Un futuro, comunque

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Intervista di Psicoradio a due ex internati nell’OPG di Barcellona Pozzo di Gotto

Oggi che gli OPG, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, stanno per essere definitivamente superati, vogliamo ricordare quelli che erano chiamati “manicomi criminali” attraverso la voce di due persone che sono state internate in quello di Barcellona Pozzo di Gotto. Quando hanno parlato con Psicoradio erano  ospiti in una comunità, sempre a Barcellona Pozzo di Gotto

Filippo (nome di fantasia) viene dalla provincia di Firenze, e ci racconta la sua “storia brutta”, come dice, iniziata con una serie di abbandoni. E’ una storia lunga che inizia quando, a tre mesi, è stato abbandonato dalla madre ed è finito in un orfanatrofio; poi è stato adottato dai nonni, ma ben presto, a cinque, anni è stato mandato in collegio dove è rimasto fino a quando ne avevo dodici.

“Non mi veniva a prendere nessuno in collegio. Mia madre si era messa con un uomo e aveva avuto altri figli, e le suore insistevano sempre con questo mio secondo padre, finché lui si è deciso a prendermi e ad accettarmi in casa. Così sono andato a lavorare col mio secondo padre, anche se ero piccolo; prendevo poche lire, e lui mi picchiava, mi picchiava e mi buttava fuori casa. E’ durata per un anno intero questa storia di prendere botte dal mio secondo padre; così ho incontrato gente più grande di me che mi ha portato sulla brutta strada e ho cominciato a rubare, dalla fame diciamo.

Finchè non mi sono trovato a sposarmi, a farmi una vita a Prato, con una moglie e una figlia. Lì però ho ricominciato con gli amici di prima, ho attraversato il carcere minorile, ho attraversato il manicomio di Monte Lupo Fiorentino, ne ho fatte di tutti i colori. Sono finito in una comunità, ci ho passato nove anni, sempre con gli obblighi di firma e la libertà vigilata.

E lì è successo che sono scappato per cercarmi un'avventura con una donna perchè erano nove anni che non vedevo una donna, ma anche perchè non mi trovavo più bene in quella comunità.

Mi hanno ripreso e portato a Barcellona Pozzo di Gotto; mi hanno tutti aiutato, soprattutto Padre Pippo, dopo un po’ sono riuscito a venire in comunità, dove ho studiato ed ho preso la licenza finale.  Adesso dovrei andare in un’altra comunità... su al nord vicino a mia sorella e a mia madre.”

E come immagini il tuo futuro?
Il mio futuro ... potere ritrovare mia figlia che non vedo da quando ha sei anni, potermi rifare una famiglia... Ormai ho cinquantadue anni... però vecchio mi sento, mi sento... a mezza età, non è che mi sento ancora giovane come quando potevo fare i salti.

Però diciamo che una nuova vita ho sempre il tempo di rifarmela.

E ricominciare da capo, dimenticare, dimenticare tutto; adesso sto dimenticando un po’, sto cominciando a dimenticare il passato.

Per Dante il fatto di non essere più in OPG è già di per sé una felicità, dato che una condanna di dieci anni si è ridotta a sette, e poi trasformata nella residenza in comunità. “ Ringrazio il cielo che sono uscito. In un certo senso mi sento già appagato; ho avuto dei momenti di difficoltà che ora ho superato credo abbastanza ampiamente. Cerco di collaborare e reinserirmi nella società nella maniera più limpida possibile.”

Se ce lo puoi dire, perché ti hanno condannato all’OPG?
“Cioè io, praticamente ...ho avuto un atto di... di... come devo dire? Non è dipeso esclusivamente dal mio volere... Ecco, ho avuto un atto di... di aggressività oltremodo nei confronti di mia madre. Eppoi è successo che mia madre è morta".

E oggi come pensi al futuro? 
“Io penso al mio futuro con molto fervore, diciamo...  In passato me ne fregavo. Il disagio c' era però io pensavo che era solo un disagio mio... In quel periodo c'era un atteggiamento della società secondo me molto repressivo. Io non partecipavo attivamente alle cose della società, mi informavo poco, guardavo più alla mia vita affettiva, per me contava prima la vita affettiva poi il resto. Anche li c'erano delle difficoltà...”

Oggi Dante è inserito nel lavoro mediante una borsa lavoro offerta dalla Caritas Nazionale.

Alcuni redattori di Psicoradio hanno commentato l’intervista che avevano fatto.

Per V, l'intervista con Filippo è stata molto impegnativa, molto pesante da fare. ..”Questa è solo una parte,  l'intervista invece è durata circa due ore.  Quello che mi colpisce quando penso a questa intervista è la difficoltà, per me, di poter giudicare la persona; c’è chi dice semplicemente che è stato condannato, ha scontato la condanna…Ma perché è stato messo lì? Era così pericoloso? E poi, comunque, come si può raccontare una vita così  durante un'intervista..?”  

A. racconta di come queste storie gli permettano di “intravedere  cosa c'è dietro una  condanna, alla vita in carcere…  Di solito invece ci si ferma al fatto che  uno è li dentro perchè ha fatto qualcosa contro la legge e deve scontarne la pena. Invece, se - come abbiam fatto noi - si cerca di comunicare, si incontrano vite terribili, e si può non dico capire che cosa li ha portati a compiere questi gesti, ma  pensare che magari in altre situazioni ancora si può intervenire. “ F. è colpita dalla confessione di Dante: “ ha ucciso la madre, nell'intervista lo fa capire.” Ma c’è anche chi sottolinea la fatica di convivere con questa consapevolezza; un altro redattore dice che lui quasi ammira questo coraggio.  D. fa molta fatica a dirlo, ci vuole del coraggio a dire una cosa così... io lo ammiro perchè non è certo facile raccontare una  cosa così.”

F. “Ma secondo te lui ha elaborato o ha rimosso quello che ha fatto? Si rende conto in pieno di quello che ha fatto?”.

M. “ Mah.. io spero che lui non se ne renda conto, perché anche se si elabora comunque il ricordo ti rimane. E’ anche il lavoro che fanno gli psichiatri su di noi, quello di farci metabolizzare i nostri drammi. Perché quelli dell' OPG sono davvero drammi, ma anche alcune nostre storie… anche noi nel nostro piccolo abbiamo fatto cose … certo meno gravi, ma  che non vorremmo ricordare; e allora una parte del lavoro degli psichiatri è proprio anche quello di farcele  metabolizzare, perché altrimenti non si andrebbe avanti. I sensi di colpa ci porterebbero a situazioni pericolose, prima di tutto per noi stessi.”   

Nonostante tutto – la vita dura, o gli atti terribili commessi -  i due internati intervistati da Psicoradio dimostravano comunque di sperare nel futuro, in una “vita dopo” e questa speranza a qualcuno sembra davvero notevole. “una cosa che mi colpisce profondamente è la speranza nel futuro che queste persone ancora hanno. Ciascuna di queste è una storia tragica, con perdite, esclusioni dalla vita, percorsi spezzati..… E poi senti che sperano nel futuro, Filippo a più di cinquant’anni spera ancora di rifarsi una vita. Mi chiedo da dove traggano tanta forza, tanta speranza.”



 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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