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Informarsi sulla salute mentale su TikTok, i giovani lo fanno in modo consapevole

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni

Quello del primo ottobre 2025 presso la Sala delle Armi di Palazzo Malvezzi, che ha visto la partecipazione del Dipartimento di Psicologia dell'università, dell’Ufficio V – Ambito Territoriale di Bologna, del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Azienda USL di Bologna, della Consulta degli Studenti e delle Studentesse e di Progetto Itaca, era un tavolo con l’obiettivo di ascoltare e confrontare la voce di studenti e studentesse, di insegnanti, di genitori, di volontari, di professionisti e studiosi per poter delineare alcune linee di riflessione per la promozione del benessere nelle scuole del territorio bolognese.

socialmedia scuola
Missione riuscita, per quanto riguarda l’obiettivo della sintesi su quanto è stato fatto nelle scuole, ma nella fase di dibattito si sono manifestate le difficoltà nel comprendere le modalità dei più giovani nell’utilizzo dei social per informarsi sulla salute mentale, con i soliti interventi degli adulti dai toni educanti e allarmistici che hanno da sempre contraddistinto i rapporti fra generazioni anziane e giovani.

Dopo le restituzioni frontali da parte di tutti i relatori presenti al tavolo, noi di Sogni&Bisogni abbiamo chiesto di rivolgere alcune domande agli studenti in platea rimasti fino a quel momento osservatori. Le ragazze e i ragazzi si sono animati, nella volontà di fornire una versione conforme alla realtà su temi quali il loro rapporto con la salute mentale e il volontariato.
Innanzitutto si registra l’apprezzamento dei servizi scolastici ed extrascolastici di ascolto psicologico come lo Spazio Giovani. “Lì ho trovato un sacco di informazioni, è stato molto utile. Per esempio molte ragazze che sono mie amiche e che soffrivano di disturbi alimentari le ho indirizzate subito allo Spazio Giovani”.

Ma ci sono anche preoccupazioni riguardo comportamenti di coetanei che, alla ricerca di attenzioni, denunciano sui social trattamenti inadeguati o scorretti ricevuti in questi centri. “Ho visto un video di una ragazza che lamentava di essere stata trattata male allo Spazio Giovani. Era un video con molte visualizzazioni e con commenti che per solidarietà alla ragazza si esprimevano contro un servizio che, secondo me, se non ci fosse sarebbe peggio. Mi sono spaventata, perché in famiglia mia mamma lavora in questo ambito. Io conosco le dinamiche di questi luoghi rispetto ai miei coetanei, e sapere che i professionisti che vi lavorano non avrebbero mai visto questo video, se non lo avessi segnalato a mia madre, mi ha molto preoccupato”.

Si apre il discorso sui social media e gli effetti che hanno. Prima di tutto le generazioni più giovani utilizzano quasi esclusivamente TikTok, con qualche virata su YouTube. Ma, rispetto alla percezione catastrofista, senza appello e un po’ banalizzante degli adulti presenti in sala, i ragazzi dimostrano di sapere osservare consapevolmente ciò che fruiscono, di andare addirittura alla ricerca delle fonti per verificare la veridicità del contenuto, pur continuando a guardare contenuti fake, ma sapendo di farlo per curiosità o intrattenimento. Ci sono casi positivi che ispirano a prendersi cura di sé e che invitano a rivolgersi ai professionisti della salute.

“Ieri ho visto un TikTok di una ragazza che non mi ricordo come si chiama; era uscita da 3-4 anni da un disturbo alimentare. Ho deciso di fare una ricerca online sull'ospedale in cui era stata recuperata per vedere se quanto raccontava era vero. Si, lo era. Era vero il nome della struttura, ho verificato le dottoresse che aveva avuto in quel periodo e tutto il resto. Lei da questa esperienza ha capito che fare ritorno in un ambiente dove ha sofferto tanto non le avrebbe fatto bene. Doveva fare un passo in più rispetto a quei quattro anni che aveva passato in una struttura. È un video che ho amato tanto perché appunto dava un messaggio vero che potrebbe riguardare tante altre situazioni personali”. E poi i casi negativi, liquidati, quasi con disprezzo, in due parole: “Vedo tanti video di canali di coetanei che mostrano la loro malattia, il loro problema, con una compiacenza a volte sospetta. Preferisco i video di chi di queste brutte esperienze che sta passando riesce a mostrare gli aspetti positivi e incoraggianti”.

Uno degli interrogativi che più si pongono le associazioni è il perché di un impegno nel volontariato sempre più scarso da parte dei giovani. Glielo abbiamo chiesto, approfittando di una vasta platea di studentesse e studenti degli istituti secondari di secondo grado (le superiori di una volta...) che ormai avevano rotto il ghiaccio e intervenivano sempre più numerosi alla discussione. “Vengo da una famiglia che tiene molto al volontariato: mia mamma, ad esempio, è una volontaria della Caritas, mio papà è il presidente di un'associazione. Io ho partecipato attivamente a un’associazione di volontariato che si occupa di intrattenere i bambini ricoverati in ospedale, ma ho dovuto abbandonarla per un progetto di PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento, precedentemente noti come alternanza scuola-lavoro, NdR). Anche se in questo momento non riesco a essere volontaria, cerco di promuoverlo. Anche perché il volontariato per me è tantissimo”.

Ma non sarà che questi giovani non si dedicano al volontariato perché gli si apparecchia fin dalla scuola il loro ruolo nel mondo del lavoro? È sano pretendere tanta competizione a discapito della partecipazione civile ad attività come il volontariato che sarebbero più importanti per la formazione umana e politica di una persona?
“Anche da noi i ragazzi hanno voglia di fare il volontariato - racconta un’altra studentessa - di dare una mano, e sono sempre pronti. Noi al Minghetti organizziamo da tempo un’assemblea orientativa verso aprile e quest'anno abbiamo fatto due giornate, di cui una dedicata alle associazioni di volontariato. Personalmente ho partecipato all'organizzazione di questa giornata contattando le associazioni. Ho chiamato il presidente dell'Avis, e un Forum delle Donne che si occupa di coloro che sono state sfruttate nella prostituzione. C'era anche un gruppo che si chiama Cucine Popolari. Dal punto di vista organizzativo si costituiscono 8 gruppi di associazioni e gli studenti, organizzati a turni, girano nelle aule per dialogare con le singole associazioni. È stata più partecipata della giornata precedente, dedicata all’orientamento universitario, nonostante la presenza di professori. Penso che la ripeteremo anche il prossimo anno”.

È evidente che se si vuole rinfocolare l’impegno per il volontariato bisogna innanzitutto conoscere queste opportunità di incontro diretto coi più giovani, presentarsi, chiedere di partecipare e infine essere in grado di dialogare efficacemente allo scopo di informare in modo coinvolgente, con lo scopo di instaurare un legame solido e attivo. Bisogna, in sostanza, smettere di puntare il dito contro chi non partecipa, perché le direttive ministeriali dirottano altrove il loro impegno e la evidente e conclamata incapacità di molte associazioni nel relazionarsi con gli studenti porta e porterà sempre più a un rapido declino del volontariato.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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