• Home
  • documenti
  • Articoli
  • Coltivare e curare le piante, una metafora della recovery. L'esperienza di Agriverde

Coltivare e curare le piante, una metafora della recovery. L'esperienza di Agriverde

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni

C’è un momento, nell’esperienza raccontata da Raphael Decerf, in cui il lavoro agricolo smette di essere soltanto produzione e diventa progetto di vita. Accade quando una persona semina, osserva il terreno, aspetta che qualcosa cresca e, nel frattempo, torna lentamente a immaginare il proprio futuro.È questa una delle dimensioni più profonde dell’esperienza di Agriverde, cooperativa sociale bolognese nata per costruire percorsi di inserimento lavorativo e riabilitativo rivolti a persone seguite dai servizi di salute mentale.

Agriverde
Raphael Decerf, educatore specializzato e responsabile del settore socio-riabilitativo della cooperativa, racconta un modello in cui orticoltura, vivaismo, manutenzione del verde e cura del paesaggio non vengono considerati semplici attività occupazionali, ma strumenti attraverso cui ricostruire relazioni, continuità, autonomia e capacità progettuale. “Agriverde non è nata con l’intento di fare orticoltura terapeutica - spiega Decerf - Negli anni ci siamo però resi conto che il lavoro agricolo e il rapporto con il verde avevano una valenza terapeutica molto importante”.

La cooperativa opera su più livelli. Da una parte il settore produttivo, con attività di giardinaggio, manutenzione di parchi storici e aree verdi, svolte anche attraverso raggruppamenti di imprese. Dall’altra il lavoro socio-riabilitativo, dove agricoltura, vivaio e orto diventano contesti di recovery. “La nostra produzione – dice Decerf – è la produzione di un certo benessere, del raggiungimento del migliore equilibrio possibile per la persona”.

Il contratto agricolo come strumento di inclusione
Uno degli aspetti più interessanti riguarda la struttura stessa del lavoro agricolo. Secondo Decerf, il contratto stagionale utilizzato nel settore agricolo si è rivelato nel tempo uno strumento particolarmente adatto per persone che convivono con disturbi psichici. “La continuità lavorativa è una delle grandi difficoltà di molte persone con problemi di salute mentale”, osserva. “Ci possono essere periodi di maggiore fatica, momenti in cui è difficile alzarsi dal letto o uscire di casa. In un contesto lavorativo tradizionale questo rischia di portare rapidamente a sanzioni o licenziamenti. Nel nostro caso invece il contratto agricolo e il modello cooperativo ci permettono di lavorare insieme alla persona, senza entrare immediatamente in una logica punitiva”.

Il tema della stagionalità ritorna spesso nelle sue parole. Così come in natura esistono cicli, pause e riprese, anche il disagio mentale può attraversare fasi differenti. Il lavoro agricolo, proprio perché scandito da tempi meno rigidi e più aderenti ai ritmi naturali, può offrire margini di adattamento che altri contesti produttivi difficilmente consentono.

Il vivaio come luogo protetto
Nel racconto di Decerf il contesto assume un valore centrale. Non solo il lavoro in sé, ma anche lo spazio fisico in cui avviene. Il vivaio di Agriverde si trova all’interno di un luogo raccolto, protetto, esteticamente caratterizzato da una forte presenza architettonica e naturale. “Il contesto può fare una differenza enorme”, sottolinea. Qui vengono coltivate piante ortofrutticole, aromatiche, forestali e fiori da mazzo. Negli ultimi anni sono stati realizzati letti rialzati dedicati alla semina dei fiori. È in questo spazio che il lavoro assume una dimensione fortemente simbolica. “Quando una persona semina, prepara il terreno e aspetta che qualcosa cresca, comincia già a proiettarsi nel futuro - racconta Decerf - Per molte persone che seguiamo il futuro è qualcosa di difficile da immaginare. Attraverso la cura della pianta si prova invece a riattivare un pensiero costruttivo e progettuale”. La crescita della pianta diventa così una metafora concreta della recovery: un processo lento, fatto di continuità, cura, osservazione e attesa.

Le regole, il gruppo e il senso di protezione
Nel lavoro svolto da Agriverde il tema della libertà si intreccia continuamente con quello delle regole. “Cerchiamo di venire incontro alle persone - spiega Decerf - ma abbiamo anche bisogno di costruire un contesto strutturato e rassicurante”. Se una persona attraversa una giornata particolarmente difficile, gli operatori cercano prima di tutto di ascoltare e comprendere il disagio. Solo nei casi più complessi viene suggerito il rientro a casa.

L’obiettivo, però, è evitare che la fragilità individuale diventi isolamento. Nel vivaio e nell’orto il lavoro è sempre organizzato in piccoli gruppi, con la presenza di operatori e capisquadra. La dimensione collettiva serve a contenere l’angoscia della fatica e a trasformarla in esperienza condivisa. “Se devi diserbare cento metri di cipolle da solo può sembrarti impossibile - racconta Decerf - Se invece il lavoro viene suddiviso e affrontato insieme agli altri, allora cambia tutto”. Il gruppo, in questo senso, diventa uno strumento di sostegno reciproco ma anche di riconoscimento delle proprie capacità.

La fatica come esperienza positiva
Uno degli elementi più significativi emersi riguarda il rapporto tra fatica fisica e salute mentale. Decerf non idealizza il lavoro agricolo. “Lavorare la terra è duro - afferma più volte - L’agricoltura non è terapeutica di per sé”. Eppure proprio quella fatica, se inserita in un contesto protetto, collettivo e naturale, può assumere un valore differente. La persona si confronta con obiettivi concreti, osserva il cambiamento del paesaggio, impara a rispettare i tempi delle stagioni, scopre il valore dell’attesa.

“L’orto insegna che non si ottiene un risultato immediato – spiega - Serve pazienza. Serve osservazione. Serve capire cosa succede nel terreno, nelle piante, negli equilibri naturali”. Secondo Decerf, l’osservazione e la curiosità rappresentano elementi fondamentali nei percorsi di recovery. “Guardare cosa cresce, osservare gli insetti, capire il significato delle erbe spontanee: sono tutti aspetti che aiutano le persone a riattivare attenzione, interesse e presenza nel mondo”.

Natura, corpo e regolazione emotiva
Nell’esperienza raccontata dalla cooperativa emerge anche una dimensione profondamente corporea. Molte persone inserite nei percorsi di Agriverde percorrono diversi chilometri al giorno camminando nei campi, nei vivai e negli spazi verdi. “La salute mentale ha spesso conseguenze anche sul corpo - osserva Decerf - Se una persona resta a letto per lunghi periodi, il fisico inevitabilmente ne risente”. Il lavoro all’aperto introduce invece movimento, regolazione dei ritmi, esposizione alla luce naturale e contatto con elementi vivi.

Per alcune persone, racconta, nasce persino una forma di empatia profonda verso la natura. “Molti sviluppano un bisogno spontaneo di stare nei contesti naturali – dice - Sentono il vento, la pioggia, gli odori, il cambiamento delle stagioni. Per qualcuno questo diventa un vero spazio di respiro”. Decerf ricorda il caso di una persona con un percorso universitario avanzato in ingegneria nucleare che, dopo una grave crisi psicologica, aveva sentito la necessità di ritrovare equilibrio proprio attraverso il lavoro agricolo e la permanenza in campagna.

Oltre le mura: il rapporto con il territorio
Agriverde lavora anche all’esterno dei propri spazi protetti. La cooperativa cura parchi pubblici, realizza attività di giardinaggio e collabora con realtà educative e associative del territorio. Tra le esperienze citate da Decerf c’è quella sviluppata con la Fondazione Villa Ghigi, dove i tirocinanti della cooperativa accompagnano le visite scolastiche spiegando ai bambini come nasce e si cura un orto. “Per noi è fondamentale uscire dalle mura del vivaio e confrontarci con il territorio – spiega - Il cittadino vede il lavoro che facciamo, interagisce con noi, riconosce le competenze delle persone inserite nei percorsi”.
La cooperativa collabora inoltre con realtà impegnate nell’agricoltura biologica, biodinamica e nello sviluppo dello “slow flower”, il movimento che promuove una produzione di fiori recisi etica, locale e sostenibile.

Il rischio delle semplificazioni
Nel corso dell’intervista emerge anche una riflessione critica sul crescente interesse verso pratiche come il forest bathing e l’orticoltura terapeutica. Decerf riconosce l’importanza delle ricerche scientifiche che stanno approfondendo il rapporto tra natura, benessere psicofisico e salute, ma invita a evitare semplificazioni. “Fare una passeggiata in un bosco fa bene – osserva - ma questo non significa automaticamente fare terapia”. Secondo il responsabile socio-riabilitativo di Agriverde, serve ancora ricerca per definire con precisione protocolli, metodologie e strumenti specifici dell’orticoltura terapeutica.
“Noi lavoriamo all’interno di progetti terapeutici e riabilitativi condivisi con il Dipartimento di salute mentale – precisa - Ma non mi sento ancora di dire che esista una definizione conclusiva di orticoltura terapeutica”. Allo stesso tempo, però, considera importante che la medicina generale e i servizi sanitari riconoscano sempre di più il valore del contatto con la natura nei percorsi di benessere e prevenzione.

Una domanda crescente di aiuto
Nelle parole finali dell’intervista emerge una preoccupazione. Quando Decerf ha iniziato a lavorare in Agriverde, le persone inserite nei percorsi terapeutico-riabilitativi erano sedici. Oggi sono circa settanta. “Mi spaventa guardarmi indietro – ammette - Perché significa che le richieste stanno aumentando moltissimo”.

Da una parte questo comporta la necessità di creare nuovi spazi, nuove reti e nuovi contesti di inclusione. Dall’altra apre interrogativi più ampi sulle trasformazioni sociali contemporanee. “Sempre più giovani stanno male – osserva - Ci sono fragilità, vulnerabilità, contesti di vita sempre più complessi”. Per questo, conclude, non basta aumentare i servizi. Occorre ripensare anche i modelli di vita, le relazioni sociali e il rapporto tra esseri umani e ambiente. “Dobbiamo creare opportunità di lavoro per chi riesce a sostenere ritmi più intensi, ma anche attività produttive, riabilitative e terapeutiche per chi ha bisogno di tempi differenti – afferma - C’è bisogno di fermarsi e ragionare insieme”.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

Scorciatoie

Sogni&Bisogni

Associazione Cercare Oltre

presso Istituzione Giancarlo Minguzzi
Via Sant'Isaia, 90
40123 Bologna
Codice Fiscale: 91345260375
email: redazione@sogniebisogni.it

Privacy&Cookies

Privacy Policy Cookie Policy