniamo che sia importante destinarle. E conoscere quali sono. Per questo serve un lavoro di diffusione delle informazioni.”

2 AbitareTrovare un ruolo che non sia definito dalla malattia, dalla diagnosi, ma dai bisogni e dai problemi reali. È l’incrocio tra la dimensione clinica e la dimensione sociale.” Questo il tema che ha deciso di percorrere il secondo gruppo del portavoce Vincenzo, che ha individuato nei temi dell’abitare condiviso, dell’accesso al reddito di cittadinanza e del diritto al lavoro tre diritti fondamentali per gli utenti dei CSM, importante anche dal punto di vista terapeutico.
Riemergono i problemi della carenza di informazioni riguardanti le opportunità e i servizi a disposizione di utenti e famiglie, come i percorsi di supporto all’impiego IPS, nati per fornire a persone con disturbi psichici un supporto nella ricerca, nell'ottenimento e nello svolgimento di un lavoro, o il budget di salute, che “prevede la partecipazione diretta dell’interessato, insieme anche eventualmente alla sua famiglia. Se non sono informati direttamente c'è una carenza sostanziale nella strutturazione di un progetto.”

Nel gruppo condotto da Claudio si è parlato del tema controverso della libertà di suicidio. “È stato introdotto questo argomento per capire come i familiari o gli utenti vivono questo problema, e come lo vivono gli operatori. La libertà è certamente un valore assoluto ma bisogna capire se le pulsioni suicidarie sono legate strettamente a condizioni psicopatologiche, oppure come condizione quasi esistenziale o comunque di situazioni in cui una persona non ce la fa veramente più a vivere.” Continua Claudio "La prima distinzione è stata fatta tra la posizione di un familiare e la posizione di un operatore, comunque vincolato a un obbligo di intervento a tutela della vita stante la legislazione attuale.” Poi c’è l’enorme e urgente problema dei giovani che non hanno chiari tratti psicopatologici ma che arrivano in Pronto Soccorso con situazioni drammatiche di abuso di sostanze, di autolesionismo e che non vogliono comunque essere aiutati, nonostante i familiari chiedano aiuto disperatamente. “Dopo 3, 4 invii in Pronto Soccorso con situazioni a rischio di vita, prima o poi succede che si fa un Trattamento Sanitario Obbligatorio, che dura dai 2 ai 7 giorni, dopodiché il discorso è esattamente come prima. Ci si ritrova nelle condizioni di affrontare un problema che non ha apparenti soluzioni.” Si è poi parlato di carenze logistiche, con l’auspicio che i reparti di psichiatria siano attigui ai Pronto Soccorso o alle rianimazioni e delle stanze sovraffollate.

LibertSul problema della libertà si è innestato abbastanza naturalmente il problema delle amministrazioni di sostegno, che ha aperto un dibattito molto intenso tra molti membri del gruppo. “Sempre più spesso la Magistratura, nel senso del Giudice Tutelare, di fronte a impossibilità di trovare degli amministratori di sostegno volontari, soprattutto per le situazioni più complesse e difficili, affidi questa funzione all'Azienda USL, nella persona del Direttore. È necessario aumentare la comunicazione tra Sanità e Autorità Giudiziaria. Il quadro visto così com’è, per quello che riguarda soprattutto la parte degli invii da parte della Magistratura in Strutture comunitarie come pene alternative o come misura di sicurezza, presenta il rischio che diventi una cosa veramente ingovernabile”.

Infine nel gruppo si è analizzata l’opportunità di una ristrutturazione anche dei servizi offerti agli utenti, superando la divisione storica fra Neuropsichiatria Infantile, Sert, Psichiatria Adulti, che sembra non rispondere più in maniera adeguata alle esigenze che vengono poste. “C’è stata anche una proposta operativa di una situazione per cui venga costituita una neuropsichiatra infantile che si occupi della fascia 0 –14, una fascia adolescenti dove ci sia una robusta presenza del Sert o comunque una competenza tossicologica oltre che di tipo psicologico e psichiatrico, che dai 15 fino ai 25 anni e poi dall’età matura in poi una unificazione dei servizi, con un unico servizio che comprenda esperti in problemi di tossicodipendenza e psichiatri che lavorino insieme.”

A chiudere il giro delle relazioni dei singoli gruppi quello condotto da Flavia. “I progetti di cura non sono appannaggio solo dell'utente, ma in qualche modo è meglio che siano condivisi con il contesto familiare. L'operatore deve fin dall'inizio prevedere questa apertura al gruppo familiare, al contesto di vita e ovviamente anche alla delicatezza, all'attenzione nel rispettare i tempi e modi di ciascun utente, che non sono immediati, che possono essere complicati, che possono attraversare delle pause. Però la visione che vede concordi è questa cura di comunità, insieme, di condivisione.
La parola chiave è trasparenza, che si contrappone a segreto o separazione. Trasparenza intesa come esplicitazione delle difficoltà dei progetti. Segretezza o separazione come portare avanti il proprio lavoro senza prevedere una crescita comune attraverso il confronto con altre esperienze e punti di vista. Ma anche in questo caso non si è esenti da problemi. “Una criticità molto forte è stata vista nella vita dei servizi, una vita frenetica senza spazio e senza tempo, dove addirittura un utente ha dichiarato di essere stato fortunato ad ammalarsi tanto tempo, fa perché se fosse accaduto ora forse non sarebbe stato lo stesso. Una frenesia che non è solo nei luoghi dei Centri di Salute Mentale ma anche nei Centri diurni ed è figlia del sovraccarico burocratico, delle incombenze che sottraggono tempo alla relazione, ma anche di una certa logica difensiva che ancora c'è, per la quale è più importante la tutela del professionista rispetto al bene o la necessità della persona in quel momento.” Parole importanti che si affiancano a quelle delle associazioni che reclamano referenti costanti che non cambino improvvisamente penalizzando il lavoro faticoso e gratuito che le associazioni fanno quotidianamente.

Infine l’augurio che la conoscenza reciproca diventi anche cultura e favorisca occasioni di scambio e condivisioni perché queste occasioni trasversali di lavoro producono molta partecipazione, molto calore, molte idee. “Mi viene da pensare quindi che la passione non è spenta ma è sotto la brace” conclude Flavia. “Bisogna trovare il modo per soffiare sul fuoco e tenerlo sempre vivo”.



 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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