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Salute mentale e carcere: quali risposte al disagio psichico dietro le sbarre?

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Laura Pasotti, redattrice di Sogni&Bisogni

Lo scorso 20 giugno nel carcere di Velletri (Roma) una persona detenuta ha aggredito il suo compagno di cella, uccidendolo. Sulla stampa l'autore dell'omicidio è stato descritto come una persona con un passato di abuso di sostanze e con problemi di disagio psichico che, da anni, passa di carcere in carcere, dal carcere all'ospedale ed è stato anche in Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza).

FotoArtCarcereGrande                  Foto di Ichigo121212 da Pixabay

Sul caso è intervenuto anche Stefano Anastasia, garante delle persone private della libertà personale della Regione Lazio, che ha sottolineato l'urgenza di riflettere seriamente sul problema della salute mentale in carcere per capire quali risposte vengono date alle persone detenute in condizioni di disagio psichico.

Nel 2022 sono state 247 (di cui 15 donne) le persone ospitate nelle 32 Articolazioni per la tutela della salute mentale attivate in 17 istituti penitenziari (dati Rapporto Antigone 2023). Il numero è in leggero calo rispetto al 2021, quando le persone in Atsm erano 294, di cui 31 donne. Le Atsm più grandi sono a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), dove ci sono 50 posti, e Reggio Emilia, che ne ha 43. Anche nella Casa circondariale di Bologna ne è stata aperta una con otto posti, nella sezione femminile.

Le Atsm accolgono però solo una piccola parte delle persone detenute con problematiche psichiatriche sopravvenute durante la detenzione. Sempre nel Rapporto di Antigone, si legge infatti che nel 2022 le diagnosi psichiatriche gravi ogni 100 detenuti erano 9,2 ovvero quasi il 10 per cento, che il 20% delle persone detenute assumeva stabilizzanti dell'umore, antipsicotici o antidepressivi e il 40,3% sedativi o ipnotici, che le ore di servizio degli psichiatri erano in media 8,75 ogni 100 detenuti, quelle degli psicologi 18,5 ogni 100 detenuti.
Scorporando i dati per genere, si scopre che il disagio psichico è maggiore tra le donne detenute: le diagnosi psichiatriche gravi sono il 12,4%, mentre il 63,8% assumeva regolarmente psicofarmaci.
A questi numeri si aggiungono poi le persone destinatarie di un ordine di ricovero in una Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (le Rems ovvero gli istituti che hanno sostituito gli Ospedali psichiatrici giudiziari), che non vi accedono per mancanza di posti: secondo Antigone a fine 2022 erano 592 (la capienza massima è 600) le persone ricoverate nelle Rems, di cui 71 donne, 404 le persone in lista di attesa (tra cui anche persone che attendono in carcere) che durante l'anno poi hanno trovato una collocazione.

Di fronte a questi numeri viene da chiedersi se il carcere è in grado di gestire un numero così alto di persone con problemi di salute mentale. “Gestire la salute mentale in carcere significa, spesso, contribuire a rendere vivibile il periodo di detenzione. Il carcere è un posto dove non si vive bene, per definizione. La privazione della libertà produce una sorta di disadattamento forzato al quale le menti rispondono in maniera diversa. C'è chi è più bravo e chi lo è meno. Ci sono persone che riescono ad adattarsi e altre che faticano. E c'è chi di fronte al disadattamento prodotto dal carcere reagisce male laddove in condizioni di libertà non lo avrebbe fatto”, dice a Sogni&Bisogni Ferdinando Cerrato, medico psichiatra dell'Ausl di Bologna che lavora anche in carcere.

A Bologna la Casa circondariale Rocco D'Amato ha 502 posti e nel 2022 le persone detenute erano 738, di cui 78 donne (dati Rapporto Antigone 2023). I servizi per la salute mentale presenti sono di due tipi: il servizio psichiatrico è gestito da cinque medici che si alternano, sono presenti tutti i giorni e si occupano di valutare i nuovi arrivati e seguire le persone detenute che ne hanno bisogno; l'Articolazione per la tutela della salute mentale è attiva nella sezione femminile e ha 8 posti che accolgono le persone con una patologia psichiatrica sopravvenuta durante la detenzione.

In carcere le risposte ai bisogni di salute mentale sono molto simili a quelle che vengono date fuori. Il problema sono le domande. Vi è una grande richiesta di farmaci: c'è chi li chiede per curarsi e chi ne abusa, assumendoli per riuscire a rendere più gestibile la giornata o usandoli come moneta di scambio. Ma queste persone non si rivolgono ai servizi chiedendo aiuto, sono disadattivi anche nella richiesta. Gli specialisti sono visti come ancore di salvezza da cui prendere il possibile per vivere meglio”, spiega Cerrato.
Schizofrenia e disturbo bipolare sono le patologie psichiatriche maggiormente presenti tra le persone ricoverate nell'Atsm di Bologna. Nel resto del carcere, le persone manifestano disturbi della personalità, discontrollo degli impulsi, disregolazione emotiva, disturbi dell'umore, patologie legate alle dipendenze e disturbi dell'adattamento con sintomi depressivi, in particolare nella prima fase della detenzione.

Nella maggior parte dei casi il carcere ce la fa a gestire le problematiche legate alla salute mentale. Certo, si potrebbe fare meglio. Tutto il sistema sanitario avrebbe bisogno di più personale che consentirebbe una migliore qualità del lavoro – dice Cerrato – La questione però è più ampia. Dovremmo chiederci se è giusto che in carcere finisca un numero così alto di persone da causare un sovraffollamento così grande. Un maggiore ricorso alle misure alternative, non solo per chi manifesta un disagio psichico, e percorsi di rieducazione dedicati per chi ha condanne lievi o ha commesso reati non gravi ridurrebbero la pressione sul carcere. Molto spesso quelle persone finiscono in carcere e ci rimangono perché non ci sono alternative”.

La gestione della salute mentale in carcere va inserita dunque in una riflessione più ampia sul carcere che comprende le problematiche strutturali, il sovraffollamento (il tasso medio italiano è del 110,6%, quello dell'Emilia-Romagna è del 120,2%) e la mancanza di percorsi alternativi all'esterno. “I problemi strutturali del carcere ricadono su tutti i detenuti e quelli più fragili possono aggravarsi e possono anche sfociare in casi come quello di Velletri”.

 




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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