di Federico Mascagni
Tre medici psichiatri per quindici posti letto quasi sempre occupati, una psicologa presente due giorni a settimana, e un programma di collaborazione con il volontariato che aspetta di essere riattivato. È questo il quadro che emerge dall'intervista con Federico Chierzi, Dirigente Medico e Responsabile di Struttura Semplice del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC) di San Giovanni in Persiceto, nell'area della Psichiatria Pianura del Dipartimento di Salute Mentale dell'AUSL di Bologna.

Il reparto, noto per aver adottato il metodo no restraint — nessun contenimento meccanico della persona ricoverata —, fa parte di un sistema che conta tre SPDC sull'area metropolitana bolognese (San Giovanni in Persiceto, Malpighi, Maggiore), coordinati dall'Azienda USL di Bologna, con esclusione del distretto di Imola.
La sentenza n. 76 del 30 maggio 2025 della Corte Costituzionale ha introdotto nuove garanzie nel procedimento di Trattamento sanitario obbligatorio. Come si riflette concretamente nella vostra attività?
Entro 48 ore dall'inizio del TSO facciamo con ogni persona ricoverata un'udienza online, perché sarebbe difficile per il giudice venire fisicamente. Il Giudice tutelare ha la funzione di verificare la corretta esecuzione del trattamento obbligatorio, che non ci siano elementi di lesione dei diritti della persona. È vero che il giudice non ha gli strumenti sanitari per accertare se il TSO sia corretto da un punto di vista medico e psichiatrico, però penso che, con tutte le difficoltà organizzative che questo comporta, nel complesso sia una cosa positiva.
Buona parte delle persone si trova in una fase molto critica nei primi giorni del ricovero, non hanno tutte le facoltà al 100 per cento. Avere una figura esterna che si interessa, che chiede, che interloquisce, per molte persone è significativo, si sentono tutelati. Questo gioca poi, in seconda istanza, anche sul percorso sanitario. Non ci sono al momento avvocati o interventi di altre figure giuridiche: ci siamo semplicemente noi, la persona e il Giudice tutelare in collegamento.
Come funziona il coordinamento tra il vostro reparto, la Polizia Locale e i servizi di emergenza-urgenza nella gestione del TSO?
L'area di Bologna, e in particolare la nostra della pianura nord, ha protocolli con le Polizie Locali e con i Comuni ormai da anni. Adesso anche la città di Bologna si sta adeguando. Ci troviamo insieme ai colleghi dell'emergenza-urgenza, delle ambulanze, della Polizia Locale, e ci diciamo chi fa cosa nelle situazioni di maggior rischio. La Polizia Locale ha il primo compito di verificare la correttezza formale di tutti i passaggi, la documentazione — aspetti che possono sembrare burocrazia ma sono essenziali per accertare la regolarità del TSO. Devo dire che ho avuto, per quello che è la mia esperienza, una buona collaborazione con le polizie locali, sia nell'area in cui lavoro che a Bologna, pur con differenze significative tra realtà come quella del Comune di San Giovanni in Persiceto e quella, per dire, di Crevalcore. Nel complesso penso che funzioni abbastanza bene.
L'SPDC di San Giovanni in Persiceto è noto per il metodo no restraint. Significa assenza anche di contenimento farmacologico?
Le medicine sono uno strumento importante nelle fasi di scompenso iniziale: la terapia è soprattutto farmacologica, e chiaramente noi facciamo anche gruppi e colloqui. In una fase di acuzie e di scompenso psichico, la terapia farmacologica è importante — la utilizziamo anche come elemento detensivo, ansiolitico, sedativo in alcuni momenti di particolare agitazione psicomotoria, che sono parte intrinseca della problematica che trattiamo. Non credo che il nostro utilizzo delle terapie farmacologiche sia molto diverso da quello degli altri servizi psichiatrici di diagnosi e cura. A volte ci viene detto: "Sì, ma voi non legate le persone perché le narcotizzate". Non è vero, posso garantire che non è così.
Vi allineate alle prescrizioni farmacologiche standard previste in queste circostanze?
Sì, esattamente.
Quanti posti ci sono e qual è il tasso di occupazione?
I posti sono quindici, come previsto per legge per tutti gli SPDC, salvo particolari deroghe. Sono quasi sempre pieni. Capita spesso — direi quasi sempre — che abbiamo uno o due pazienti "lungodegenti" tra i quindici: persone in attesa che si concretizzi un progetto residenziale, o che non possono essere spostate in contesti a minore intensità di cura per ragioni sanitarie o sociali. Questo crea una difficoltà organizzativa concreta: dovremmo avere posti disponibili ogni giorno per ricoveri urgenti provenienti dai Centri di Salute Mentale del territorio. Quando i letti sono bloccati, si creano problemi.
Accogliete solo utenti del vostro territorio?
Capita non di rado che noi accogliamo persone di Bologna e viceversa — che utenti della nostra area vengano ricoverati in uno dei due SPDC di Bologna. Questo perché il sistema è aziendale e riguarda tutta l'area metropolitana bolognese, Imola esclusa. Di solito cerchiamo di trasferire i pazienti il prima possibile all'SPDC più vicino alla loro residenza, dove ci sono i loro servizi. Ci accordiamo e collaboriamo abbastanza bene con i colleghi di Bologna. Può capitare anche che ci chiediamo reciprocamente di gestire un ricovero per ragioni di incompatibilità: persone che hanno una relazione amorosa, o rapporti di parentela, e che non è utile siano ricoverate nello stesso reparto. È una cosa che non avviene spessissimo, ma accade. Fuori provincia e fuori regione capita di meno, ma si verifica lo stesso.
Quali sono le necessità più urgenti del vostro SPDC?
La problematica principale è il personale. In questo momento abbiamo solo tre medici: basta che uno sia in malattia, o uno debba fare la notte, e ci si ritrova con un medico al mattino e uno al pomeriggio — molto pochi, anzi del tutto insufficienti per gestire un reparto di urgenza con 15 persone. I colleghi che vanno in pensione non vengono sostituiti. Nei prossimi anni ci troveremo di fronte anche alla carenza di infermieri, che riguarderà tutto il sistema sanitario. Per adesso come reparto galleggiamo, ma abbiamo avuto fasi di forte criticità. Abbiamo una psicologa — è una figura preziosa — ma è disponibile solo due giorni a settimana. Poterla avere più spesso sarebbe utile. Le risorse umane sono la cosa principale.
È un problema di formazione o di capacità di assunzione del sistema pubblico?
È un problema di budget. L'azienda, con le spese ingenti che caratterizzano un sistema sanitario e con i fondi che negli ultimi anni, soprattutto a livello centrale, sono andati diminuendo, si trova in difficoltà. Non vengono fatte sostituzioni per maternità. Ci sono stati periodi in cui i colleghi che andavano in pensione venivano rimpiazzati; adesso non sappiamo più se e quando questo avverrà.
C'è spazio per il contributo del volontariato?
Negli ultimi tempi abbiamo sperimentato collaborazioni con l'associazionismo: persone che accompagnavano i ricoverati, portavano beni essenziali, andavano a trovare chi non aveva nessuno. Abbiamo avuto ESP — Esperti nel supporto tra pari, persone con un vissuto diretto della malattia mentale — che venivano a svolgere attività di mutuo aiuto e creative con i pazienti. Al momento questo è sospeso per una serie di ragioni, ma stiamo cercando di riattivarlo. Sarebbe indubbiamente utile. Il messaggio che vorrei mandare alle associazioni è che la loro esistenza e il loro contributo sono fondamentali e sempre più necessari, nel momento in cui la sanità è in crisi sia d'identità che di finanziamenti. Le porte sono più o meno aperte. Stiamo anche lavorando su questo fronte — c'è, per esempio, il progetto Passaporta — non è semplice aprire il sistema sanitario all'esterno, però penso che ci sia un terreno su cui si può lavorare.
Le associazioni o i volontari che volessero mettersi a disposizione come possono contattarvi?
Il numero dell'SPDC è facilmente reperibile online. Posso però fornire il mio numero di lavoro, che è diffondibile: 351 652 4181.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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