di Federico Mascagni
Il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell'Ospedale Maggiore di Bologna è uno dei tre SPDC dell'Azienda USL cittadina. A dirigerlo dal 2004 è Diana De Ronchi, ordinaria di Psichiatria al Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell'Università di Bologna, “con un impegno che io sento molto gravoso e anche di responsabilità giuridica istituzionale per tutelare i nostri pazienti. Abbiamo persone in Trattamento sanitario obbligatorio, quindi siamo responsabili della loro cura e del loro benessere. Ci sono affidati con responsabilità enormi, anche per quanto riguarda la tutela dei diritti”, racconta.

Il nuovo reparto di pschiatria e psicoterapia dell'età evolutiva dell'Ospedale Maggiore
Il bacino di utenza è il più esteso tra i tre SPDC bolognesi: “Abbiamo tutta Bologna Ovest, più Bologna Sud fino al confine con la Toscana, quindi copriamo anche l'Appennino, zone in cui c'è una psichiatria con maggiori difficoltà rispetto la città”, dice De Ronchi. L'équipe è a direzione universitaria e include Anna Rita Atti e Chiara Fabbri, entrambe docenti associate di psichiatria, oltre a due ricercatori in arrivo. De Ronchi sottolinea la presenza di specialisti in medicina interna: “Gli SPDC devono anche garantire la tutela della salute internistica dei nostri pazienti, che sempre di più è studiata nella psichiatria come coinvolta in questi disturbi. Avere anche degli internisti lo ritengo indispensabile”. La coordinatrice infermieristica è Alessandra Nanni.
TSO e ASO: la complessità giuridica di fermare la libertà
Il nodo del Trattamento sanitario obbligatorio è al centro della riflessione di Diana De Ronchi, che affronta il tema con la precisione di chi ha studiato anche diritto per capire meglio il proprio lavoro clinico.
“La parte giuridica da noi è importantissima – spiega - Non solo le leggi ma anche quello che viene chiamato il diritto vivente, ovvero tutte le sentenze ai vari livelli della gerarchia giudicante. C'è una linea di studio nell'ambito giuridico che disconosce la legittimità del trattamento sanitario obbligatorio, in quanto lo ritiene un atto coercitivo. Quotidianamente noi ci confrontiamo con questi temi, perché nell'ambito medico molti non specialisti in psichiatria equivocano il trattamento obbligatorio, che ha dei criteri ben definiti rispetto alla psichiatria e non è un controllo sociale”.
De Ronchi richiama esplicitamente i casi di decessi avvenuti in Italia durante interventi di fermo psichiatrico come segnali di una formazione inadeguata degli operatori coinvolti. “Per effettuare una terapia e fermare un paziente, occorrerebbero quattro infermieri, o comunque quattro persone, più uno che tiene la testa per garantire la pervietà delle vie aeree – precisa - Negli Stati Uniti le morti nel corso dei blocchi sono principalmente per schiacciamento del torace, un’asfissia meccanica. Questo è uno dei motivi per cui mi oppongo all'immobilizzazione a terra del paziente, che secondo l'Organizzazione mondiale della sanità e le linee guida — cito per esempio le NICE inglesi (raccomandazioni basate su evidenze scientifiche per il sistema sanitario britannico focalizzate su qualità, efficacia e sostenibilità economica, ndr) — considerano comunque un trattamento restrittivo”.
Sul tema dell'Accertamento sanitario obbligatorio (ASO) la posizione è altrettanto netta: “Alcuni autori lo paragonano a un fermo di polizia: basta un dubbio e la persona viene portata contro la sua volontà a una visita. È un tema molto delicato, così come lo è l'effettuazione di questi trattamenti nell'ambito dei minori, degli anziani con demenza o delle persone inabilitate”.
Stigma, politica e uso improprio della psichiatria
De Ronchi non evita il terreno politico. Racconta di essere rimasta “esterrefatta” — insieme ad altri colleghi — per alcune recenti dichiarazioni del sindaco di Bologna sull'utilizzo di pattuglie miste forze dell'ordine-psichiatri per la gestione delle emergenze comportamentali in città. “Questo associa inevitabilmente lo stigma della malattia mentale con la pericolosità. La cosa non è assolutamente così. Tutti gli studi nel mondo dimostrano che i nostri pazienti sono più spesso vittime che autori di violenza. Si confonde il disturbo comportamentale con il disturbo mentale, ma sono cose completamente differenti”.
La psichiatra aggiunge una distinzione clinica e giuridica fondamentale: “Il Trattamento sanitario obbligatorio è per patologie psichiatriche, non è per problemi di tipo comportamentale. La psichiatria non deve essere confusa con la tutela sociale. I TSO devono essere fatti con i criteri che, dai tempi di Basaglia, rimangono tuttora validi”.
Quanto al “comportamento insistentemente molesto” introdotto dal recente pacchetto sicurezza come possibile motivo di fermo, De Ronchi è lapidaria: “Non è una diagnosi, non è un sintomo e non ha nessuna catalogazione psichiatrica”.
La comunità terapeutica: fiducia, rispetto, attività
Il modello di cura che De Ronchi descrive è fondato sulla costruzione di una relazione duratura con i pazienti, molti dei quali segue da decenni. Racconta di una paziente affetta da schizofrenia grave, conosciuta a quindici anni, che durante una fuga dal reparto — in un momento di acuzie, alla ricerca del figlio — è tornata volontariamente, salendo sullo scooter guidato dalla professoressa stessa.
“È stata una delle cose che mi ha fatto più felice nella mia vita: la fiducia che anche un paziente nel momento di maggiore malessere ha nei confronti del proprio medico”, dice.
Il rispetto formale, sottolinea, è uno strumento clinico: “Io alla mia coordinatrice infermieristica do del lei e lei mi dà del lei, perché quando ci sono i momenti difficili, se c'è un rispetto anche formale, è tutto più facile”.
Sul fronte delle attività, il reparto ha già un educatore e un riabilitatore presenti alcuni giorni alla settimana per laboratori di pittura. In prospettiva, De Ronchi cerca anche volontari: “Se ci fosse una persona che potesse insegnare yoga, noi la accoglieremmo volentieri. Abbiamo anche una piccola biblioteca che riscuote un grande successo e che avrebbe bisogno di donazioni e di una minima gestione”.
I ricoveri inappropriati: anziani, disabilità cognitiva, ritardo mentale
Una delle criticità strutturali più rilevanti riguarda l'invio allo SPDC di pazienti che non dovrebbero esserci. “Sto cercando di dissuadere i ricoveri degli over 70 - dice De Ronchi - I disturbi cognitivi e le demenze non sono da reparto di diagnosi e cura. Nelle geriatrie esistono strutture più adeguate”. Il rischio non è solo clinico, ma anche psicologico per i pazienti più giovani: “Il ragazzo di 20 anni non comprende che l'anziano è lì per una demenza di Alzheimer, crede che quella possa essere la sua evoluzione futura”.
Stessa logica per i pazienti con disabilità intellettiva grave: “Abbiamo avuto per diversi mesi un ragazzo con Sindrome dell'X fragile, ma non puoi metterlo in un diagnosi e cura, è assolutamente improprio. Noi siamo strutturati per i disturbi psichici con tutti i criteri indicati dalla legge Basaglia e dalle leggi attuali”.
Il numero di posti letto disponibili, sottolinea De Ronchi, è circa la metà rispetto al fabbisogno teorico — “uno ogni 10.000 abitanti”, ricorda, rimarcando che questa è una carenza nazionale — il che rende ancora più urgente la selezione appropriata dei ricoveri.
La formazione e la battaglia per il reparto minori
De Ronchi dirige la Scuola di Specializzazione in Psichiatria di Bologna da circa vent'anni (con un intervallo sotto la direzione di Domenico Berardi) e conta in media 80 specializzandi l'anno nei quattro anni del corso. Ha anche creato il Master in Psichiatria Forense dell'Università di Bologna, tra i più richiesti dell'ateneo.
Chiude con una battaglia vinta: “Mi sono battuta molto per la creazione del reparto per minori acuti. Fino ad allora i minori venivano ricoverati negli SPDC e secondo me era una cosa non accettabile. Mi sono spesa in ambito regionale con i vari assessori e con i garanti dell'infanzia. Sono grata al dottor Stefano Costa che ha assunto questa responsabilità”. Il reparto è operativo da dicembre 2025.
Restano aperti altri fronti: la psichiatria nelle carceri (“è un altro tema che riguarda la psichiatria forense”), e la tutela della gravidanza nelle donne con patologie psichiche — argomento che De Ronchi porterà prossimamente al Master.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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