di Federico Mascagni
La sofferenza mentale non colpisce tutti allo stesso modo e non si distribuisce casualmente nello spazio urbano. A Bologna il benessere psichico segue le linee di frattura delle disuguaglianze socio-economiche, delineando una geografia sociale del disagio. È quanto emerge dallo studio realizzato dall'Università di Bologna (Centro Studi e Ricerche in Salute Internazionale e Interculturale - CSI e Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie), il Comune di Bologna, l’AUSL di Bologna (Dipartimenti di Salute Mentale e Sanità Pubblica), l’IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche e l’Istituzione Gianfranco Minguzzi, con l'obiettivo di mappare la salute mentale nei quartieri di Bologna e di comporre un quadro complessivo delle criticità.
La metodologia: un approccio tra numeri e testimonianze
Per comprendere un fenomeno complesso come la salute mentale urbana, i ricercatori hanno adottato un approccio interdisciplinare che ha unito l'analisi dei dati alla voce di chi opera sul campo. Nella fase quantitiva o epidemiologica sono state analizzate le 90 aree comunali di Bologna utilizzando le informazioni dell'AUSL relative al periodo 2015-2019, rendendo possibile la mappatura dove la prevalenza di disturbi mentali è superiore o inferiore alla media cittadina.
Nella fase qualitativa sono stati condotti cinque focus group, uno per ogni Centro di salute mentale (CSM) cittadino (Navile, San Donato-San Vitale, Borgo Panigale-Reno, Porto-Saragozza, Savena-Santo Stefano). In questi incontri, tra 5 e 8 professionisti per gruppo (psichiatri, infermieri, educatori, assistenti sociali) hanno discusso l'impatto dei determinanti sociali sulla loro pratica quotidiana.
La mappa del disagio: i quartieri di Bologna
"Anche senza pensarci più di tanto, era già in preventivo che fossimo una zona abbastanza pesantina. Anche perché la maggior parte degli appartamenti Acer adesso sono situati proprio qua al Navile" (Educatrice)
I dati mostrano un chiaro "gradiente sociale": le aree con maggiori svantaggi economici presentano un ricorso più elevato ai servizi pubblici. Mentre il centro storico e la zona sud (colli) mostrano indici inferiori alla media, le periferie nord, ovest e alcune zone a est sono le più sollecitate.
Il Quartiere Borgo Panigale-Reno detiene il primato con il 78% di persone assistite in più rispetto alla media cittadina. Ducati Villaggio Ina: registra un +62% rispetto alla media.
L'Area dell'aeroporto presenta un’incidenza di diagnosi psichiatriche del +57% superiore alla norma. Nel Quartiere Navile aree come Lazzaretto (+59%) e Zanardi (+58%) mostrano una forte concentrazione di disturbi mentali comuni (ansia e depressione moderata).

Determinanti Sociali: perché ci si ammala a Bologna?
"Una cosa che si è ridotta nel tempo è stata l’assistenza psicologica, questa è una cosa che sicuramente impatta penso di più sulle fasce più povere della popolazione, perché è un servizio che chi ha i soldi va tranquillamente nel privato" (Infermiere).
Il report evidenzia come la salute mentale sia influenzata da fattori che vanno ben oltre la biologia. Analizzando la realtà bolognese, emergono variabili critiche:
1. Reddito e lavoro: esiste una correlazione tra basso reddito e ricorso ai servizi. Chi ha risorse economiche a Bologna tende a rivolgersi al mercato privato per i "disturbi comuni", mentre le fasce più povere dipendono totalmente dal pubblico, subendo maggiormente la riduzione dell'offerta di assistenza psicologica pubblica avvenuta negli ultimi anni.
2. L'abitazione come "protesi": la casa è vista come lo strumento che evita l'inserimento in strutture comunitarie. Nelle zone ad alta concentrazione di Edilizia residenziale pubblica (ERP), come al Navile, il degrado e il sovraffollamento abitativo portano spesso i pazienti a chiedere il ricovero ospedaliero come unico "rifugio" possibile contro la conflittualità domestica.
3. Il ruolo dell'istruzione: l’aumento del livello di istruzione (specialmente tra i 25-44 anni) correla negativamente con il disagio: più alto è il titolo di studio, minore è la probabilità di finire in carico ai servizi per patologie gravi.
I servizi alla prova dell'equità
"Le persone vengono qui con dei bisogni sociali e non per dei bisogni sanitari. Perché gli han detto che qua poi a volte troviamo lavoro, qua facciamo…" (Psichiatra).
Il capitolo dedicato alla risposta dei servizi rivela una consapevolezza diffusa tra gli operatori, che però faticano a tradurre questa sensibilità in azioni strutturate:
1. Frammentazione e burocrazia: strumenti innovativi come il Budget di Salute (BdS) o i Tirocini Formativi (TiFO) sono spesso percepiti come gravati da un eccesso di burocrazia che ne irrigidisce l'uso, trasformandoli talvolta in semplici sussidi economici di "mantenimento" (nel caso dei TiFO decisamente inadeguati) piuttosto che in percorsi di reale recovery.
2. Disomogeneità territoriale: Bologna non è uniforme nell'offerta. Viene segnalata, ad esempio, l'assenza del "Progetto Leggieri" (consulenze ai medici di base) nella zona di Bologna Est, creando una disparità di trattamento rispetto ad altre aree della città.
3. Il Rischio della delega: i Centri di Salute Mentale sentono spesso di essere diventati i "contenitori" di casi che altri attori sociali non riescono a gestire, dove i bisogni sono primariamente sociali (casa, lavoro) ma vengono presentati sotto forma di sintomi sanitari per ottenere ascolto.
La ricerca suggerisce che per Bologna la sfida non sia solo clinica ma politica: si cerca ancora da parte del Comune un progetto di integrazione fra sanitario e sociale, uscendo dai servizi per entrare nel terreno delle relazioni di comunità.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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