di Federico Mascagni
Giorgio è un utente della salute mentale di Bologna. Il suo percorso, segnato da cadute e risalite nei contesti lavorativi "tradizionali", ha trovato un nuovo equilibrio e una vera gratificazione presso la Cooperativa Sociale Arcobaleno. Oggi lavora all'interno dell'Oasi La Rizza di Bentivoglio, dove il lavoro non è solo sussistenza, ma una forma di cura e relazione.

Giorgio, ci racconti il tuo percorso all’interno della Cooperativa Arcobaleno e di cosa ti occupi oggi?
Per i primi sei anni ho seguito un percorso di tirocinio, attraversando tutte le formule contrattuali previste per gli utenti della salute mentale. In quel periodo ho anche dipinto molto, perché la pittura è la mia grande passione. Da sette anni, invece, sono stato assunto ufficialmente dalla cooperativa come socio-dipendente. Lavoro nel ristorante dell'Oasi La Rizza, a Bentivoglio: faccio il cameriere, sto alla cassa, gestisco la sala e, durante la settimana, aiuto anche nelle preparazioni in cucina.
Sei soddisfatto dell’attività che svolgi?
Sono stracontento, è un lavoro che mi gratifica moltissimo. In passato ho sempre lavorato nella ristorazione, ma in contesti che definirei "da battaglia": nei bar dell’aeroporto di Bologna o nell’area di servizio di Castel San Pietro. In quei posti non c'è spazio per parlare con il cliente. Questo impiego attuale, invece, mi dà l’opportunità di incontrare tante persone, di accoglierle e di entrare in relazione con loro. Per me è come avere una finestra aperta sul mondo; questo mi dà molta gioia.
Secondo la tua esperienza, come dovrebbe funzionare il mondo del lavoro per chi vive una condizione di fragilità?
Il ristorante in cui lavoro oggi è un luogo protetto. Qui sanno che sono un paziente psichiatrico e c’è comprensione: se mi è capitato di sentirmi troppo affaticato, ho potuto prendermi qualche giorno di riposo senza problemi. In un ristorante "normale" lavori sei giorni su sette con turni doppi; per chi ha una fragilità, quel ritmo porta all'esaurimento in brevissimo tempo.
Tornando alle esperienze in aeroporto e in autogrill, cosa ricordi di quel periodo?
Ricordo che a vent'anni ero ancora molto "bimbo". L'ambiente era enorme: eravamo 120 dipendenti tra i sei bar, il self-service, il Burger King e lo Spizzico. È stato proprio mentre lavoravo lì che ho avuto il mio primo episodio psicotico.
Come hanno reagito l'azienda e i colleghi in quel momento critico?
L'azienda, a modo suo, cercò di essere accogliente. Dopo il ricovero — un Tso durato tre settimane — caddi in una profonda depressione, passavo le giornate fossilizzato sul divano. Dopo due mesi mandarono il medico fiscale: fu lui a dirmi che, per la gravità di ciò che avevo avuto, avrei potuto chiedere altri 4 o 5 mesi di malattia. Ma io scelsi di tornare subito: sentivo che se non l'avessi fatto, non mi sarei rialzato più. Il rientro fu faticosissimo: provavo vergogna, avevo il terrore che gli altri capissero che prendevo farmaci. A livello umano, alcune colleghe furono gentili, molte altre no. Credo non avessero gli strumenti per capire e gestire il mio malessere, anche perché poco dopo interruppi le cure e tornai in crisi.
Hai avuto anche esperienze in contesti aziendali di alto livello. Come si inserisce una fragilità in un ambiente competitivo?
Un tempo partecipai a un corso di alta formazione in marketing finanziato dalla Regione Emilia-Romagna. Era a numero chiuso e mi classificai nono su venticinque. Per quattro mesi feci il pendolare tra Bologna e Rimini, arrivando a fine anno molto stressato. Poi feci uno stage a Funo presso la Coswell (l’azienda di Biorepair e dell’Angelica). Lì sono stato malissimo: era un ambiente estremamente competitivo, senza alcuno spazio per le emozioni. Stare nove ore davanti a un computer appiattisce la mente; per chi ha una fragilità, significa stare costantemente sopra la soglia massima di stress.
Pensi sia un rischio dichiarare la propria fragilità durante un colloquio di lavoro?
Nei miei lavori passati non l'ho mai detto chiaramente, anche se probabilmente le persone attorno a me lo capivano. Però mi sento di dire una cosa: la vera svolta per chi vuole lavorare non è solo il contratto, ma il momento in cui decidi di curarti. È quello il momento esatto in cui riprendi in mano te stesso e la tua vita.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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