di Laura Pasotti, redattrice di Sogni&Bisogni
Come stanno i servizi di salute mentale di Bologna? E come stanno le persone che a questi servizi accedono? Che aiuto ricevono le loro famiglie? Com'è cambiato il dialogo tra Terzo settore, politica, operatori della salute mentale? Se n'è parlato lo scorso 10 settembre alla Festa dell'Unità di Bologna in un incontro dal titolo “Salute mentale: tra servizi e territorio. Le pratiche in atto. Facciamo il punto”. È stata un'occasione per confrontarsi sullo stato dei servizi in vista delle prossime elezioni regionali che si terranno il 17 e 18 novembre.

Il tema del dialogo tra servizi, operatori, famiglie e politica è di grande attualità, come ha sottolineato Erika Ferranti, in apertura dell'incontro. “In Emilia-Romagna i servizi sono cambiati nel tempo. E c'è l'esigenza di riorganizzare le linee politiche regionali sulla salute mentale per incontrare le esigenze del territorio, in particolare quelle su infanzia e adolescenza, che sono in aumento e rispetto alle quali i servizi non sono adeguati”.
A luglio 2024 la Regione Emilia-Romagna ha aggiornato le linee guida sulla residenzialità dei servizi di salute mentale adulti e della neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza (Npia). L'obiettivo, come ha spiegato Ferranti, “è adeguarle ai bisogni crescenti e mettere insieme le risorse esistenti in un modello che è quello del budget di salute, uno strumento che unisce le risorse di utenti, Terzo settore, territorio e servizio pubblico”. Nel 2023 in regione le persone assistite dalla Npia sono state quasi 65 mila (+4,1% rispetto al 2021) quelle seguite dai Centri di salute mentale per gli adulti più di 80 mila (+9,2% rispetto al 2021) e quelle che hanno seguito un percorso di cura presso i servizi per le dipendenze patologiche sono state 21 mila (dato riferito ai primi sei mesi del 2023).
Il piano di riforma dei servizi regionali per la salute mentale prevede due nuovi hub per le emergenze-urgenze psichiatriche in età evolutiva (uno a Parma con 12 posti e l'altro a Bologna con 7 posti) e una nuova pianificazione della residenzialità.
Le strutture in Emilia-Romagna assorbono oltre la metà delle risorse dei servizi di salute mentale (157 milioni di euro nel 2023) ma interessano solo l'8% delle persone che entrano in contatto con i servizi. La durata di permanenza è elevata: quasi 4 persone su 10 vi rimangono oltre 2 anni, mentre il 19,3% supera i 5 anni. In molti casi, le residenze diventano una casa per la vita. In regione ci sono 412 strutture tra residenziali e semiresidenziali, per un totale di 5.556 posti. Quelle destinata alla salute mentale degli adulti sono 300 (3.118 posti). Le strutture per il trattamento delle dipendenze patologiche sono 105 (2.352 posti). Quelle per la Npia sono 7 con 86 posti.
Diversi interventi all'incontro del 10 settembre hanno evidenziato le criticità del sistema dei servizi per la salute mentale in Italia a partire da Luca Negrogno, sociologo che lavora per l'Istituzione Gian Franco Minguzzi della Città Metropolitana di Bologna e che ha definito il sistema “un paziente grave”. I motivi? Un sottofinanziamento importante e una dotazione organica insufficiente (e non adeguata agli standard indicati dal Piano d'azione globale dell'Organizzazione mondiale della sanità 2013-2030), anche se con grandi differenze regionali, e “con l'Emilia-Romagna messa un po' meglio”. Un esempio? La presa in carico territoriale dopo un ricovero nei reparti psichiatrici dovrebbe essere immediata, “ma questa circostanza si verifica poco e male nelle varie regioni”.
Servono dunque più risorse sul territorio, investimento che produrrebbe un calo del bisogno di strutture residenziali, “ma in Italia le risorse sul territorio sono poche e c'è un'ipertrofia di strutture usate per risolvere problemi che in realtà in questo modo si cronicizzano”.
Negrogno ha poi sottolineato i diversi tentativi del Dipartimento di salute mentale di Bologna di “innescare prassi positive”, come l'impegno per il Recovery college ovvero lo sviluppo di processi riabilitativi con modalità formative; i tavoli tematici di “Ci vuole una città”, che coinvolgono numerosi attori del territorio (e che ritroviamo anche quest'anno in occasione della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre con tre appuntamenti a Bologna); il processo di integrazione socio-sanitaria per avere uno sguardo complesso sui bisogni delle persone; i processi partecipativi nel Dsm di associazioni e familiari (come, ad esempio, all'interno del Cufo); la ricerca, come quella che, da 40 anni, si fa al Minguzzi, nato proprio nel 1980 dopo lo smantellamento dei manicomi.
La questione del coinvolgimento della comunità è fondamentale, ma bisogna capire che cos'è la comunità, come si attiva, di quali saperi si occupa e come svilupparne la partecipazione. “La salute mentale di un territorio è fatta per metà dai servizi e per metà dalla domanda. Se la domanda fatta a un servizio è di medicalizzazione per motivi come il controllo sociale o per avere una società senza conflitti o altro, il servizio può essere attivo, ma sarà terribile. Dobbiamo chiederci in che modo il servizio può agire sulla domanda, è quello che si sta provando a fare a Bologna”.
La partecipazione delle famiglie, del territorio, della comunità è stata al centro dell'intervento di Marie-Françoise Delatour, familiare e presidente dell'Associazione CercareOltre, che ha sottolineato la relazione che c'è a Bologna tra persone che accedono ai servizi, familiari, servizi e territorio, ha evidenziato l'esistenza di un tessuto vivo di persone impegnate a identificare i problemi per provare a migliorare le risposte e segnalato l'aumento di interesse e di sensibilità registrati negli ultimi anni da parte dei territori. “Parlare con interlocutori al di fuori del sistema della salute mentale non era così scontato fino a qualche tempo fa”. Delatour ha poi raccontato l'esperimento della Casa di Tina, un luogo di incontro, partecipazione e costruzione di progetti. “La comunità non dev'essere un concetto astratto ma un luogo fisico, con un tetto sopra la testa, in cui si fanno attività che non riguardano la cura ma la socializzazione, in cui le persone possono entrare senza sentirsi giudicate”.
Da migliorare, per Delatour, c'è tutto: servirebbero più risorse, più personale, più competenza. Due i suggerimenti per un confronto su come possono cambiare i servizi per avvicinarsi ai bisogni delle persone e delle famiglie. Il primo è il ruolo dei servizi sociali territoriali, che adesso hanno in carico anche le persone seguite dai servizi di salute mentale ma hanno poche risorse a disposizione e poca dimestichezza a relazionarsi con chi ha problemi psichiatrici, “persone che si confrontano spesso con una grande povertà, con la difficoltà di trovare una casa e un lavoro”. Il secondo è il sostegno alle famiglie con un malato grave in casa, per le quali servirebbe un servizio a cui accedere nei momenti di urgenza. “La soluzione non può essere solamente chiamare il 118, che risponde con un Tso e un ricovero, che costano molto e non sono adeguati – ha detto Delatour – ma potrebbe essere un numero di telefono da chiamare per avere una visita a domicilio che dia sollievo ai familiari”.
La questione delle difficoltà economiche che vivono le persone con problematiche psichiatriche è stata sottolineata anche da Alfonso Ciacco, presidente del Ventaglio di Orav (associazione che gestisce il Podere Canova, un progetto di agricoltura sociale sui colli di Bologna), che ha indicato come temi per i candidati alle elezioni regionali i tirocini inclusivi a 200 euro al mese e l'impossibilità di far coesistere tra loro redditi provenienti da tirocini, pensione di invalidità e assegno di inclusione.
Casa e lavoro sono le due problematiche principali anche per chi accede ai servizi per le dipendenze patologiche, come ha precisato Caterina Pozzi della cooperativa Open Group e presidente di Cnca, il Coordinamento nazionale delle comunità accoglienti. Open Group gestisce 7 comunità per tossicodipendenti, strutture piccole da 15-20 persone e aperte, e fa interventi di riduzione del danno, attività di prevenzione nelle scuole e alle feste, oltre a servizi di formazione e inserimento lavorativo.
“Il rischio per la salute mentale e le dipendenze è cercare soluzioni che eliminino il problema, rinchiudendo le persone da qualche parte”, ha detto Pozzi ricordando che se in Italia c'è ancora lo stigma verso chi ha problematiche psichiatriche, quello verso chi fa uso di droghe è ancora più forte. C'è bisogno di fare cultura, far sentire meno stigmatizzate le persone che fanno uso di droghe, “che così possono chiedere aiuto invece di accedere ai servizi quando la situazione è già molto compromessa”, far conoscere i Sert che oggi vedono solo una piccola fetta di consumatori.
Anche in questo caso l'Emilia-Romagna si posiziona meglio rispetto ad altre regioni, ma può migliorare, dice Pozzi. “L'amministrazione è attenta, la presa in carico nel pubblico è aumentata, ma c'è poco personale, non si investe, gli operatori non vogliono lavorare al Sert così come nelle cooperative sempre meno persone vogliono fare gli educatori. Il territorio? Non serve solo il percorso terapeutico ma anche la formazione, l'inserimento lavorativo, la casa”.
Il tema della riduzione del danno poi è fondamentale: “L'Emilia-Romagna deve declinare i Lea (Livelli essenziali di assistenza) sul territorio regionale – ha concluso Pozzi – Solo il Piemonte l'ha già fatto, ed è un passo importante per proteggere i servizi esistenti. Perché se cambia il vento a livello politico, rischiamo di essere i primi a non essere più finanziati”.
Fabio Lucchi, direttore del Dipartimento di salute mentale e dipendenze patologiche dell'Ausl di Bologna, ha parlato di “un anno difficile” per i servizi, ha messo in evidenza il tema della sicurezza degli operatori, ha ricordato il clima culturale di paura e preoccupazione che porta a risposte securitarie da parte dei servizi e ha affrontato il tema della residenzialità. “Le strutture residenziali assorbono una parte consistente dei fondi per la salute mentale – ha detto – A Bologna le persone in strutture sanitarie sono 400, di cui un terzo da oltre tre anni e non vengono dimesse perché le famiglie non le vogliono, perché non hanno una casa, perché non ci sono alternative. Il tema è importante”.
La delibera regionale sulla residenzialità ora deve essere declinata nei comuni e nei distretti con una sperimentazione concreta, con proposte di co-progettazione sul budget di salute, “vediamo che accoglienza avrà dai servizi sociali territoriali e quali saranno disponibili a collaborare per sperimentare riflessioni, prodotti e processi e trovare la cornice giusta perché questo possa radicarsi”.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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