di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni
Il quartiere Porto Saragozza è l’unione di due zone socialmente molto diverse di Bologna. Porto copre i territori che vanno dalla prima periferia lungo la via Emilia Ponente fino alla stazione centrale. Saragozza si sviluppa soprattutto nella zona pedecollinare della città. “È un quartiere complesso”, racconta la dottoressa Silvia Pellegrino, direttrice del Centro di salute mentale di quartiere. “Prima erano presenti due équipe, una per Porto e una per Saragozza. A Porto si trovano le case popolari e la zona della stazione con il giro dello spaccio”, situazioni nelle quali il disagio può manifestarsi in disturbo psichiatrico.

La carriera di Pellegrino è fortemente legata al quartiere bolognese. Dopo la laurea, terminato un periodo a Villa Azzurra a Riolo Terme, ha iniziato la specialità come strutturata dal 2004 proprio al Csm di Porto Saragozza diventandone direttrice nel 2020. Vent'anni di conoscenza del territorio. “Oggi le due équipe non sono più divise, ma continuano gli stessi problemi. Rimangono alcune fasce diagnostiche come i disturbi maggiori dell’umore e disturbi psicotici. Sono sicuramente aumentati i disturbi di personalità e i disturbi emotivi e comportamentali, alcuni causati dall’abuso di sostanze. Per schizofrenia, disturbi bipolari e depressioni i numeri corrispondono agli altri Csm di Bologna”.
Pellegrino fornisce alcuni dati: gli utenti totali del Csm sono circa 1.500; nei primi sei mesi del 2024 si sono presentati circa 300 nuovi utenti e fra questi 47 pazienti hanno dai 17 ai 24 anni. Un sesto quindi degli utenti totali sono giovanissimi: “I casi stanno crescendo perché i medici di base stanno inviando di più, per i giovani la malattia mentale non è più tabù perché se ne parla molto, seppure in modo non adeguato, sui social”.
Pellegrino fa notare come l’aumento dei casi psichiatrici nei più giovani sia situabile prima del periodo pandemico soprattutto a causa dell’abuso di sostanze e, in generale, di percorsi di vita meno strutturati che prolungano il periodo adolescenziale ed espongono a sintomi d’ansia, di depressione e disturbi d’attacco di panico.
Pellegrino ha iniziato a dirigere il Csm proprio in coincidenza con la diffusione dell’epidemia di Covid-19. “Il periodo acuto ha visto una diminuzione degli accessi con quasi un anno di prime visite crollate drasticamente. Poi sono arrivati molti disturbi reattivi dell’umore, come ansia e depressione, relativi alle esperienze di vita di quel momento difficile. Ho l’impressione che fra i giovani l’impennata dei primi accessi al Csm fosse iniziata prima del periodo Covid, anche perché hanno trovato delle vie alternative per tenersi in contatto attraverso la tecnologia; l’isolamento l’hanno vissuto più altre fasce di età, come gli anziani”.
Proprio gli anziani rappresentano una vasta fetta della popolazione nel quartiere. “Una parte presenta sintomi psichiatrici secondari rispetto a quelli neurologici e cognitivi. L’accesso è minore anche perché alcuni sono ricoverati presso le Rsa, altri perché le patologie con l’avanzare dell’età si spengono dal punto di vista comportamentale, altri ancora perché esiste una difficoltà di accesso per una mancanza di legami familiari che li spingano a curarsi”.
La carenza di operatori preoccupa particolarmente le famiglie con utenti che si rivolgono ai Csm. “C’è stato un periodo abbastanza costante di calo del personale specializzato nel periodo Covid bilanciato da nuove assunzioni, senza però che si sia tornati ai livelli di occupazione che ricordo all’inizio della mia carriera”. Il sovraccarico di lavoro e i maggiori livelli di stress sono evidenti segnali indicatori di una situazione non del tutto stabile. Gli utenti vengono visitati con ritmi più serrati che sottraggono tempo alla riflessione del medico curante. “Ma il Csm dando possibilità di libero accesso agli utenti non ha un afflusso costante, alternando momenti di poche richieste di prima visita a momenti più frenetici”.
Per quanto riguarda i supporti psicologici si è puntato su quelli di gruppo per ottimizzare il tempo e rispondere alle necessità che non si riescono più a coprire a livello individuale.
“Ci sono gruppi per sviluppare le capacità di socializzazione per pazienti all’esordio psicotico e con difficoltà relazionali, per i disturbi borderline e di personalità e di supporto a parenti e familiari. La nostra psicologa del Csm Porto Saragozza ha condotto un gruppo con l’aiuto dei tirocinanti psicologi e psichiatrici rivolto a giovani con disturbi emotivi complessi, come la difficoltà nella gestione delle emozioni”. Il suggerimento di partecipare ai gruppi parte proprio dal Csm.
Esiste anche una criticità riguardante gli invii provenienti da altri servizi e istituzioni ritenuti impropri. “Dal servizio sociale o dalle forze dell’ordine ci vengono segnalati casi di persone in grave situazione di disagio ma dove non c’è una diagnosi. Manca la consapevolezza su cosa sia la malattia mentale nonostante vari incontri e tavoli di coordinamento. Il confronto continuo è l’unico strumento adatto a ovviare a questi fraintendimenti. Magari delle formazioni congiunte potrebbero aiutare”, formazione che secondo Pellegrino sarebbe molto utile per interpretare al meglio i disagi psichiatrici in costante mutamento in base ai cambiamenti sociali. “Ci sono due determinanti sul territorio, uno riguardante la povertà presente in parte del quartiere che si traduce in scarsa possibilità di evoluzione sociale, l’altra riguardante i nuclei familiari benestanti nei quali aspirare ai successi economici e professionali è diventato un confronto difficile da sostenere per i più giovani”.
Il Dipartimento di Salute Mentale sta puntando molto sullo strumento dei Recovery College, dove il coinvolgimento delle associazioni, dei familiari, degli utenti e in generale della cittadinanza attiva aiuta a includere e a superare la solitudine e lo stigma, ma è necessario un intervento politico più ampio per portare i pazienti alla condizione ideale di equilibrio indicato dalla dottoressa Pellegrino: “Avere una vita molto soddisfacente, tenendo conto di alcune fragilità di cui bisogna prendersi cura sempre”.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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