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Riconoscere le emozioni e portarle in scena con il corpo prima che con le parole

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni

Il 7 ottobre 2026, al Centro diurno Gea dell'Asp Laura Rodriguez di San Lazzaro di Savena, e l'8 ottobre, alla Casa di Quartiere Katia Bertasi, via Aristotile Fioravanti 18/3 a Bologna, due incontri di laboratorio teatrale organizzati dall'associazione Grd – Genitori Ragazzi Down Bologna e coordinati dall'attore e regista Filippo Plancher hanno avuto al centro le emozioni: riconoscerle, dare loro un nome e portarle in scena con il corpo, prima ancora che con le parole.

Il percorso parte dal cerchio delle presentazioni, passa per l'esplorazione dello spazio e arriva a brevi quadri teatrali costruiti in gruppo e a coppie. Plancher lo riassume con una definizione consegnata ai partecipanti durante il primo appuntamento: “Il teatro è qualcuno che fa per qualcuno che guarda, e chi fa sa di essere guardato”. I due laboratori, intitolati “Corpi in scena: teatro e metodi attivi” e aperti a un pubblico ampio e vario, facevano parte del programma per la Giornata mondiale della salute mentale 2026 dell'Azienda Usl di Bologna e dell'Università di Bologna.

plancher

             Filippo Plancher

 

Il programma li presentava come esperienze teatrali fondate sul corpo e sull'azione, con elementi di sociodramma e altri metodi attivi, pensate per favorire il contatto e l'ascolto reciproco. Gli incontri erano a cura di Plancher, formatore teatrale, e di Antonella Misuraca dell'associazione Grd-Bologna.
Grd affianca le famiglie nella costruzione di un progetto di vita per le persone con sindrome di Down e con altre forme di disabilità intellettiva, e tra le attività del tempo libero che sostiene figura anche il teatro. Plancher, che negli anni Novanta ha fatto parte in Bolivia del Teatro de los Andes, la compagnia fondata da César Brie, ha guidato entrambi gli incontri seguendo uno schema comune.

Il lavoro comincia liberando la stanza. Le sedie vengono spostate per fare spazio e restano soltanto le persone: “Siamo liberi, non abbiamo borse, non abbiamo oggetti, siamo proprio noi soli”, osserva Plancher. La prima domanda è la più semplice, “Quando ci si incontra, che cosa si fa?”, e la risposta
viene prima ancora del come stai: ci si dice il proprio nome. Chi vuole fa un passo dentro il cerchio, dice come si chiama e fa il primo gesto che gli viene; gli altri ripetono nome e gesto. Chi rompe il ghiaccio ha diritto a un piccolo premio: scegliere in quale direzione far proseguire il giro.

Lo spazio si misura camminando. Prima in silenzio, all'andatura di tutti i giorni, a cui viene assegnato un numero, il nove; poi più veloci, attenti a non urtarsi, ed è l'otto; poi lentissimi, il cinque; infine lo stop. Il gruppo deve distribuirsi in tutta la stanza, senza addensarsi da una sola parte. Quando i codici sono chiari, la guida passa di mano: Plancher chiama un partecipante per nome, “guida tu”, e da quel momento tocca a chi è stato chiamato scandire numeri e fermate, finché non indica a sua volta un'altra persona.

Tornati in cerchio, si arriva al tema. “Le emozioni sono un po' il tema che noi giochiamo, cerchiamo di rappresentare - spiega Plancher - e allora prima di giocarle insieme vi chiedo di nominarle”. L'elenco si allunga voce dopo voce: felicità, gioia, tristezza, amore, solitudine, rabbia, spavento, invidia, noia, ansia, imbarazzo. Poi le domande si spostano sulle circostanze. Si è felici “quando c'è il sole”; c'è gioia “quando una persona si è ripresa dalla malattia”. Sulla solitudine le risposte si fanno più personali: ci si sente soli in bicicletta, quando la fidanzata è lontana, quando ci sono le bollette da pagare. Anche l'invidia trova una versione positiva, l'invidia buona che nasce dall'ammirazione per la bravura di qualcun altro.

Le coppie si formano con un'indicazione precisa: “Se riusciamo a metterci in coppia con qualcuno che non conosciamo bene è meglio e quindi chi è venuto con la mamma va con qualcun altro”. Ogni coppia ha qualche minuto per costruire “un piccolo quadro che rappresenti una di queste emozioni”,
usando le sedie e gli oggetti presenti nella stanza. L'esempio è lo spavento davanti a un temporale: chi si spaventa, chi farà il temporale, come lo si farà, “questo lo decidete voi”. Le risposte date poco prima servono proprio a questo: sapere quando ci si spaventa, quando ci si sente soli, quando si è felici aiuta a trovare un'immagine da mettere in scena.

È in questo passaggio che Plancher propone la sua definizione di teatro e chiarisce il senso dell'esercizio. Le scene sono abbozzi: “Non c'è la perfezione assolutamente, ma c'è un'idea, c'è un pensiero”, che parte dai partecipanti e dalle domande che il gruppo si è posto sulle emozioni, per arrivare a “trovare immagini e anche parole”. Le regole della messa in scena sono poche. Al via la coppia agisce; quando ha finito si ferma in una posizione stabilita, senza annunciarlo, e l'immobilità diventa il segnale della fine, accolto da un applauso. Solo allora parla il pubblico: “L'emozione la diciamo dopo, prima la vediamo e poi la diciamo”. Chi guarda non deve indovinare le intenzioni di chi recita: “Non siamo qui a farci dire cosa vediamo, ma siamo noi che vediamo qualcosa di ciò che loro fanno per noi”. Se la lettura del pubblico non coincide con l'idea di partenza, precisa Plancher, saranno gli attori a cambiare qualcosa “per essere più chiari”.

Le letture si moltiplicano. In una scena il pubblico vede indifferenza, curiosità, forza, felicità; in un'altra, costruita attorno a un incontro, amore, sorpresa e, all'inizio, solitudine. “Quante emozioni passano in una scena così breve”, commenta Plancher. Altre coppie restituiscono tristezza e indifferenza, poi indecisione. In un'improvvisazione il gruppo riconosce l'attenzione di un partecipante per la tristezza del compagno di scena, e qualcuno aggiunge la parola empatia. Un'altra scena raccoglie, a seconda di chi guarda, sorpresa, spavento, contentezza, stupore, gioia, amore. Il racconto di una giornata qualunque, tra pranzi e faccende, fa emergere noia, contentezza, disgusto, gioia e infine sintonia. Una sequenza di domande – il letto è rifatto? Le scarpe sono a posto? I compiti sono finiti? – porta in scena la casa e la scuola. L'ultima coppia chiude con il temporale evocato all'inizio: uno fa la tempesta, l'altro ne è spaventato.

L'incontro si chiude come si è aperto, in cerchio. “Di solito noi finiamo con un ripasso veloce di quello che si è fatto”, ricorda Plancher: le persone nuove conosciute, il nome e il gesto, le velocità, le emozioni messe in scena. Poi uno scambio di sguardi, prima dei saluti e degli auguri per la settimana. Cala il sipario immaginario di un pomeriggio in cui ciascuno è stato protagonista.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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