di Federico Mascagni
Nella sede del Centro Tasso della Asscoop, luogo dove si sono svolti gran parte dei tavoli per la Giornata mondiale della salute mentale, si è riunito nel pomeriggio dell'8 ottobre un gruppo numeroso di cittadine, soprattutto, e cittadini per partecipare all'incontro organizzato dal Dipartimento di Psicologia Renzo Canestrari dell'Università di Bologna sul tema dell’ansia.

La conduzione, affidata a un team di docenti, ricercatori e professionisti, ha inteso costituire, attraverso approfondimenti e consigli mirati, una sorta di manuale sul come riconoscere gli stati d'ansia patologici dalle semplici preoccupazioni. È emersa un’attenzione costante a non ridurre l’ansia a etichetta, ma a leggerla come fenomeno complesso - somatico, cognitivo e sociale - che richiede risposte differenziate.
Distinguere prima di etichettare
Il gruppo ha provato a mettere ordine nel vocabolario: ansia come sistema di allarme, paura come emozione, e patologia quando l’attivazione compromette il funzionamento quotidiano (incapacità di sostenere impegni, ricadute somatiche). Più volte è riemersa l’idea che la diagnosi sia una valutazione clinica del grado in cui l’ansia interferisce con la vita - e che la soglia dipende da risorse individuali e contesti esterni.
Il fattore generazionale e l’impatto dei media digitali
Nel confronto è stato sollevato con forza il tema dell’esposizione precoce ai media digitali: social network, notifiche, confronto costante con immagini idealizzate e stimoli progettati per ottenere attenzione. Questo contesto, secondo i relatori presenti, contribuisce a una precocizzazione dei vissuti ansiosi e a forme nuove di regolazione emotiva - con differenze di genere e di forma di manifestazione (per esempio, la tendenza delle ragazze a modalità di controllo compulsivo sui social; quella dei ragazzi a dipendenze comportamentali). Il tavolo ha sottolineato come queste dinamiche amplifichino le vulnerabilità, richiedendo interventi educativi e preventivi.
Metodo e clinica: quando l’ansia diventa problema
I relatori clinici hanno ricordato che l’elemento discriminante è l’impatto funzionale: l’ansia “normale” prepara all’azione (come nel caso dell’imminenza di un esame universitario), mentre l’ansia patologica porta al ricorso ossessivo a stati di allarme protratto. È stata ribadita la necessità di guardare alle risorse - interne ed esterne - e di valutare l’opportunità di interventi che vanno dalla psicoeducazione al percorso psicoterapeutico.
Strumenti pratici e “igiene mentale” quotidiana
Il tavolo non si è fermato alla teoria: sono state consigliate tecniche concrete e accessibili come il controllo del respiro, pratiche di mindfulness, attività fisica regolare e coinvolgimento in attività culturali o di socialità (teatro, camminate). Si è insistito sul fatto che non è sempre necessario ricorrere alla psicoterapia specialistica: esistono interventi di promozione del benessere che funzionano come fattori protettivi.
Ascolto e presenza: cosa possono fare amici e familiari
Gli interventi hanno rimarcato l’importanza dell’ascolto empatico: serve presenza, condivisione e normalizzazione dell’esperienza. L’aiuto concreto - accompagnare una persona in un luogo sgradito ma necessario, sostenerla nell’affrontare un compito difficile da affrontare autonomamente - è stato descritto come un piccolo ma efficace passo verso l’autonomia. Al tempo stesso, si invita a evitare ruoli salvifici che impediscano alla persona di costruire competenze proprie.
Solitudine e vulnerabilità: una sfida sociale
Tra i temi emersi c’è la solitudine come fattore di rischio trasversale: isolamento, perdita di reti sociali e fragilità abitativa o lavorativa possono trasformare ansia gestibile in problema cronico. Il gruppo ha richiamato l’urgenza di costruire reti di comunità e opportunità di socialità che siano accessibili e non patologizzanti.
Pratiche multiple, linguaggio attento, reti di cura
Dall’incontro è emersa un’indicazione chiara: distinguere, accompagnare, costruire risorse. Le azioni concrete raccomandate dal tavolo vanno dalla formazione (scolastica e adulta) alla promozione di attività culturali, sportive e di gruppo; dall’educazione all’uso dei media digitali alla disponibilità di servizi territoriali reattivi.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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