di Chandra Signorile
Il gruppo di uditori di voci si riunisce ogni venerdì dalle 9.30 alle 10.30 al centro polivalente della cooperativa Il Martin Pescatore di via Margotti 12, a Casalecchio. Sono sempre presenti l’educatrice Erminia Tumini e lo psichiatra Stefano Canini, che sostengono i partecipanti in questo spazio.
La redazione di Sogni e Bisogni ne aveva già parlato tempo fa, ma ha pensato di riprendere le fila del discorso intervistando Nicolò, che dopo tanti anni ha smesso di frequentare il gruppo perché il lavoro non gli permette più di andarci con costanza. Nicolò racconta che il suo primo incontro con il gruppo di uditori di voci è stato in pieno periodo Covid. Da tempo cercava uno spazio simile e ricorda, sorridendo, che inizialmente il suo medico di riferimento sosteneva che esperienze simili fossero possibili solo nei Paesi nordeuropei. A Bologna in realtà ci sono due gruppi di uditori di voci. La città metropolitana si rivela particolarmente virtuosa da questo punto di vista. “Quando sono arrivato al gruppo pian piano, ascoltando le testimonianze delle altre persone, mi sono sentito per la prima volta normale dopo tantissimo tempo. Ho capito che non ero solo”.

Disegno di Beatrice Zara
Questo è il vissuto comune di tutti i partecipanti al gruppo, diverse sono invece le strategie per fronteggiarlo individuate nel corso degli anni. C’è chi per avere un po’ di silenzio dentro la testa alza la musica al massimo, chi le sente meno quando è fuori casa e chi trova rifugio e sollievo nella preghiera, in chiesa o in moschea. L’unica strategia comune che sostiene gli uditori di voci nella convivenza con queste manifestazioni è il colloquio. Con le voci si può e si deve dialogare. Chi le sente, le può anche contraddire. Di fronte alle minacce ci si può chiedere “Ma per ora tutto bene?” Se la minaccia non si è mai attuata possiamo desumere che fosse solo, appunto, una minaccia che non per forza si realizzerà. Possiamo anche chiederci se la voce sia davvero in grado di fare ciò che ascoltiamo. Che non solo ci si possa parlare, ma si possano anche negoziare dei tempi o degli spazi che ne rimangano esenti, lo spiega Erminia Tumini. C’è l’esempio di una delle partecipanti che è riuscita a riservare per l'ascolto delle voci qualche ora, la sera. Per il resto del giorno al lavoro, in famiglia, per strada, con gli amici, ha contrattato con le voci che non si manifestassero. L’accordo ha funzionato.
Spesso le voci vengono trattate con un approccio completamente medicalizzato e le persone, soprattutto all’inizio, possono trarre grande sollievo dall’assopimento del sintomo. Nicolò chiarisce un aspetto importante: “Le voci non sono la causa di un problema, ne sono un effetto. Per una buona gestione è necessario indagare anche le cause. Dobbiamo pensare alle voci come alla febbre, qualcuno ha la febbre perché ha preso un virus, qualcun altro potrebbe averla a causa di un’insolazione e la causa cambia non solo il trattamento ma anche la prevenzione dell’insorgenza del sintomo”.
L’esperienza di Nicolò racconta invece che per il suo percorso di recovery gli incontri del venerdì sono stati fondamentali. “Quando ho pensato di dover lasciare il gruppo avevo una gran paura di ricominciare a stare male, invece è un'esperienza che comunque ti rimane. Gli effetti benefici rimangono con te per sempre. Penso che sia perché lì condividevamo tutto, non solo le nostre esperienze, ma anche i metodi che avevamo sperimentato per convivere con le voci”.
Di tipi di voci ce ne sono tantissimi, tra quelle che sono di compagnia, quelle che impartiscono ordini e quelle che dipingono una realtà diversa da quella che si vede con gli occhi. Nicolò racconta: “A mio avviso le voci sono un po' come i sogni, perché uno magari sogna una cosa inverosimile, un drago, però nel momento stesso in cui sogna non ha quella criticità mentale per rendersi conto che i draghi non esistono e che quindi è solo un sogno. Ugualmente con le voci è spesso difficile discriminare ciò che esiste o meno: c’è un drago, scappo! Non sto lì a chiedermi se esiste davvero. Per fortuna non sempre va così, alcune voci si riescono a distinguere, sono le più facili e semplici da gestire perché si distinguono nettamente dalla realtà”.
Un altro partecipante, Stefano, per quanto abbia ascoltato voci molto violente e arrabbiate, dice che non bisogna pensare di voler eliminare le voci, ma capire come conviverci. Tra le altre possibilità esistono anche voci che ci consigliano, che ci proteggono e che ci fanno compagnia. Lo sforzo è a volte di consolarsi, accogliersi e ascoltarsi. La maggior parte delle voci si manifesta in situazioni di ansia o di paura. Tumini spiega: “Le voci nel tempo possono cambiare, di solito succede quando noi cambiamo il nostro rapporto con loro; quando ne abbiamo meno paura e riusciamo a parlarci”. Si tratta in alcuni casi di integrare delle parti di noi stessi a cui facciamo fatica a lasciare spazio, spesso a causa di traumi di cui non sempre si può e si vuole prendere consapevolezza.
L’auspicio è che strumenti così efficaci come i Gruppi di uditori di voci vengano sempre più diffusi sul territorio, anche attraverso l’attivazione di un numero maggiore di gruppi. Questo renderebbe il percorso accessibile a una platea più ampia di persone. Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra il proprio lavoro, la propria vita quotidiana e la possibilità di partecipare a un gruppo di questo tipo. Sebbene i benefici dell’esperienza si protraggano nel tempo, è importante che chiunque possa accedervi senza dover rinunciare ai propri impegni lavorativi o personali.
È fondamentale ricordare che i Gruppi di uditori di voci rappresentano uno strumento prezioso anche per chi lavora e conduce una vita ricca di impegni. Una loro limitata disponibilità rischia invece di renderli, di fatto, accessibili soprattutto a chi dispone di maggiore tempo libero, alimentando l'idea che le persone che sono anche uditori di voci non abbiano altri impegni se non prendersi cura della propria salute mentale. Ampliare il numero dei gruppi significa, al contrario, promuovere un modello di cura realmente inclusivo, capace di rispondere ai bisogni di tutte le persone che potrebbero trarne beneficio.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
presso Istituzione Giancarlo Minguzzi
Via Sant'Isaia, 90
40123 Bologna
Codice Fiscale: 91345260375
email: redazione@sogniebisogni.it