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La casa come terapia: il modello dell’abitare supportato nel film "Elling"

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni

Il cinema, come la letteratura e l’arte in generale, ha affrontato numerose volte il tema del disagio psichico, trattandolo di volta in volta come follia socialmente pericolosa, oppure come grazia divina riservata solamente ai geni. Quasi sempre lo sguardo è quello morboso di chi, aggiornato all’interpretazione della malattia da romanzi d’appendice, si aspetta che la fragilità mentale venga spettacolarizzata per diventare intrattenimento.

Ma ci sono anche film che trattano l’argomento con attenzione scientifica, e alcuni di essi riescono anche nell’intento rarissimo e prezioso di raccontare storie di disagi senza turbare (oggi si dice “triggerare”) chi, portatore di quei turbamenti, si confronta con il film. "Elling", pellicola norvegese del 2001 diretta da Petter Næss, è in questo senso un capolavoro. Attraverso una narrazione semplice e delicata, il film descrive la lenta rinascita del protagonista dall'isolamento domestico alla scoperta dei legami sociali e della poesia.

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Per analizzare il parallelo tra la finzione cinematografica e l'attuale rete dei servizi bolognesi, abbiamo intervistato Daniele Benfenati, educatore professionale dell’AUSL di Bologna con un’esperienza ultraventennale nel settore e referente per i percorsi di abitare supportato. L'occasione è stata la proiezione del film tenutasi lo scorso 30 gennaio 2026 presso l'Aula delle Colonne (Casa di Comunità Porto-Saragozza), nell'ambito del progetto "Cinema e Salute".

Daniele, partiamo dal film. La vicenda di Elling inizia con un ricovero coatto dopo la morte della madre e prosegue in una struttura che appare molto istituzionalizzata. Come leggi questo contesto rispetto alla realtà italiana?
Il film racchiude un po' l’aspetto di quello che viviamo in salute mentale, ma mi proietta più in una situazione tipo anni '70 rispetto ai primi anni 2000 in Italia. Già quando ho iniziato a lavorare nel 1995, i percorsi abitativi e i reparti di cura italiani avevano un'attenzione maggiore. Nel film, Elling e il suo amico sembrano subire i passaggi senza un potere decisionale, come pazienti e non come agenti del proprio percorso. In Italia, già allora, la struttura descritta somigliava più a un manicomio che a una comunità dove si "rimette in fila" un pensiero di vita.

Nel film compare la figura di un assistente sociale che gestisce il passaggio all'abitare condiviso con metodi piuttosto sbrigativi. Qual è la differenza strutturale con il nostro sistema?
Lì sembra un percorso governativo, molto diverso dal nostro dove la sanità è affidata a Regioni e AUSL, con i Dipartimenti di Salute Mentale che definiscono percorsi individualizzati. Quella figura nel film appare marginale, quasi un "controllore" normativo. In Italia lavoriamo già dagli anni ‘90 con un’equipe multiprofessionale — educatori, infermieri, assistenti sociali — che inizia un percorso di conoscenza e relazione con il paziente. La relazione è il motore del cambiamento.

A Bologna il modello territoriale è centrale. Quali sono oggi i punti di forza rispetto al passato?
Lavorare il più possibile vicino alle persone, alle famiglie e alla rete dei servizi resta un’esperienza vincente. Oggi c’è uno sviluppo fortissimo della rete di supporto: volontariato, associazionismo e lo strumento del budget di salute. Nel film questi elementi mancano, mentre nella nostra realtà cerchiamo di modulare il supporto in modo condiviso con l'utente e i familiari.

Elling e Kjell Bjarne mostrano come la convivenza possa diventare una risorsa. Accade lo stesso nei vostri appartamenti?
Assolutamente. Quello che partendo da un limite può diventare risorsa è ciò che viviamo quotidianamente. Il vivere insieme può essere faticoso, ma funge da "specchio" e innesca reciproco supporto. Il nostro ruolo di operatori è rendere il vivere insieme un sostegno piuttosto che uno scontro di bisogni differenti. Ho visto legami e amicizie mantenersi nel tempo, ben oltre la nostra progettualità negli appartamenti.

C'è un limite nell'integrazione con il vicinato e il condominio, come avviene nel film?
Nei gruppi appartamento da 5-6 persone salvaguardiamo la privacy degli utenti come fosse casa loro. Negli appartamenti più piccoli, per una o due persone, è invece più facile che si creino legami con i condomini o persone esterne, in modo simile a quanto accade a Elling.

Il film si chiude con un messaggio di speranza legato alla poesia e alla recovery. Cosa ti ha lasciato questa visione?
Mi è piaciuto molto il messaggio dell'opportunità: poter star bene nonostante i limiti, riappropriandosi di una vita che piace. C’è una considerazione finale di Elling che mi ha colpito, che riguarda l’apertura al cambiamento, l'idea che ognuno possa scriversi il proprio percorso di recovery. È il tema conduttore del nostro lavoro quotidiano sulle autonomie: vedere ogni giorno l’opportunità di piccole cose che sono "salute" e non "malattia".




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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