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“Venite a incontrare chi ha disturbi mentali”. L'invito agli accademici del progetto Sacred

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni

“Pur essendo malato, ho ancora fatto dei piccoli quadri a memoria dei ricordi del nord, che vedrai più tardi; ora ho appena terminato un angolo di prateria piena di sole, che mi sembra abbastanza vigoroso. Presto lo vedrai”.

Iris Van Gogh          Iris di Van Gogh

Lo scorso 24 gennaio, in via Zamboni 38 a Bologna, un consesso di professori e ricercatori di semiotica, filosofia e uno psichiatra hanno sentenziato che il rapporto follia-creatività è uno stereotipo. Lo studio, durato due anni e finanziato con olte 110 mila euro dal progetto SACre-D cioè "Schizofrenia, autismo e il mito della creatività. Una prospettiva interdisciplinare sull'espressione psicopatologica e la sua digitalizzazione", promosso da Unione Europea, ministero dell’Università e della Ricerca e Italia Domani, ha come obiettivo cancellare lo stigma di chi, folle, si sente chiamare impropriamente genio.

Sono stati analizzati film in cui alcuni celebri matti vengono rappresentati nel cogliere i migliori frutti della loro opera nel bel mezzo di crisi psicotiche o fissazioni autistiche. Ma è una rappresentazione di derivazione romantica, spiegano gli studiosi, non rispondente alla realtà. Si è detto che chi soffre è troppo impegnato a soffrire per dedicarsi ad altro e che da quella sofferenza caotica non può nascere nulla di buono. La creatività è frutto di metodo e studio, la si impara nelle accademie e nelle scuole specializzate; l'arte irregolare, si diceva un tempo, sarebbe meglio non mescolarla con l'arte ufficiale, se così si può dire, perché farebbe deragliare alcuni significati e peculiarità che nel simposio mi sembra non siano state approfondite. In realtà si è poi detto nel pomeriggio che le opere di Alberto Giacometti assomigliano in modo stupefacente a quelle di alcuni pazienti reclusi nei manicomi.

Poi si è parlato molto di intelligenza artificiale, ma con un linguaggio talmente complesso da risultare spesso oscuro. Solo dopo è giunto il sospetto che l'argomento intelligenza artificiale, che ha spiazzato alcuni invitati, fosse contrapposto alla demenza reale, quella tipica dei matti, ma questa è solo una supposizione un po' maliziosa per giustificare un collegamento che ci sfugge. Qualche familiare e qualche operatore della salute mentale hanno provato a protestare garbatamente ricordando che non c'è nessuno stigma associando arte a follia, nessuno si offende, anzi. Inoltre la condizione del disagio mentale ha una sua dignità e alcune peculiarità che andrebbero valutate attentamente. A me è venuto da dire che inoltre un matto è matto sempre, glielo dice la diagnosi, a prescindere dai momenti di crisi e quelli di sollievo, e la follia anche se si manifesta tardivamente ha radici profonde nel tempo e nella vita. E quindi un artista rimane artista sempre, quando pare stare bene e quando sta male.

“La paura della follia mi sta passando molto vedendo da vicino chi ne è affetto, come in seguito è assai probabile che lo sarò anche io. Prima provavo repulsione per queste creature, ed era triste per me dover pensare che tanti, nel nostro mestiere, erano finiti così. Beh, ora penso a tutto ciò senza timore, cioè non mi sembra più atroce che se quelle persone fossero morte di qualcos’altro, di tisi o di sifilide, per esempio”.

Una ricerca basata su wikidata, cioè un database composto da biografie degli artisti raccolte in rete, restituisce scarsi episodi di creativi con disturbi mentali, nonostante siamo molte le diagnosi non dichiarate, a causa di censure e autocensure per non alimentare lo stigma. Abbiamo scoperto che le lettere dei pazienti manicomiali erano sconnesse, incomprensibili, anche se i familiari presenti hanno invitato a interpretare il linguaggio apparentemente misterioso dei malati mentali più gravi come pieno di significati di carattere politico, scientifico, mistico, sicuramente intuitivi e decisamente creativi.

Si è detto che Vincent Van Gogh era matto, sì, ma estremamente colto e razionale, lo si desume dalla sua arte e dai carteggi, e che tutto questo non può essere stato prodotto nei momenti di disagio. Van Gogh entra nel manicomio di Saint-Rémy-de-Provence nel 1889 per sua volontà, un trattamento sanitario volontario dell’epoca, rimanendovi un anno circa. Era terrorizzato dalla sua condizione che lo portava ad allucinazioni uditive, crisi di collera e logorrea. A Saint-Rémy ci rimarrà per un anno con la concessione di potere dipingere. Produrrà 143 opere d'arte fra le quali alcuni dei suoi più famosi capolavori, con una media di circa una decina di quadri ogni mese.

Solo alla fine della giornata di simposio nell'aula universitaria è stato dato spazio alle associazioni e, in questo spazio forse un po' ridotto, è emersa una richiesta schietta rivolta agli accademici, quella di "sporcarsi le mani" conoscendo direttamente il complesso mondo della salute mentale avvicinando, per i loro studi, le persone con disturbi e chi si prende cura di loro. Perché non c’è stigma più grande di quello di considerare la persona in crisi come inutile.

“Il lavoro va benissimo, trovo delle cose che ho cercato invano per anni. Ed io, con la mia malattia mentale, penso a tanti altri artisti che soffrono moralmente e mi dico che ciò non costituisce un impedimento per dipingere come se niente fosse”.

Le citazioni virgolettate provengono dalle lettere scritte da Vincent Van Gogh durante la sua reclusione nel manicomio di Saint-Rémy.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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