di Chiara Ghelfi, redattrice di Sogni&Bisogni
Nel contesto della salute mentale, il concetto di recovery ha da tempo rivoluzionato il modo di intendere il benessere psicologico: non più solo assenza di sintomi, ma un percorso personale verso una vita significativa, nonostante la presenza di eventuali fragilità. In questa cornice si inserisce il modello dei Recovery college, centri di apprendimento aperti a tutte le persone interessate a intraprendere un cammino di crescita e consapevolezza.

Ma chi rende possibile questo percorso? Una figura centrale è quella del facilitatore (peer advocate), un professionista che accompagna i partecipanti in un'esperienza formativa fondata sulla parità, sulla condivisione e sull'empowerment. Poiché il modello Recovery College sostiene l’idea che le persone con un passato di salute mentale siano le migliori esperte del loro disturbo, è utile che nei corsi recovery ci siano più facilitatori con diverse esperienze.
Tra gennaio e febbraio è stato organizzato all’interno del progetto “Ci vuole una città: la Recovery a Bologna” un corso dal titolo “Diventare facilitatori: Approfondimento e formazione sulla funzione di facilitatore all’interno dei corsi del Recovery College”. Uno dei conduttori a questo corso è stato Michele Filippi che, a partire dall’esperienza dell’associazione L'Arco – Corrispondenze per la recovery, ha fornito indicazioni utili e pratiche su come poter facilitare al meglio i corsi Recovery college. Un obiettivo molto importante dei corsi è quello di realizzare un esperienza di costruzione partecipata (questo è un potentissimo fattore di recovery). “Partecipare a qualcosa significa confrontarsi su storie di vita in maniera aperta e pubblica. Portare l’esperienza di malattia fuori dal campo medico e farla uscire dal campo della vergogna”, dice Filippi.
Il facilitatore non è un insegnante in senso tradizionale. Il suo compito non è trasferire conoscenze, ma creare uno spazio in cui sapere accademico ed esperienza vissuta possano incontrarsi. Nei Recovery College, infatti, la co-produzione è uno dei pilastri fondamentali: ogni corso è co-progettato e co-condotto da un esperto per formazione (ad esempio, un operatore della salute mentale) e un esperto per esperienza (Esp, Esperto in supporto tra pari, una persona che ha vissuto un percorso di recovery). Il ruolo del facilitatore è quindi molteplice: promuove un clima di fiducia, accoglie la diversità dei vissuti, favorisce la partecipazione attiva e stimola la riflessione individuale e collettiva. Ogni incontro è un’occasione per scoprire nuovi strumenti, ridefinire le proprie narrazioni e rafforzare la propria autodeterminazione.
Essere facilitatore in un Recovery College significa anche imparare continuamente: da sé stessi, dal gruppo, dalle esperienze condivise. È un ruolo che richiede ascolto, empatia, capacità di gestione delle dinamiche di gruppo, ma soprattutto una profonda fiducia nelle potenzialità delle persone.
In un tempo in cui la salute mentale è sempre più al centro del dibattito pubblico, il Recovery College rappresenta un’alternativa concreta e trasformativa. E i facilitatori ne sono l’anima viva: artigiani di relazioni, catalizzatori di cambiamento, compagni di viaggio nel percorso verso il benessere.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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