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Un nuovo sguardo sulla salute mentale? La politica incontra utenti e famiglie

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni

A metà giugno una delegazione del Partito democratico ha incontrato le associazioni della salute mentale che operano all’interno della Casa di Tina a Bologna. Erano presenti per il partito di centrosinistra Antonella Di Pietro e Roberta Toschi, consigliere comunali, Anna del Mugnaio, consigliera di quartiere, e Simona Lembi, consigliera regionale. Forse è la prima volta che un partito si rivolge direttamente agli utenti e ai familiari delle associazioni per conoscere la situazione metropolitana sulla salute mentale. Di certo si è trattato di un’occasione apprezzata dai partecipanti, che si sono detti pronti ad aprire le porte a qualsiasi forza politica voglia confrontarsi con i problemi degli utenti e dei familiari.

casa di tina
Intitolato “Salute mentale - verso un nuovo sguardo”, l'incontro si è svolto con una franchezza forse inaspettata dalle ospiti, che hanno mostrato una lodevole propensione all’ascolto. Cardine dell’incontro la distinzione fra problema sanitario e problema sociale: se il primo è materia di confronto con l’Ausl di Bologna e la Regione Emilia-Romagna, le politiche sociali rappresentano una piattaforma ancora tutta da intavolare con gli enti locali, necessaria per accedere ai diritti negati agli utenti e ai familiari.

Parliamo nel solo territorio metropolitano di 20 mila utenti della psichiatria adulti, 12 mila, dato in crescita, nella neuropsichiatria infantile e più di 4 mila nelle dipendenze. “Dietro a ogni utente c'è una famiglia, ci sono degli aiuti, ci sono delle cooperative, ci sono degli insegnanti”, ha sottolineato nell’intervento introduttivo Marie Françoise Delatour dell’associazione Cercare Oltre; una realtà vasta che si autorappresenta, che ha energie esclusivamente per curare, come caregiver, i propri familiari e, ricorda Mirella Coiro dell'associazione Aitsam, anche i figli degli altri, grazie all’attività volontaria delle associazioni.

Il dato epidemiologico è enorme e in crescita, ed è stato ricordato anche dalla consigliera comunale Antonella Di Pietro. Eppure questa massa portatrice di disagi che, come ribadito da Nicola Filippi dell’Associazione Nastro Rosso e Lucia Luminasi di Il Ventaglio di Orav, altro non è che lo specchio di una società disfunzionale e di una comunità disgregata, non è stata finora presa in considerazione dalla politica. Non solo nei bisogni specifici di inclusione, ma neanche nel riconoscimento di diritti primari come la casa e il lavoro. Esistono, insomma, decine di migliaia di persone nella sola zona metropolitana che hanno più o meno gravi difficoltà nel condurre una vita autonoma e che rappresentano un paradigma di una situazione sociale destinata di questo passo a collassare, se non si interviene a partire soprattutto dai giovani nelle scuole, come sottolineato da Antonella Dolcetta di Progetto Itaca Bologna e Antonella Misuraca di Grd-Bologna.

Diritti inesigibili, si è detto. Perché ad accedere alla legge 68/99 sul collocamento mirato sono di fatto esclusivamente le persone con una disabilità fisica. “Noi dobbiamo faticare dieci volte tanto rispetto ai cosiddetti normodotati per cercare di far capire che siamo persone capaci di intendere e di volere”, spiega Roberta, utente e volontaria. “Questa cosa la dobbiamo dimostrare ogni volta per avere un ruolo nella società”. Gli utenti “non possono concorrere alle aste, per esempio, non possono fare certi tipi di concorso”, ricorda Mirella Coiro, e alla fine l’unica chance di lavoro (che è terapia e inclusione) sono “i tirocini proposti dai Centri di salute mentale, quando ci sono, presso le cooperative”. Parliamo di cifre mensili che variano dai 200 ai 400 euro al mese, 3 euro l’ora lordi, “ma va bene anche quello, perché l'alternativa è rimanere su un letto, chiusi all'interno di una casa”.

“Se uno prende un assegno di disabilità di 336 euro al mese, e si permette di fare un tirocinio formativo di 250 euro al mese, gli tolgono l'assegno di disabilità. E uno si sente veramente un verme. Quando uno perde il suo assegno di disabilità e viene chiamato dall'Inps perché si è permesso di guadagnare 200 euro al mese in più per fare un tirocinio formativo come si deve sentire?”, denuncia con franchezza Marie Françoise Delatour.

“Mio figlio lo abbiamo iscritto alle liste e dopo 15 anni non è stato ancora chiamato”. È la testimonianza di Aldo Raffaelli dell’associazione Non Andremo Mai in Tv, “perché a quelli del collocamento mirato non frega niente. Ne avranno 15 mila di richieste e forse passano quelli che soddisfano di più le aspettative. Nella bacheca ci sono delle offerte, però sono tutte fuori zona: devi avere la macchina, devi avere le patente, devi avere una professionalità e devi fare un lavoro che preveda una competenza normale. Magari non riesco ad andarci perché non ho la macchina, gli autobus non ci sono e sono tutte zone periferiche. Io le ho analizzate le offerte nelle bacheche: per i nostri non c'è spazio”.

“Sull'aspetto lavorativo - interviene Antonella Misuraca, presidente di Grd-Bologna e del Cufo - quello che mi aspetterei è che l’ente pubblico possa fare dei bandi più ampi. La partecipazione a una selezione per un posto pubblico spesso prende in considerazione solo situazioni intellettive stabili e conoscenze alte. E questa è una lacuna, perché si chiedono delle prove che a volte non possono essere superate”.

Viviamo in una società basata sulla competizione che ha come coordinata principale il tempo: ed è sempre più veloce. Quella del lavoro è una crudele selezione darwiniana che teme le disfunzioni soprattutto perché le immagina come portatrici di caos e (cattiva coscienza manageriale) crede di non essere in grado di governarle. Antonella Dolcetta, con un passato imprenditoriale, racconta che è possibile costruire un’identità della persona con fragilità psichiatriche più aderente alla realtà, ed è chiaramente uno sforzo culturale che va fatto dentro le aziende, presso i dirigenti: “Io personalmente sono contraria alle quote, ma in questo caso credo sarebbe sacrosanto, come è stato sacrosanto prevedere le quote rosa nei consigli di amministrazione delle società pubbliche; che si faccia altrettanto per le persone con fragilità”.

Forse succede persino di peggio con il diritto alla casa. Le strutture sanitarie intensive sono diventate parcheggi per utenti che non hanno dove andare, con un costo pubblico giornaliero di mantenimento onerosissimo e una condizione che porta di fatto a un ritorno alla istituzionalizzazione psichiatrica. Ci si chiede come la politica progressista non comprenda che questa soluzione di emergenza contraddice quanto conquistato dalla legge 180 e crea diseconomia, quando sarebbe giusto rendere più accessibile l’edilizia popolare per le persone indigenti con disturbi mentali, che si trovano fra l’altro schiacciati nella vergognosa lotta tra poveri che vede protagoniste altre fasce in grave difficoltà, come le famiglie di migranti e gli anziani soli.

Nell’incontro da parte delle voci delle associazioni vengono proposte delle alternative. Il cohousing, possibilmente misto fra utenti e non, l’esperienza delIo Iesa, che si rivolge a famiglie o single disposti ad accogliere un utente in casa, o l’idea di Giovanni, utente, che immagina “luoghi dove, in un tempo lasso e disteso, la gente possa iniziare a vivere come tutti noi vorremmo, potendo mettere a disposizione mani e cuori per tornare alla vita sociale. Un luogo dove si abbia la possibilità di crescere, di curarsi a vicenda i propri disturbi, le proprie fatiche, le proprie ferite, le proprie incomprensioni, le proprie mancate crescite, le proprie pietre di inciampo. Dove il tempo passi senza frenesie”.

Nella città delle contraddizioni fra bolla immobiliare e politiche di rigenerazione, dei nuovi progetti edilizi non abbastanza popolari e dell’esodo del ceto medio impoverito verso la provincia, il percorso è tutto in salita, a meno che l’amministrazione non solo prenda atto del problema numericamente importante della salute mentale, ma predisponga almeno una fetta del nuovo costruito e del vuoto rigenerato alla fascia delle persone con disturbi mentali sotto la soglia di povertà.

Queste sono solo alcune delle problematiche concrete sollevate dagli utenti e dai familiari durante un incontro intenso durato tre ore. Si ribadisce il ruolo fondamentale degli amministratori degli enti locali per occuparsi dal disagio mentale dal punto di vista sociale, per lottare contro lo stigma e per dedicare una quota delle risorse del Fondo per le disabilità anche alle disabilità mentali che adesso non vengono prese in considerazione.

Alla fine dell’incontro cogliamo un’attenzione da parte delle ospiti del Pd ad attivare quantomeno canali di partecipazione attiva e propositiva dedicata anche alla voce degli utenti, purché questa non sia limitata a situazione considerate asfittiche, come alcune consulte esistenti da anni e ormai svuotate di ogni efficacia, ricorda Lucia Luminasi. Integrato con ulteriori incontri con le associazioni, quello che si è svolto alla Casa di Tina può essere l’inizio di un percorso interessante che cerchi di dare le prime risposte alle tante domande poste dagli utenti e dalle famiglie della salute mentale.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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