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Gli Hikikomori e il disagio verso efficienza e competitività

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

a cura di Stefano Costa, Emilia Infante, Alessandra Cassetti, Alessandra Mancaruso, Lia Gamberini, Lorenzo Giamboni, Daniele Poggioli, Sabrina Vaccaro, Marzia Malaguti, Antonella Talamo, Milena Fugazzaro, Pier Paolo Pederzini, Francesco Guerri, Silvano Scalia, UOSD Psichiatria e Psicoterapia dell’Età Evolutiva, DSM-DP, AUSL di Bologna

Il quadro classico degli Hikikomori
Il termine “Hikikomori” viene utilizzato in riferimento a una forma comportamentale di ritiro sociale patologico che è stato identificato per la prima volta in Giappone e descrive giovani e giovani adulti che in gran parte diventano reclusi (principalmente nelle case dei genitori) e non si occupano più della propria istruzione, di un impegno o della propria formazione per mesi o anni (1).

Articolo Costa hikikomori

Nel quadro classico è presente una decisione attiva e consapevole di ritirarsi, vista anche come critica ad una società competitiva e legata all’efficienza lavorativa; questo aspetto della protesta è attestato anche oggi, durante la pandemia, quando, per andare contro corrente, pare che i ritirati giapponesi decidano di uscire di casa. (https://www.avvenire.it/mondo/pagine/hikikomori?utm_medium=Social )

La situazione in Italia
In novembre 2018 l’Ufficio Scolastico Regionale (USR) dell’Emilia-Romagna ha condotto uno studio in cui venivano ricercati quanti fossero gli alunni che non frequentavano la scuola per “motivi psicologici”, rilevando 346 casi, di cui 99 con uscite molto rare e 63 che non accoglievano nessuno in casa. Dei 346 ritirati da scuola ben 97 sono della Provincia di Bologna.
Un elemento interessante di questa casistica è la grande variabilità dei quadri: meno di 1/3 corrispondeva alle definizioni classiche di Hikikomori, tutti gli altri erano casi incompleti o di minore intensità o gravità. Questo spettro di intensità corrisponde effettivamente all’esperienza clinica dei servizi sanitari che operano nel pubblico.
I “nostri” ragazzi non sembrano scegliere per protesta di ritirarsi dalla competizione: le emozioni prevalenti sono ansia, tristezza ed un senso di sollievo nello stare al riparo, dentro le mura di casa, protetti dallo sguardo e dal giudizio altrui; l’idea di uscire muove sensazioni forti, quasi un terrore.

Francesca, 16 anni, frequenta il terzo anno di scuola superiore. La sua stanza è il suo piccolo mondo, un piccolo mondo che la protegge da ciò che ritiene minaccioso: il rapporto con gli altri. Esce poco, quasi esclusivamente per andare a scuola, cosa che tuttavia fa con grande fatica. Arriva febbraio, lockdown, il suo ritiro si acutizza e il solo pensiero di uscire di casa le provoca Attacchi di Panico. La Didattica a Distanza la tranquillizza, andare a scuola non le è richiesto, le lezioni possono essere seguite stando in camera sua e la possibilità di spegnere la telecamera le permette di non essere vista. “Non voglio stare al centro, voglio stare in un angolo”, riferisce durante un colloquio.

Antonio ha 17 anni, già prima dell’avvento della crisi pandemica aveva avuto inizio la sua crisi personale: gradualmente si era ritirato dalle attività che fino a poco tempo prima lo interessavano e coinvolgevano positivamente (scout, tennis, frequentazioni amicali). Di fatto, oltre alle mattine a scuola, tutto il resto del tempo rimaneva a casa, chiuso in camera, collegato allo smartphone o al PC. La frequenza scolastica stava diventando per lui giorno dopo giorno più gravosa, comportava stati ansiosi sempre più intensi. Una mattina prima di andare a scuola, al culmine di una crisi di ansia, si procurò importanti ferite alla mano colpendo il muro, e fu condotto al Pronto Soccorso (PS). Ed è in quel PS che ha incontrato un medico che lavorava con adolescenti in difficoltà come lui e gli ha proposto un percorso di conoscenza e, successivamente, un percorso di cura: colloqui, aiuto farmacologico, coinvolgimento e partecipazione ad un gruppo educativo incentrato sui videogiochi.
Col tempo l’ansia si è ridotta, l’avvento della pandemia e del lock-down hanno facilitato il proseguimento del percorso scolastico grazie alla DAD: così Antonio aveva più energie da spendere nel faticoso tentativo di uscire dal suo lock-down. Mentre il percorso di Antonio procedeva (aveva ripreso la frequenza in presenza e si era iscritto in autonomia ad un’attività sportiva di pallavolo) in autunno arriva la “seconda ondata”… a questo “tsunami” Antonio non è in grado di far fronte, la ripresa della DAD lo confonde e affatica, l’interruzione dell’attività sportiva lo demotiva a fare qualsiasi altra cosa. Antonio si perde e trova nuovamente rifugio nella sua camera e nelle attività on-line.

Questi sono solo 2 dei tanti casi di adolescenti con sintomatologia di ritiro in carico alla UO di Psichiatria e Psicoterapia dell’età evolutiva (UO PPEE). La UO PPEE è la struttura che accoglie casi gravi e urgenti di psicopatologia dell’età evolutiva per tutta l’Area Metropolitana di Bologna. In questi casi il lockdown ha favorito un’accelerazione e un aggravamento dei comportamenti di ritiro: tale condizione sociale ha infatti permesso a questi ragazzi di beneficiare di una vita con meno pressioni e perlopiù condivisa con l’intera popolazione, altrettanto chiusa nelle proprie abitazioni. L’Istituto Superiore di Sanità, ha individuato tra le strategie per fronteggiare tale situazione, quella di organizzare in modo funzionale tempi e spazi, il nostro servizio fornisce e ha continuato a fornire, anche durante il lockdown quasi tutti i servizi. Oltre ai colloqui clinici e al trattamento farmacologico, alla psicoterapia e al sostegno alle famiglie, i ragazzi che accedono all’UO PPEE possono fruire di diverse tipologie di attività educative:

- Gruppi educativi del Day Service: Lo spazio educativo offre ai ragazzi che accedono alla UOPPEE in urgenza, uno spazio di accoglienza, di ascolto e contenimento volto a favorire il benessere in un graduale percorso di ripresa da un momento di forte crisi.

- Gruppi educativi del Carpaccio: Accolgono ragazzi in fase post acuta e offrono una programmazione settimanale di laboratori educativi strutturati

Tabella Costa

- Interventi individuali: attivati su situazioni di grave ritiro sociale o di estrema difficoltà relazionale, sono finalizzati a creare una relazione di fiducia e sostegno. L’intervento si pone l’obiettivo di fare da “ponte” verso contesti dove sia possibile iniziare un percorso seppur minimo di socializzazione (ad esempio i gruppi del Day Service o del Carpaccio)

- Gruppo on-line ed interventi a distanza: Il lockdown ha portato alla realizzazione di progetti educativi svolti a distanza, attraverso il supporto della rete.
In particolare si è strutturato un gruppo online per ragazzi ritirati che propone lo svolgimento di videogiochi cooperativi insieme all’educatore che conduce l’esperienza. Il gruppo diventa anche un terreno che permette ai ragazzi di sperimentarsi in contesti di socializzazione vissuti come “meno pericolosi” perché virtuali. Il gruppo svolge anche la funzione di “ponte” verso possibili spazi di socializzazione in presenza.

- Interventi in ospedale: La UOPPEE coordina inoltre interventi educativi a supporto del minore durante i ricoveri ospedalieri in ambito psichiatrico.

Tra le difficoltà emerse dal punto di vista psicologico, in molti ragazzi è stata riscontrata la fatica derivante dalla continua richiesta di riadattamento a cui tutti sono stati sottoposti.
La prima chiusura, che ha costretto tutti a casa, una riapertura che ha dato l’illusione che tutto potesse ritornare come prima, ma ha parallelamente richiesto un nuovo riadattamento alla ripresa delle attività e poi la seconda ondata con una nuova esigenza di adeguarsi alle nuove routine.
E’ tuttavia interessante sottolineare come gli eventi stressanti non suscitino i medesimi effetti sulle persone. Le conseguenze di tali eventi sono strettamente collegate alla vulnerabilità individuale. In tale senso potrebbe essere utile rifarsi al concetto di resilienza. La resilienza può essere definita come la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. In psicologia tale concetto fa riferimento alla capacità degli individui di adattarsi al cambiamento e riorganizzare, in modo positivo, la propria vita. Tali aspetti sono connessi con le competenze personali e sociali apprese nel percorso di sviluppo e come tali competenze possano essere spendibili in contesti in evoluzione.

Ad esempio, durante il lockdown ragazzi con buone abilità sociali, seppur patendo la condizione di limitazione all’accesso alle aree di svago (scuola, attività sportive, uscite con gli amici), sono riusciti a utilizzare in modo funzionale le nuove tecnologie (socialnetwork, videochiamate ecc) per mantenere aperta la propria finestra sul mondo. Tutti quegli adolescenti che al contrario già in precedenza mostravano difficoltà relazionali e sociali e minori capacità di adattamento, ad esempio i ragazzi in carico al nostro Servizio, hanno manifestato un aggravamento nei comportamenti di ritiro.

Se la fragilità dei ragazzi è legata ad una bassa stima di sé, alla paura di essere giudicati e di fare “brutta figura”, è importante offrire occasioni in cui, invece, si sentano apprezzati, colgano di essere “bravi” almeno in qualche cosa, accettati per quello che sono.
Dobbiamo offrire occasioni per esplorare competenze e parti di sé, per sperimentarsi nelle relazioni in modo graduale e protetto.
Quella di fari “riemergere” i ragazzi ritirati, farli uscire dal guscio è una sfida difficile e appassionante, richiede competenza tecnica, elasticità, lavoro di rete, tempestività, intensità, ma è una sfida che merita per la potenziale gravità dei quadri e il potenziale risultato positivo e perché è misura del nostro livello di società : “Tutto ciò che ha valore nella società umana dipende dalle opportunità di progredire che vengono accordate ad ogni individuo.”  Albert Einstein

1Il quadro clinico del ritiro sociale (Hikikomori): elementi psicopatologici, diagnostici e di trattamento , Costa S. et al., Giornale di NEUROPSICHIATRIA dell’ETÀ EVOLUTIVA 2019;39:16-21




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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