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Metodi terapeutici ieri e oggi nelle dipendenze

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

a cura di Claudio Comaschi, Dir. f.f. U.O.C. SerDP Bologna

E’ uscito un documentario sui primi anni della comunità di San Patrignano e i riflettori, appannati da tempo, si sono nuovamente accesi sulla galassia dei servizi per le dipendenze patologiche.
Vedere quella ricostruzione ha riportato alla mente tempi pionieristici e, diciamolo, di grande disorientamento e contrapposizioni.


Meno si sapeva, meno erano le certezze, e più si rischiava di urlarli, i dubbi, spacciandoli per sicurezze. Erano gli anni in cui la mancanza di dimostrazioni lasciavano spazio ai guru, ai personaggi carismatici purché fosse, a volte anche nei servizi. All’epoca si diceva scherzando che gli italiani si dividevano in due categorie: i commissari tecnici della nazionale di calcio e gli esperti di tossicodipendenze.

Come sempre la mancanza di certezze dimostrate lasciava il campo al “tutto” nella sua accezione più vasta. Oggi, almeno, si sa di non sapere, o meglio che il sapere, le certezze, sono figlie del tempo, della cultura main stream, foglie al vento della infinita dialettica umana, sia essa “scientifica” o no. Guardando indietro sembra semplice adesso dare un po' di ragione a tutti, un po' di torto a ciascuno.

Anche le leggi (dura lex, sed lex) sono cambiate, hanno rincorso una realtà che cambiava alla velocità dello scorrere della vita umana. Ora sempre di più si concorda sul fatto che non c’è “una via” di uscita dalla droga, ma che ogni essere umano, nella sua unicità e irripetibilità, ha di fronte strade, alcune percorribili con difficoltà estrema, altre con un po' più di facilità, altre al momento impossibili.

Sempre più, con tutti coloro che si cimentano in questo campo, operatori del privato sociale, dei servizi pubblici o di qualsiasi organizzazione, ci si confronta, si collabora si co-costruiscono percorsi personalizzati che sono sempre tentativi, possono funzionare o meno ma lasciano spazio ad altri tentativi ed ad altri ancora, perché è la pazienza e la perseveranza la virtù dei forti.
Forse abbiamo un po' vinto tutti, o almeno hanno vinto i pazienti, di cui si è sempre più coscienti di dover tutelare la vita e la salute.

Fino ad un po' di tempo fa sembrava possibile una via segnata: arrivavano pazienti con un disturbo da uso di oppiacei, eroinomani, chiedevano e ottenevano rapidamente un trattamento che eliminava in buona parte il craving, quasi sempre totalmente l’astinenza e restituiva la maggior parte delle persone ad una vita sociale, lavorativa, famigliare. Eliminava la necessità di delinquere, anche se non la tendenza o la scelta di delinquere.

Il problema si poneva caso mai nel frenare la fretta d’interrompere la terapia, perché i pazienti, adeguatamente trattati, non percepivano e non volevano accettare la cronicità della loro condizione, i tempi lunghi della cura. Si concordavano con i pazienti tentativi comunitari, la necessità di ricoveri per i momenti di crisi, la gestione ambulatoriale della terapia farmacologica.

Gli anni sono passati e con loro si sono modificate le condizioni della vita sociale, è cresciuta l’età media dei pazienti, si è evoluto il panorama sociale in toto, compreso il mercato delle droghe.
E si, delle droghe, perché non c’era più solo l’eroina, il drago che ha bruciato una generazione, ma lentamente, in maniera strisciante e inesorabile si sono presentate sul mercato altre sostanze, alcune perfino sorprendenti, strane, che hanno fatto riaffiorare l’inquietante domanda: “che possiamo fare?”

Hanno sempre più preso piede sostanze up, quelle della performance, quelle tipiche del mercato nord americano e nord europeo, cocaina e stimolanti vari. Sembrerebbero molto diffuse tra la popolazione, e solo la punta dell’iceberg dei consumatori si rivolge ai SerDP. E con esse, o forse a volte indipendentemente da esse, si sono resi sempre più numerosi i casi di coinvolgimento dei Centri di Salute Mentale, dei Servizi Carcerari e delle Magistratura.

Nel frattempo i pazienti storici, quelli accompagnati da decenni, sono invecchiati e pongono nuove sfide di “medicina generale e sociale”.
E ora si va avanti, mutando ancora una volta stili di lavoro e organizzazione dei servizi, pubblici e privati, in quell’infinito defluire cangiante che è l’evoluzione che ci impone la vita.
Che è e resterà l’unico vero bene degli esseri umani.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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