di Federico Mascagni
Ai tavoli tematici per la Giornata mondiale della salute mentale ha contribuito anche la redazione di Sogni&Bisogni che ha ospitato l'8 ottobre presso la Casa di Tina un focus sul linguaggio che la stampa utilizza quando si parla di salute mentale.

Fra pregiudizi, termini non aggiornati, concetti escludenti e fuorvianti, il mondo del giornalismo ha bisogno di una formazione che porti a una consapevolezza più chiara di cosa sia la malattia mentale e il disagio che procura. Per questo motivo l'Ordine dei Giornalisti ha ritenuto necessario pubblicare sul proprio sito in formato digitale, e con grande rilievo, un vademecum intitolato "Informare sulla salute mentale", al quale ha collaborato il collega e concittadino Lorenzo Sani. Un passato nel giornalismo sportivo, col tempo ha maturato un profondo interesse civile nei confronti dei diritti, soprattutto delle persone che soffrono di fragilità mentali. Presente al nostro tavolo più come osservatore che come classico relatore, ha avuto modo di confrontarsi con le riflessioni e le richieste degli utenti e familiari presenti. A introdurlo la presenza gradita di Silvestro Ramunno, presidente dell'OdG dell'Emilia-Romagna.
Parole che feriscono, parole che curano
Scrivere correttamente sulla stampa di salute mentale non è questione di stile o di buone maniere, ma di salute pubblica. Il centro del dibattito è stato il linguaggio - le parole che usiamo quando raccontiamo la sofferenza psichica - e la responsabilità che grava su chi informa. Gli articoli vanno depurati da parole sbrigative, improprie, stereotipi che continuano ad alimentare lo stigma e a ostacolare l’accesso alle cure. Più volte è stato rimarcato che il linguaggio non è neutro: termini come “raptus”, “matto”, o locuzioni che riducono una persona alla diagnosi producono danni concreti - isolamento, vergogna, difficoltà a chiedere aiuto. La guida di riferimento (il vademecum) è nata proprio per orientare i professionisti dell’informazione verso scelte lessicali più rispettose e accurate.
Cinque pregiudizi da sfatare
Nel corso dell’incontro è stata proposta una mappa dei pregiudizi più radicati: pericolosità, incomprensibilità, improduttività, irresponsabilità, incurabilità. Dati recenti citati descrivono come una larga fetta dell’opinione pubblica continui ad associare fragilità mentale a pericolo e imprevedibilità, nonostante le evidenze mostrino il contrario (le persone con disturbi mentali risultano spesso più vittime che autrici di violenza). La battaglia semantica è dunque anche una battaglia per la verità statistica e sociale.
Esempi e storie: la concretezza delle parole
I partecipanti hanno portato esempi pratici del problema: titoli giornalistici che evocano la “follia”, fanno un uso improprio di termini stigmatizzanti associati alle persone con disturbi mentali, per descrivere crimini o comportamenti comuni che nulla hanno a che fare con la sfera medica. È emerso il ricordo anche di casi in cui la definizione frettolosa ha celato percorsi di sofferenza che avrebbero richiesto indagini e interventi diversi. La semplificazione salva il cronista dall’approfondimento, ma impoverisce la comunità informativa, sviandola verso una percezione della malattia mentale come sinonimo di pericolo da contenere o addirittura da recludere.
La responsabilità dei media e la formazione professionale
Un passaggio ricorrente è stato la critica alla scarsa formazione nell’ambito della salute mentale tra i giornalisti: molti professionisti non aggiornano le proprie competenze e persistono in vecchie pratiche linguistiche. Il vademecum è indicato come uno strumento utile, ma non sufficiente: serve formazione obbligatoria e continua, perché le parole sbagliate non sono solo errori stilistici ma moltiplicatori di esclusione sociale.
Cinque verità da ricordare
Durante il confronto sono state riaffermate alcune verità pratiche che dovrebbero guidare la comunicazione:
le persone con disturbi mentali non sono intrinsecamente più pericolose per gli altri; spesso sono più esposte a vittimizzazione; la salute mentale è complessa e non si esaurisce in etichette; il linguaggio giornalistico deve evitare semplificazioni sensazionalistiche che oscurano cause e responsabilità; lo stigma impedisce la richiesta di aiuto e alimenta isolamento familiare e sociale; la parola “guarire” è problematica: meglio parlare di equilibrio, percorso, recupero di capacità e qualità di vita.
Proposte operative emerse
Tra le proposte concrete sono emerse le necessità di programmi di formazione per giornalisti, workshop pratici, visite guidate a servizi per la salute mentale, come i centri dove si tengono le attività delle cooperative o situazioni di aggregazione fra utenti e cittadinanza come la Casa di Tina o il Provvidone, progetti di buone pratiche (per abbattere l’ignoranza), e l’adozione di liste di parole da evitare e di alternative proposte nel vademecum. Si è suggerito inoltre di affiancare al vademecum altri strumenti di approfondimento e casi studio per migliorare la qualità del lavoro informativo.
Testimonianze personali: il senso umano del discorso
Più voci hanno ricordato storie familiari o personali — genitori, figli, amici, colleghi che hanno affrontato percorsi di cura — per ribadire che dietro ogni termine c’è una vita. Un partecipante ha raccontato come, grazie al contatto con i servizi, un familiare abbia potuto uscire dall’isolamento; un altro ha parlato della responsabilità che dovrebbe avere la comunità di lavoro nel mantenere una dignità e un ruolo sociale. Queste parole hanno spostato la discussione dalla gerarchia dei termini alla concretezza delle pratiche di cura.
Conclusione: dalla parola al progetto
Il discorso che emerge è netto: cambiare il linguaggio è una priorità pratica, parte di una strategia più ampia che include formazione, rete territoriale e politiche che riconoscano la salute mentale come questione di cittadinanza. I giornalisti possono essere alleati fondamentali in questo processo: non semplici cronisti, ma mediatori di verità e di cura. Per questo il vademecum e le proposte di formazione e incontro con le strutture sul territorio possono essere strumenti efficaci di cambiamento culturale e di salute pubblica.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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