di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni
30 settembre 2025, uno dei primi tavoli di discussione sulla salute mentale, organizzati in occasione della Giornata mondiale, che si sono conclusi con la restituzione finale in Santa Lucia il 10 ottobre. In quel lungo pomeriggio dentro la redazione di Psicoradio, si festeggiano venti anni di informazione e testimonianze. Nella stanza, dove di solito si riuniscono i redattori, si sono addossati i tavoli ai muri per fare spazio a una ventina di sedie collocate in modo ellittico. Realizzare un cerchio purtroppo era materialmente impossibile. Sta per avviarsi un confronto fra persone con disturbi mentali, quasi tutte molto giovani. C’è chi è presente perché fa parte della redazione, chi perché ne ha fatto parte. Storie diverse, disturbi diversi, percorsi che hanno condotto a un equilibrio rispetto a chi magari sta ancora cercando la via giusta per un po’ di serenità.

Oggi si indaga su di sé e sul rapporto con il mondo, e la parola è libera. Gli stereotipi: “C'è chi dice che gli dà fastidio l’imprevedibilità che la gente vede in persone con disturbi. A me non dà fastidio perché ci sono stati periodi in cui ero imprevedibile. C'è chi dice l'instabilità. A me non dà fastidio perché ci sono stati periodi in cui ero instabile. La cosa che mi dà veramente fastidio è che la gente pensi che siano atteggiamenti fasulli, simulati per ricevere attenzioni. E questa è anche colpa delle persone malate di attenzione, capaci anche di fingere di avere una patologia mentale”.
Mentre ascolto penso all’esposizione sui social, ai tanti che raccontano un’esperienza vera o presunta di disturbo mentale con l’obiettivo di inserirsi in una nicchia mediatica sempre più popolare, perché riguarda un’emergenza giovanile. Sui media si lucra perfino sul disagio. Si grida al lupo a favore di videocamera, e poi chi viene divorato realmente dal male viene completamente ignorato.
Continua il confronto con i partecipanti. Altra domanda: nella tua vita quotidiana hai capito cosa ti fa stare meglio e cosa ti fa stare peggio? “No, non l'ho capito. Sinceramente, è un concetto che mi sfugge. Prendiamo per esempio la psicoterapia: ci sono state tante sedute in cui ne sono uscito molto peggio di come stavo prima. Mi sembrava quasi di aver raggiunto quel minimo di stabilità per stare fuori da una casa di cura, e adesso guarda come sono ridotto, sto piangendo per strada. Ma dopo mesi, anni, ti volti indietro e dici cavolo, mi serviva davvero”. Qualcun altro si aggiunge: “Mi fa stare meglio il contatto con la natura: la vicinanza col mare, le escursioni in montagna, in mezzo ai boschi”. Una mano alzata: “A me fa male stare in mezzo al caos, in mezzo alla confusione: un supermercato, il traffico”.
È possibile cambiare e stare meglio o è solo un sogno? “Stare meglio è possibile? Sì, assolutamente sì. Ma io ho avuto un problema nel mio percorso: volere raggiungere una felicità che non esiste. Basta riuscire a dire ok, oggi ce la posso fare. Quello è sufficiente. Cercate qualcosa di vero”. La discussione si è avviata, si è scaldata come un motore. Una preparazione propedeutica alla sala di registrazione, dove fra mixer e microfoni, il tecnico e i redattori si confrontano con gli intervistati per porre le stesse domande fatte poco prima in sala. Ecco una sintesi delle risposte, fra riflessioni e ricordi, spesso dolorosi, ma riportati con distacco.
“Lo stereotipo che mi fa arrabbiare di più è che la soluzione di tutti i mali siano gli psicofarmaci. Parlo per esperienza personale. Durante la mia infanzia sono sempre stato molto agitato, mi era sempre molto difficile gestire le mie emozioni, ero una furia, facevo male a chi mi stava intorno. Alle superiori mi è stato prescritto il Risperidone. È stata comunque una soluzione a breve termine e la sua sospensione mi ha causato molti problemi. Alcune sono sostanze che ti annullano mentalmente, come una lobotomia”. Una ragazza racconta: “Non sopporto l'utilizzo nella vita di tutti i giorni di certe parole di cui la maggior parte della gente neanche conosce il significato. Spesso sento delle amiche che dicono ah ma quello è psicopatico, ah ma quello è bipolare, come se fossero delle offese”.
Stare bene, stare male. Nelle parole degli intervistati si concretizzano le paure e le trasformazioni che avvengono nel corpo e nella mente quando si è in preda a un profondo disagio. Stare bene può anche voler dire abbandonarsi senza sensi di colpa a dipendenze dannose, come l’isolamento, il fumo, la dipendenza tecnologica, la gratificazione dei prodotti alimentari industriali e ultra-processati. In entrambi i casi prende il sopravvento il lasciarsi andare, perdere il contatto con sé stessi.
“Soffro di una grande ansia sociale. Cerco di evitare luoghi affollati di gente che non conosco perché so che poi sto male, mi viene ansia, agitazione, caldo, mi metto a sudare anche se magari c'è l'aria condizionata. Ciò che mi fa stare bene sul breve termine è stare a casa a giocare ai videogiochi, mangiare cibo spazzatura tipo patatine fritte e roba simile. Magari nel lungo termine mi faranno star male, ma per il momento continuo ad approfittare di questa breve felicità”.
Per ogni ansia esiste un suo risvolto positivo. Il rovescio della medaglia lo troviamo nel racconto di una giovane donna: “Una cosa che mi fa stare sempre bene, sia quando sto male sia quando sto bene, è stare in mezzo alle persone. Mi sarebbe piaciuto vivere in una comunità. Al contrario, nei momenti in cui mi trovo sola con me stessa sto molto male, divento sensibile agli sguardi esterni, e la comunicazione non verbale diventa incomprensibile e mi mette in profondo disagio”.
Un ultimo pensiero va, deve andare alla speranza: “Per stare meglio bisogna iniziare ad accettare i problemi che si hanno, non cercare di nasconderli. Una persona senza un braccio non può sperare che gli ricresca, deve trovare un modo personale e sereno di vivere la vita”. E ancora: “Ho una diagnosi, ma nessuno mi toglierà mai dalla testa che io non sono nata così. Mi è capitata tra capo e collo per una serie di eventi negativi che mi sono capitati e non avevo il supporto delle persone giuste di fianco a me. Ma sono sicura che un giorno mi libererò di questa cosa”.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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