di Maria Berri, redattrice di Sogni&Bisogni
Nella sala gremita della biblioteca Minguzzi-Gentili di Bologna, il 4 marzo scorso, è stato presentato il libro dal titolo “Sono schizofrenica e amo la mia follia” di Elena Cerkvenič (Meltemi 2024 - collana 180. Archivio critico della salute mentale). L'evento, che fa parte del gruppo di lettura “Cambiamenti” nell’ambito del Festival della Rete “Specialmente in Biblioteca”, ha avuto come promotrici la Biblioteca della salute mentale e delle scienze umane Minguzzi-Gentili, quella della Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna e quella di Psicologia “Silvana Contento”– Alma Mater Studiorum Università di Bologna.

L'incontro, introdotto da Bruna Zani, presidente dell'Istituzione G:F. Minguzzi, ha consentito all'autrice di dialogare con Caterina Bruschi, psichiatra Responsabile del Centro di salute mentale Savena - SantoStefano Azienda Usl di Bologna; con Lucia Luminasi, vicepresidente del Cufo di Bologna, con Claudia Antonini coordinatrice del gruppo di lettura e con il pubblico presente in sala.
Elena Cerkvenič, nata e vissuta a Trieste, di origini slovene, ha elaborato il testo nel 2022 sotto forma di diario per offrire una testimonianza sulla sua condizione di persona con schizofrenia. Il libro consta di 126 pagine, presenta una prefazione a cura di Francesca De Carolis che interroga Elena sulla motivazione e il bisogno di rendere pubblica la sua storia. E una postfazione, a cura dello psichiatra Peppe Dell'acqua che ha introdotto Elena nel gruppo Articolo 32 per rispondere al desiderio di maggiore conoscenza dei servizi e delle leggi inerenti la salute mentale. La lettura del libro scorre velocemente ed evidenzia i dettagli minuziosi della quotidianità della scrittrice procurandole piacere e uno stato di benessere. Nel libro racconta Cerkvenič come abbia impiegato un lunghissimo percorso di consapevolezza rispetto alla diagnosi.
L'autrice inizia a ripercorrere i momenti salienti inerenti la sua fragilità mentale, identificandosi con essa. L'insorgenza del suo male è avvenuta in Germania a Monaco di Baviera, mentre stava frequentando un corso di perfezionamento, all'epoca era insegnante di tedesco. Fu così che venne ricoverata nel “terribile” ospedale psichiatrico di Haar. La sua “follia” si presentò all'improvviso, all'inizio degli anni '90. Bruscamente crollarono tutti i suoi sogni, le sue ambizioni e i suoi progetti. Col tempo però, spiega Cerkvenič, man mano che acquisiva consapevolezza riusciva a liberarsi da una connotazione negativa e autostigmatizzante, riconoscendosi come persona. La sua realtà di schizofrenica/bipolare non ha intaccato minimamente la sua individualità riuscendo a riconoscersi qualità e talenti di donna attiva, creativa e con molte opportunità. È servito un lungo lavoro, suo sicuramente, ma anche dei servizi, per arrivare a ottenere risultatati positivi.
“Non è stato sempre semplice”, dice Elena Cerkvenič nel suo intervento. “Ho potuto sviluppare tali possibilità grazie alla rete di servizi integrati che gradualmente mi hanno abituata all'utilizzo dei farmaci, cosa che prima rifiutavo. Ho ricevuto stimoli opportuni dalla comunità che ha creduto in me e mi ha incoraggiata”. In questo tragitto Elena si è interfacciata con le associazioni della città e le biblioteche con le quali collabora da 10 anni, organizzando eventi culturali: “Si son presi cura della mia persona in maniera gentile e coerente rispettandola - evidenzia Cerkvenič - e soprattutto grazie a Franco Basaglia e al gruppo di psichiatri e operatori che hanno lavorato con lui sono riuscita a rivendicare gli stessi diritti di qualsiasi altro cittadina/o del nostro Paese: il diritto di poter avere una famiglia, un lavoro, un figlio che hanno contato per me più di qualsiasi carriera”.
Molte le curiosità sorte tra i presenti che hanno dato origine a un vivace dibattito. Tra le domande: “Cosa pensi dello stigma e dell'autostigma?” L'autrice risponde che nutriva forti sensi di colpa e si chiedeva perché fosse toccato proprio a lei: “Ho provato una sensazione di inadeguatezza e di vergogna per molti anni, ma sapevo che superato questo mio atteggiamento personale di autostigma sarei riuscita anche a essere accettata dagli altri. Adesso convivo con la mia malattia”.
Un'altra domanda riguarda la sua esperienza come peer. “Ho avuto un ruolo, risponde l'autrice di peer support (persona che ha vissuto l'esperienza e che sostiene chi ha maggiori difficoltà) nei 4 Csm di Trieste e per me è stata una esperienza fondamentale perché tale ruolo mi ha dato gli strumenti per essere più forte, imparando ad ascoltare i silenzi, a riflettere sulle parole anche di persone che non vivono tali problematiche, Questa attività è diventata una mia filosofia di vita”.
Lucia Luminasi nel suo intervento coglie le parole chiave del diario: ricordi e comunicazione. Elena Cerkvenič precisa che la comunicazione è importante e quando si crea il silenzio in famiglia per mancanza di dialogo, esso diventa assordante.
“Credo molto nel cambiamento - prosegue l'autrice - tutto è in evoluzione. Sono molto ottimista per la creazione di una relazione più comunicativa e efficace all'interno della mia famiglia. Ho molta fiducia in me stessa e nelle capacità di mio marito e di mio figlio.Con mio figlio, che ora ha 28 anni, avevo creato un muro di vetro, ma con il tempo e grazie all'aiuto degli operatori sanitari, ho instaurato un rapporto amorevole e saldo, senza sensi di colpa. Per quanto riguarda la memoria ho difficoltà a ricordare, ma annoto tutto e ho accettato anche questo mio handicap". Quindi altra parola chiave è accettazione”.
L'autrice ringrazia lo psichiatra Peppe Dell'Acqua che le ha reso possibile la partecipazione alle conversazioni di filosofia, aiutandola a correggere alcune espressioni come ad esempio “Io sono ricoverata in ospedale”, che Peppe Dell'Acqua trasforma la frase in “Io sono stata accolta qui per alleviare la mia sofferenza”.
“Il consiglio che mi sento di dare a chi sta male - conclude Cerkvenič - è ascoltare la musica, uscire di casa, fare due passi e scambiarsi il saluto per interagire con le persone che si incontrano abitualmente, Tutta questa mia forza è stata la molla per essere quella che sono oggi: una donna realizzata nel suo lavoro circondata dall'importante supporto e affetto dei suoi cari”.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
presso Istituzione Giancarlo Minguzzi
Via Sant'Isaia, 90
40123 Bologna
Codice Fiscale: 91345260375
email: redazione@sogniebisogni.it