di Chiara Ghelfi, redattrice di Sogni&Bisogni
A pochi minuti dal centro storico di Bologna, in via Zanardi, c'è uno dei gruppi appartamento gestiti dalla cooperativa sociale Asscoop. Musi, questo il nome del gruppo, è al secondo piano di una bella palazzina dalla facciata color ocra e oggi è la casa di Matteo, Cristina, Giovanni e Martina. Insieme a loro, lo scorso autunno, la redazione di Sogni&Bisogni ha incontrato anche Francesca Mazzanti e Marco Di Colangelo, gli educatori di Asscoop che li affiancano nel percorso verso l'autonomia e che, davanti a un caffè, hanno raccontato come si accede a un gruppo appartamento.

Foto di Ron Hoekstra da Pixabay
Matteo vive in via Zanardi da febbraio del 2020, “due giorni prima che chiudessero tutto per il covid”, precisa. Cristina è nel gruppo da poco più di un anno, dal novembre 2023. Giovanni e Martina sono gli ultimi arrivati, il primo in agosto 2024 e la seconda qualche settimana prima della visita di Sogni&Bisogni. Tutti sono arrivati nel gruppo appartamento in seguito a una valutazione del team residenziale presente all'interno del Dipartimento di salute mentale dell'Ausl di Bologna che si occupa dell'inserimento delle persone seguite dai servizi in percorsi di abitare supportato. “In base alla mappatura degli appartamenti sul territorio e alla disponibilità dei posti, il team valuta in quale gruppo può accedere una persona – spiega Mazzanti – A quel punto viene inviata la richiesta e organizzato un incontro per stabilire la fattibilità di una convivenza”. Al di là delle competenze e delle necessità di chi entra, il primo fattore da valutare è infatti la compatibilità con le altre persone che vivono nell'appartamento.
“Non sempre riusciamo a rispettare i bisogni individuali perché non si può scegliere dove andare – continua Mazzanti – e può capitare che, all'inizio, ci siano delle incompatibilità. La condivisione degli spazi però costringe le persone a mettere in campo risorse, a imparare a mediare, e se subito questo può sembrare un limite dei gruppi appartamento, alla fine può anche diventare positiva”. Una volta entrati non ci sono scadenze, anche se come ha raccontato Francesca Mazzanti, “l'obiettivo è far sì che le persone stiano il meno possibile e riacquisiscano la propria autonomia”.
Il gruppo appartamento Musi è uno dei tre ad alta intensità educativa e assistenziale gestiti da Asscoop, gli altri sono Giardino e Neruda che si trovano in zona Savena Mazzini. Alta intensità significa che nella casa è presente un educatore o un Oss che turna sulle 24 ore, oltre al coordinatore. Sono appartamenti misti, per adulti, con sei posti, in genere in camera doppia. “Le persone per cui viene richiesta l'alta intensità sono quelle che non possono stare a casa da sole perché soffrono molto la solitudine o perché hanno perso i loro punti di riferimento o se si è sgretolata la loro vita di coppia o in famiglia”, spiega Mazzanti.
Alla sera gli abitanti del gruppo Musi possono stare fuori fino a mezzanotte, alcuni di loro hanno mantenuto la propria vita sociale e di relazione al di fuori dell'appartamento, e la presenza dell'operatore nelle ore serali o di notte può essere importante perché svolge una funzione di controllo e di sostegno se chi è fuori si trova in difficoltà, racconta Di Colangelo. A casa invece può capitare che le persone si sveglino di notte e la presenza di un operatore può essere tranquillizzante. “A volte ti svegli con gli incubi e i brutti pensieri – dice Martina, la più giovane del gruppo - ed è importante avere qualcuno pronto ad ascoltarti, con cui sfogarsi. Una persona che non chiama subito il 118 per mandarti in ospedale ma ti ascolta e ti accoglie nel momento del bisogno”. Spesso, però, nel gruppo si sviluppa un clima di solidarietà, al di là della presenza degli educatori e del coordinatore, si crea una relazione tra le persone che vivono insieme che le porta a sostenersi l'una con l'altra.
Asscoop gestisce altri tre appartamenti: Casaralta è H12 cioè a media intensità educativa e assistenziale in cui l'operatore è presente dal lunedì al venerdì ma sono nelle ore diurne, mentre gli altri due in zona Navile e San Donato sono H6 cioè a bassa intensità e chi ci abita contriuisce alla gestione in base alle loro entrate, assegno sociale o altro, un modo per responsabilizzarle. “Negli appartamenti H12 le ore notturne sono gestite dagli stessi abitanti che fanno una formazione precisa per riuscire ad affrontare le situazioni che si possono verificare in casa quando non c'è l'operatore, anche se sanno che questo è sempre raggiungibile al telefono – spiega Mazzanti – Più si riduce la copertura educativa e assistenziale, più la combinazione delle persone inserite è importante per riuscire a mantenere basso il livello di conflittualità”.
Nei gruppi appartamento uno degli aspetti più importanti è la cura della casa, la quotidianità, e quindi pulire, lavare i piatti, riordinare la propria stanza. Attività che per alcuni sono già consolidate ma che altri devono imparare da capo o riabituarsi a farle, come nel caso di Cristina. “Sono stata ricoverata a lungo e ho perso molte delle abilità necessarie per gestire una casa, come far da mangiare e pulire – racconta Cristina – Se fossi rientrata a casa mia, una volta uscita, sarei stata da sola perché io e il mio compagno ci siamo lasciati. Qui invece quando torno a casa trovo sempre qualcuno con cui fare due chiacchiere, ci aiutiamo per fare da mangiare, sono cose che riempiono il proprio tempo”.
I servizi del Centro di salute mentale continuano a essere presenti anche dopo che la persona è entrata in uno dei gruppi appartamento: dopo un primo mese di osservazione, vengono definiti gli obiettivi individuali e ogni sei mesi si fa una verifica di quelli raggiunti ed eventualmente viene ridefinito il progetto. “Siamo sempre attenti al cambiamento – aggiunge Mazzanti – L'obiettivo non è restare qui per tutta la vita, ma è cercare di trovare il massimo che, a volte, è solo qualcosa in più e non necessariamente significa andare a vivere da soli. Può capitare, ad esempio, che la persone riesca a ritornare nella famiglia di origine. Quello che manca, però, è la sostenibilità economica: i tirocini formativi non garantiscono un sostentamento e le assunzioni sono molto faticose”.
Il futuro per gli abitanti del gruppo appartamento Musi è incerto. Prima di essere ricoverata Cristina aveva un tirocinio formativo alla biblioteca di San Pietro in Casale, dove oggi fa la volontaria per due giorni alla settimana, “sono arrivata da poco, ho un appartamento mio, ma per il momento non penso al futuro”. Martina ha smesso di andare a scuola perché non stava bene e adesso è in attesa di un tirocinio per addetta alle vendite, “ho bisogno di avere un po' di indipendenza economica”, dice. Matteo faceva l'impiegato, ma quando la ditta per cui lavorava è fallita è rimasto a casa, tirocini non ne ha mai fatti ma collabora con la rivista Il Nuovo Faro, anche per distribuirlo, e scrive poesie, ma per quanto riguarda la casa non vede alternative: “Sto bene qui, non vedo perché dovrei cambiare. Stare qui è un aiuto sicuro, mi sento protetto”. Giovanni lavora alla cooperativa Copaps di Casalecchio di Reno dove si occupa di agricoltura. “Il futuro? Sabato prossimo vado a mangiare da mio fratello”.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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