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Le storie che si intrecciano nei gruppi appartamento. L'esperienza del Martin Pescatore

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Chandra Signorile, redattrice di Sogni&Bisogni

Dal 2018, la cooperativa Il Martin Pescatore ha preso in gestione due appartamenti nel quartiere San Ruffillo di Bologna, rivolti a persone seguite dai servizi di salute mentale del territorio e in uscita da altri percorsi.

gap martino
La zona viene scelta dopo un’attenta riflessione. Questo è infatti un quartiere ben collegato grazie alla stazione e ai numerosi autobus che attraversano tutta la città. È un territorio che offre una vasta scelta di negozi, supermercati, farmacie, che soddisfano le necessità quotidiane dei residenti. Tale contesto è stato pensato per facilitare gli abitanti verso una maggiore integrazione sociale, che passa attraverso l’ampliamento dei legami con la comunità locale e con gli altri residenti dei condomini. Tecla Bellucco, la coordinatrice del gruppo appartamento (Gap), racconta di “attenzioni che emozionano, come la signora dell’ultimo piano che porta dolciumi per le festività natalizie tutti gli anni”.

A entrambe le case, situate in due palazzi a pochi civici di distanza, si accede da un bel giardino condominiale. Gli spazi comuni sono molto ampi, pensati per favorire la quotidianità condivisa di chi quegli spazi li vive tutti i giorni. Negli uffici degli educatori, invece (uno per appartamento) ci sono le terapie di chi ne ha bisogno e i computer su cui si lavora per la burocrazia legata a questa formula abitativa. La disposizione degli spazi riflette i valori che si perpetrano nella casa. “L’ufficio collocato in uno spazio più raccolto, è simbolo della funzione degli educatori: un aiuto che resta sullo sfondo, pronto a intervenire quando necessario, ma sempre nel rispetto dell’autodeterminazione e della crescita personale degli abitanti”, aggiunge Bellucco. Qui, le persone sono al centro, e ogni elemento, dalle stanze alle aree comuni, è pensato per sostenerle nel loro cammino verso l'autosufficienza, nell’intento di creare una vera comunità in cui ognuno possa sentirsi protagonista della propria vita.

L’educatore in turno arriva alle 8 del mattino, alcune persone escono prima per impegni lavorativi o per i tirocini, e per chi è ancora a casa quello è il momento della sveglia. Per l’ora di pranzo chi può rientra; a turno ognuno cucina per gli altri seguendo un menù deciso nella riunione settimanale che tiene conto delle esigenze di tutti. Ogni giorno sono stabiliti anche i turni di pulizie e attività di riordino. Tutti sono coinvolti e invitati a partecipare attivamente alla vita della casa, “una delle finalità del gruppo appartamento è proprio quella di sostenere le persone nell’acquisizione e/o nel consolidamento di competenze relative alla gestione domestica”, spiega la coordinatrice. Durante la riunione settimanale si parla di come è andata la settimana “se sono emerse criticità e dell’aspetto progettuale e si organizzano eventuali uscite da fare insieme. A volte ragioniamo anche sulla possibilità che possa essere uno di loro a fare da facilitatore del gruppo; a volte è un momento per ribadire le regole necessarie alla convivenza”. Ci sono tre gruppi di persone che fanno la spesa in più completa autonomia, facendosi anche fare le fatture necessarie.

I due appartamenti, ognuno con 6 posti, sono inseriti nell’accordo quadro del Dipartimento di salute mentale di Bologna. L’ingresso all’interno del Gap avviene di solito grazie alla coprogettazione delle équipe dell’abitare con gli educatori della cooperativa, la persona interessata e il Centro di salute mentale. Un’eventuale compartecipazione economica dell’ospite è concertata con l’assistente sociale. Per ognuno vengono cocostruiti dei percorsi personalizzati che comprendono tempistiche differenti. “C’è sempre tanta richiesta per i Gap e ci si interfaccia con il team Abitare che ha la mappatura di tutti gli appartamenti”.

I due Gap in zona San Ruffillo sono a media intensità educativa: gli operatori sono presenti per 12 ore al giorno, sempre diurne, compresi i giorni festivi. La notte è sempre un momento complicato, gli ospiti hanno un numero telefonico che possono chiamare in caso di necessità, “la frequenza con cui si ricorre alla reperibilità passa attraverso il lavoro che si fa nelle ore diurne, non è uno strumento che può essere utilizzato per fare due chiacchiere nella solitudine della notte – racconta Bellucco - Gli ospiti si supportano anche tra di loro, ognuno ha capacità diverse da mettere in campo e integrare. Le relazioni tra ospiti e con gli educatori sono la base ”.

Lo sforzo degli educatori è quello di sostenere le persone nel darsi degli obiettivi raggiungibili e nel perseguirli con determinazione. Il lavoro di rete è fondamentale, gli educatori si relazionano con gli enti presso cui gli ospiti fanno i tirocini, con l’area socialità, con i referenti dei Csm, con gli amministratori di sostegno, qualora presenti e con le famiglie delle persone. In questi appartamenti si incontrano persone che a volte non hanno mai avuto la possibilità di apprendere determinate competenze, altre volte c’è chi crede di non potercela fare. Anche le piccole cose quotidiane sono legate all’autostima e al senso di autoefficacia che nutrono il nostro nucleo identitario.

La media dell’età è 45 anni, la redazione ha incontrato una dei residenti, Francesca. Arrivata un paio di anni fa da una comunità, racconta di aver avuto delle difficoltà iniziali e di aver discusso spesso con gli educatori, ma che dopo un po’ di tempo la situazione è migliorata. Francesca vive in camera doppia e dice di trovarsi bene con la sua coinquilina, ognuna ha i propri impegni e ogni tanto si sta insieme. Sta facendo un tirocinio formativo, restaura mobili, “sono contenta di poter fare un lavoro creativo, non sai mai cosa aspettarti”.

Sulla porta della sua camera è affisso un cartello su cui Francesca ha scritto: “Sto recuperando tutti i pisolini che ho perso all’asilo”. Ci spiega che è un modo ironico per dire ai coinquilini di lasciarla dormire al pomeriggio. “Prima della mia compagna di stanza attuale, c’era una signora che veniva sempre a svegliarmi quando aveva problemi con il telefono e la mandavo dall’altro coinquilino, quindi ho appeso quel foglio e finalmente recupero un po’ di sonno”.

Non c’è un tempo predefinito di permanenza nel gruppo appartamento, periodicamente educatori e servizi si incontrano per ridefinire eventualmente gli obiettivi e parlare della progettualità. A volte le persone alla fine del percorso passano in gruppi appartamento con una minore intensità educativa, tornano in famiglia o vanno a vivere in autonomia. “In questi casi, quando è possibile, si cerca di attivare dei progetti di transizione per sostenere le persone nel corso di un rientro graduale in casa – conclude Bellucco - Talvolta vengono anche attivati dei progetti Iesa. Dopo le dimissioni dall’appartamento con alcuni si riesce a mantenere i contatti e creare delle occasioni comuni di condivisione”.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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