Storia di Fabio

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A cura di Federico Mascagni

Fabio nasce l’undici novembre alle ore undici del 1968. 11/11 ore 11. Padre fisioterapista e mamma infermiera. L’infanzia a San Lazzaro, poi il primo approccio con la comunità: la scuola a tempo pieno. “Agli occhi degli altri ero introverso ma dentro sentivo un’agitazione costante. Sentivo il bisogno di correre, di scappare.” Il padre, molto severo, quando c’era da correggere un errore parlava anche per ore finché Fabio, attanagliato dai sensi di colpa, o forse dall’esasperazione, non scoppiava in lacrime. Crescendo Fabio attua le sue strategie di ribellione. “Se alzavo la voce con mio padre lui la alzava di più. Era un’escalation. Dovevo cedere altrimenti non so dove saremmo arrivati.”

La scuola prosegue ma non va. Con i compagni tutto ok, ottimi rapporti. Scrive bene Fabio, e un suo racconto colpisce la maestra: un ricordo di quando i nonni portarono via un vitellino al macello. Una scelta versofoto fabio la quale il lato ribelle di Fabio esplose. Il suo segno di contrarietà fu quello di buttare via il suo fucile giocattolo. “Da bambino ero probabilmente meno maturo degli altri. E questo lo si vide anche nel passaggio alle medie”. Nel 1985 Fabio esce dall’incubo scolastico per entrare nella scuola per massofisioterapisti. Un diploma nel 1987 e subito inizia a lavorare come massaggiatore alle terme di San Pietro. “Spendevo molto in dischi. La mia passione era fare il dj alle feste con gli amici. Quando mettevo su la musica mi sentivo bene. Frankie goes to hollywood, Tears For Fears, i primi Duran. Il pop ’80 inglese ai suoi massimi livelli.”

Il punto di svolta è stato il servizio militare. “Mi sono trovato per la prima volta da solo. Non c’era mia madre a proteggermi e ho capito che nella vita bisogna imparare ad arrangiarsi. C’è una disciplina e l’aspetto formale è importante.” Congedato, Fabio si iscrive alla scuola serale di assistente in comunità infantili. “Questa esperienza opposta mi ha aperto all’empatia, all’altra parte della mia personalità: quella più sensibile, aperta alla cultura, ricca di valori etici e morali.” Ma gli impegni si moltiplicano, si accavallano. Fabio lavora come fisioterapista al Poliambulatorio Mengoli, ma con una media di tre pazienti ogni ora. Troppi. Poi c’è la palestra del Sant’Orsola. Fabio è ora gratificato dal lavoro anche se i pazienti sono gravi, hanno bisogno di grande cura e attenzione. “Le aspettative intorno a me crescevano. I pazienti, i dirigenti, i famigliari e il restante contesto sociale in cui vivevo erano sempre più fonte di stress. Lavoravo e studiavo senza sosta accumulando stanchezza e frustrazioni”. Ma la pentola a pressione della nostra mente se lasciata troppo tempo sul fornello acceso rischia di esplodere.

Intanto si manifesta un primo, piccolo segno del disturbo. Fabio racconta “suggestionato dalla tragica morte del giudice Giovanni Falcone, in preda a un delirio di onnipotenza, decido di iscrivermi a giurisprudenza per fare il magistrato. Avevo superato bene l’esame di diritto privato, poi meno bene quello di costituzionale pur lavorando e studiando. Ma mi chiedevo: devo proseguire l’università laureandomi tardi o continuare a fare il terapista? Scelsi la seconda ipotesi, professionalizzandomi nella scuola di terapisti per la riabilitazione (allora scuola regionale, oggi corso di laurea).”

Alla fine del primo anno succedono una serie di vicende che portarono Fabio ad esplodere. “Cercavo di avere il massimo dei voti. Era una scuola a tempo pieno, dalle 8 alle 17, poi si andava a casa e si doveva studiare. Per il primo anno erano previsti 33 esami.” È un crescendo maniacale. Fabio diventa molto competitivo, anche nello sport. Si esercita in bicicletta sottoponendosi a grossi stress. Suo padre ha un infarto. Un cumulo di sollecitazioni che lo portano al suo esordio psicotico, che gli si è impresso vivido nella memoria. “Una mattina un camion mi ha urtato e mi ha danneggiato la macchina. Una macchina che stavo pagando a rate. L’aggressività del conducente mi scatenò una forma di implosione emotiva.” I sintomi si vedono tutti. Una mancanza di attenzione nel lavoro, una diminuita empatia con i bambini. “Mi iscrivo alla gara ciclistica dei 10 colli pensando di piazzarmi fra i primi cento e arrivo trecentesimo. Ero sfinito e deluso.”

In quei giorni di assenza emotiva una bambina del nido dove era in tirocinio corre incontro a Fabio per abbracciarlo ma lui la allontana bruscamente. “E lì capii che ero ammalato.” Tutto prende uno sviluppo vorticoso nel giro di due o tre settimane. Crisi di pianto che vengono sottovalutate, derise dai colleghi.” Davanti alle sue reazioni emotive incontrollabili le persone che lo circondano prendono le distanze. “Stavo trattando in una seduta fisioterapica un paziente che era medico e si accorse che stavo male. Mi diede gli indirizzi di due psicologi e lì iniziò il mio percorso di cura. Era il 1996. Ma non vedevo risultati. Ho quindi deciso di passare dal privato ai servizi pubblici.” Da quel momento Fabio ha numerosi alti e bassi, molto forti. “Ero in condizioni economiche critiche e le terapie farmacologiche rendevano difficile la concentrazione e l’attività sportiva.” Finisce una convivenza con una ragazza e Fabio si ritrova solo.

images Fabio“Il sonno non era riposante, l’acqua non dissetava, il cibo non saziava, l’aria non ossigenava, la luce non illuminava, le parole non comunicavano, il comico non faceva ridere, il pianto non liberava. Tutto era vuoto, nero, un dolore immenso, straziante. Facevo fatica a dare un senso alla vita.” Poi momenti di euforie e negligenze personali portano Fabio a una grave crisi di follia. “Era l’inizio del dicembre del 1998. Avevo delle allucinazioni e mi comportavo in maniera del tutto irrazionale urlando, facendo cose bizzarre. Andai sotto casa della mia ex gridandole parole d’amore. Inveivo contro il suo nuovo compagno.” Fabio viene arrestato dai carabinieri e avviene il suo primo ricovero, volontario. Un mese e mezzo che dà l’avvio alla fase buia della sua vita. Dieci anni di nulla. Da casa sua decide di ritrasferirsi dai genitori. “Dal 2000 al 2007 ho passato ogni giorno a dormire, mangiare e bere. L’unico passatempo era quello con un’associazione di familiari e utenti del Centro di Salute Mentale, i Diavoli Rossi, con i quali facevo calcetto.”

Per fortuna arrivano le prime borse lavoro. “Un uomo senza lavoro è un uomo senza dignità.” Dai primi lavori di segreteria torna a fare il fisioterapista volontario presso la Parrocchia del Farneto. L’incontro con un noto professionista dello sport gli permette di trattare alcuni campioni del ciclismo. “Fra alti e bassi oggi mi ritengo molto realizzato. Ho la possibilità di scrivere e fare un lavoro che mi piace, cioè il fisioterapista per una squadra di ciclismo dilettantistico, l’unica nella provincia di Bologna. Li ho visti crescere sia dal punto di vista sportivo che umano. Mi hanno dato tanto, insegnato soprattutto a portare a termine comunque un impegno preso.”

Nel 2014 si sposa con Cristina. “I legami sentimentali più lunghi che ho avuto sono tutti stati con persone malate come me. Credo sia dovuto al fatto che trovi persone che ti vogliono bene per come sei. Non per come vorrebbero che tu fossi. Nel periodo buio avevo paura di rimanere solo. Andavo in discoteca, ma si capiva che prendevo psicofarmaci.” La tragedia dello stigma: desiderare una relazione ma apparire irrimediabilmente diverso. Dove c’è fragilità, dove c’è difficoltà, debolezza queste si percepiscono. È difficile possa nascere attrazione.

“Diventare il direttore di un giornale, Il Faro, creazione mia in collaborazione con mia moglie Cristina e lo psichiatra Michele Filippi, è stata una grande soddisfazione. Anche perché i farmaci che prendevo erano molto forti e andavano a minare le facoltà intellettive. Vedere che ero stato capace di produrre un’opera intellettuale è stata una piccola scintilla che ha messo in moto tante cose. Prima fra tutte la fiducia in me stesso.”

In Fabio erano saltate la memoria e l’attenzione e questo lo aveva preoccupato tantissimo. Il recupero è stato molto lento e progressivo. Fabio è uno dei rari casi di coming out nella malattia mentale: e non è facile farlo per chi ha avuto 10 ricoveri. “Però non dovete farmi vergognare di essere come sono. Ho bisogno di aiuto come tutte le persone malate. Si usano ancora termini della psichiatria per offendere o per giudicare fatti di cronaca o politica, come se la malattia fosse un difetto grave della persona. I termini della psichiatria associati a qualcosa di negativo fanno soffrire chi ne è malato.” Dimenticavo: Fabio è schizofrenico. Come immaginate uno schizofrenico? Un uomo pericoloso, violento, imprevedibile. Vi auguro di conoscere Fabio. Una fra le persone più tranquille, generose ed equilibrate che abbia mai conosciuto. Uno di quelle persone a cui puoi dare fiducia senza timore. 



 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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