di Federico Mascagni
Dopo aver raccontato le "Geografie irregolari" che hanno portato il Collettivo artisti irregolari di Bologna ad ArtCity a fine gennaio, continuiamo a parlare di arte cercando di capire le caratteristiche di Art Brut, Outsider Art, Arte Irregolare. Tre nomi differenti che si pensa, erroneamente, riguardino un unico concetto: quello dell’arte delle persone con fragilità mentali. In realtà le tre formule hanno caratteristiche diverse dovute ai contesti differenti in cui nascono. Mentre per l’Art Brut, termine coniato dall’artista e critico Jean Dubuffet, l’interesse è tutto rivolto all’aspetto formale dell’opera d’arte nata fra le privazioni e la solitudine dei luoghi manicomiali - elementi tragici che fanno emergere l’urgenza dell’espressione - l’Arte Irregolare ha come contesto quello italiano post-basagliano nel quale, superata la detenzione, l’arte prodotta dagli utenti dei CSM è organizzata dagli operatori socio-sanitari, elemento che rischia di caratterizzare fortemente le opere. Ma se di queste due diverse declinazioni, entrambe figlie in qualche modo delle osservazioni di psichiatri illuminati come Hans Prinzhorn, per l’Outsider Art il concetto esplode nell’inclusione di chi opera nella marginalità.

Tre volumi recenti di Alfredo Accatino, esperto d’arte e figlio del pittore Enrico Accatino (editi da Giunti), si spingono oltre, riconoscendo come Outsiders anche gli artisti ignorati dalle gallerie, che decidendo chi rientra nel mercato dell’arte, determinano il fallimento economico ed esistenziale di artisti di tutto rispetto, la cui integrità e “irregolarità” li ha confinati ai margini di esistenze difficili.
Nel suo girovagare per il web, Accatino ha scoperto fra le sue pieghe opere e storie unite da elementi di sofferenza. Scrive nella quarta di copertina di uno dei suoi tre ponderosi volumi: “È ancora possibile allargare gli orizzonti della storia dell’arte. Per scoprire, alla fine, che la creatività più innovativa del Novecento è stata prodotta da quelli che la gente chiamava pazzi, froci, ebrei, ubriaconi, drogati, depressi, contestatori e puttane”. Iniziato come repertorio di artisti, di facile lettura, si è andato via via arricchendo di decine di storie umane, divenendo un successo editoriale che dimostra un interesse molto attuale per l’arte che nasce dal disagio, e che dovrebbe finalmente attrarre chi detiene il potere di valorizzare il genio, cioè i galleristi.
Essendo impossibile raccontare tutte le storie, ne indico alcune, che Accatino riporta sfondando, giustamente, l’idea dell’arte come sola pittura e scultura, integrando nella sua lista performer, grafici, “influencer” ante litteram. Si coglie come nella marginalità siano state sviluppate idee – quasi mai riconosciute dai contemporanei - che si sarebbero sviluppate più tardi.
Cagnaccio di San Pietro - pseudonimo dal sapore rinascimentale di Natalino Bentivoglio Scarpa - è stato un rappresentante importante del realismo italiano del novecento. Un pittore di grandissimo talento, con tutte le carte in regola per piacere al Regime, ma dotato di una franchezza tutt’altro che docile che lo porterà ad essere inviso a Margherita Sarfatti, l’amante e consulente di Mussolini, che ne decreta la sfortuna a causa di un bellissima tela, intitolata “Dopo l’orgia” (1928), nella quale accanto a tre corpi femminili addormentati, indifferenti, sono abbandonati i segni di una notte di eccessi. Fra questi un polsino col fascio littorio, a indicare la prepotenza di una borghesia che tutto vuole e tutto ottiene. Per non iscriversi al partito fascista Cagnaccio di San Pietro si fingerà pazzo. Viene ricoverato al manicomio veneziano di San Servolo, ma da quel momento, la terribile esperienza dell'internamento fa deflagrare un disagio covato a lungo. Il grande pittore si troverà spesso rinchiuso dall’istituzione, fino a morirne dentro nel 1946.
Esistono poi i casi di emarginazione per omosessualità, bisessualità, cambio di genere: il primo documentato della Storia è quello di Einar Wegener, che diventerà Lili Elbe, artista e modello en travestie per la moglie pittrice Gerda Wegener. E chi invece decide di essere identificata come uomo: Hannah Gluckstein, in arte Gluck. Bastava anche essere donna in circoli d’Avanguardia - artistica ma non sociale - come Hannah Hoch, l’unica femmina dei dadaisti storici, straordinaria collagista. Paradosso vuole che salverà molte delle opere dei colleghi maschi da cui era stata emarginata - sotterrandoli dentro contenitori nel giardino di casa - al sicuro dalla furia nazista contro la cosiddetta “arte degenerata”.
Nell’elenco compilato da Accatino è spesso presente la tragedia dell’Olocausto, e le sue vittime testimoniarie, come il caso di Felix Nussbaum, dalle cui opere traspare la paura continua della rappresaglia razziale, il marchio indelebile dell’essere ebreo durante il Terzo Reich, fino a rappresentarsi nel campo di concentramento dove morirà.
Nel catalogo compaiono artisti provienenti da latitudini e longitudini distanti dalle nostre, ignorati perché considerati del terzo o quarto mondo. C’è la cinese Pan Yuliang, prostituta e raffinatissima pittrice, e chi dall’India coloniale studia pittura in Europa, come la giovane Amrita Sher-Gil, per poi tornare - a causa del tracollo economico della famiglia - nella sua patria e, in povertà, dedicarsi alla ritrattistica delle donne paria. E ancora Esther Nikwambi Mahlangu, decoratrice di capanne in occasione di grandi eventi familiari, scoperta dall’occidente incuriosito dalle consuetudini di altre culture, che ai nostri occhi si fanno arte. L’aborigena Emily Kame Kngwarreye, che dalle proprie radici produce, già anziana, opere astratte di grande raffinatezza.
Ho volutamente tenuto da parte gli artisti internati nei manicomi, perché pertengono all’Art Brut, o a quelli affetti da fragilità mentali, perché possono rientrare nell’Arte Irregolare. Ma desidero fare un nome che rientra nel vasto mondo della Salute Mentale: è quello di Judith Scott, portatrice di trisomia 21, che la gemella Joyce non ha. Oltre a essere un’artista concettuale, ci racconta, e ricorda, lo stigma enorme a cui sono state sottoposte in passato le persone con sindrome di Down, considerate come incapaci, affette da ritardi mentali, e in quanto tali inadatte a qualsiasi attività compresa quella artistica. Siamo negli Stati Uniti degli anni ‘60, quindi un luogo e un’epoca ai quali guardiamo quasi con reverenza. Eppure Judith potrà esprimere la sua vocazione artistica solo grazie alla combattiva gemella Joyce, infermiera, che lotterà contro lo stigma, il pregiudizione e le istituzioni sanitarie per rendere alla sorella ciò che le spettava da una vita: il diritto all’espressione di sé.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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