di Chiara Ghelfi, redattrice di Sogni&Bisogni
A dicembre e gennaio al Centro Tasso di Bologna e al Centro polifunzionale di Casalecchio di Regno si sono svolti due workshop sui "luoghi per la recovery" che, a partire dalle esperienze in corso in spazi istituzionali, informali, case della comunità, coinvolge dal 2022 Dipartimento di Salute Mentale dell'Ausl di Bologna, Città Metropolitana, Università, distretti socio-sanitari, associazioni, cooperative e cittadini in un percorso di promozione del benessere e della salute della comunità, fondata sulla valorizzazione e la messa in sinergia di risorse e opportunità sociali, culturali, relazionali, associative presenti sul territorio.
Il workshop al Centro polifunzionale di Casalecchio di Reno
I due centri, gestiti rispettivamente da AssCoop e Il Martin Pescatore, sono stati individuati come poli sperimentali per la recovery, per questo motivo la redazione di Sogni&Bisogni ha incontrato Bianca Nardi, project manager per il Recovery College, per capire com'è nata la recovery e come si sta evolvendo all’interno della città metropolitana di Bologna.
A tre anni dall’inizio del recovery college ci puoi fare un quadro della situazione attuale e di come si è evoluto?
Il Recovery College è nato nel 2022 grazie al coinvolgimento di alcuni operatori del servizio. Tutto è partito con delle giornate di formazione, arricchite dagli interventi dei colleghi di Brescia, che hanno dato una bella spinta al progetto. Da lì in poi, la pratica della recovery si è diffusa sempre di più all’interno dei servizi: sempre più operatori hanno iniziato a farne parte e ad applicarla nel lavoro quotidiano. Oltre a crescere dentro ai servizi, si sta espandendo anche all’esterno. In questo momento, si stanno portando avanti diverse iniziative, come la creazione di un polo dedicato al Recovery College in ambito universitario, lo sviluppo di corsi più incentrati sul concetto di benessere generale (e non solo sulla salute mentale) all’interno della Casa della Comunità, e attività negli Spdc (i Servizi psichiatrici per la diagnosi e la cura) e alla Casa degli Svizzeri. Un altro tema importante su cui si sta lavorando è la retribuzione degli Esperti nel supporto tra pari che hanno collaborato al progetto nell’ultimo anno e per quelli che lo faranno in futuro. Su questo fronte, il Recovery College di Bologna è decisamente all’avanguardia rispetto al resto d’Italia, dove questa pratica è ancora poco diffusa e c’è molta incertezza su come implementarla. Infine, un passo fondamentale per il futuro è avere degli spazi fisici dedicati alle attività di recovery, e in questo senso il Centro Tasso e Margotti rappresentano un'opportunità preziosa per consolidare il progetto.
Com'è nata la proposta di coinvolgere il centro Tasso e il centro polifunzionale Margotti come spazi di co-progettazione?
Il Recovery College è nato con una struttura diffusa su tutto il territorio, vista l’ampia estensione dell’area bolognese. Da un lato, questo permette di adattare l’offerta formativa ai bisogni e agli interessi specifici delle persone di ogni quartiere, rendendo il tutto più accessibile. Dall’altro, però, la mancanza di sedi di riferimento può creare un po’ di confusione. Per questo, fin dall’inizio si è pensato di trovare spazi dedicati, che potessero diventare veri e propri punti di riferimento per il progetto e per chi ne fa parte. Dopo un’attenta ricerca, gli spazi di via Tasso e via Margotti sono stati individuati come i più adatti e quindi scelti per ospitare le attività del Recovery College.
Quale sarà il ruolo del Centro Tasso e del Centro polifunzionale Margotti all’interno del Recovery College?
I due centri avranno il compito di accogliere tutte le attività legate alla recovery organizzate in città. Non solo corsi, ma anche incontri, eventi e, soprattutto, le persone che vivono il progetto in prima persona. L’idea è quella di creare spazi aperti, accessibili a tutti, dove chiunque sia interessato possa entrare, trovare un punto di riferimento, informarsi sul progetto e magari intraprendere il proprio percorso di recovery.
Come pensi che il Recovery College possa evolvere nei prossimi anni?
Penso sia davvero importante che la recovery diventi un approccio sempre più condiviso all’interno dei servizi. Serve un vero cambiamento nella cultura organizzativa, e la recovery può essere la chiave per spostare sempre di più il focus da un approccio medico a uno educativo. L’idea non è semplicemente “curare” una malattia, ma aiutare le persone a stare meglio nella loro vita, considerando tutti i fattori che influiscono su di loro: sociali, economici, ambientali. Oltre a diffondere questa visione tra gli operatori, credo sia fondamentale che il Recovery College diventi sempre più conosciuto in città. Tutti dovrebbero sapere che esiste la possibilità di prendersi cura del proprio benessere in modo gratuito, partecipando ai corsi.
A tre anni dall’inizio di questo percorso quante persone hanno partecipato ai corsi Recovery?
Riporto i dati analizzati da Lorenzo Guidelli Guidi, collaboratore Unibo, che risalgono allo scorso dicembre: il totale dei partecipanti è di 1.600 persone, e tra questi 380 (circa il 23%) hanno preso parte a più attività. Il rapporto tra utenti e caregiver è di 5 a 3. Guardando le fasce d’età, 1 partecipante su 4 ha tra i 18 e i 35 anni, ma il gruppo più numeroso è quello tra i 50 e i 65 anni, che rappresenta il 42,5% del totale. Un dato interessante è la crescita della partecipazione cittadina: nel 2023 il 63% dei partecipanti veniva dalla città, mentre nel 2024 questa percentuale è salita all’83 per cento.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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