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Pennelli, colori e chiacchiere dentro una residenza psichiatrica

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni

Dentro all’Arcipelago c’ero entrato già altre volte. Ero andato a trovare G, che era rimasto senza sigarette e perfino senza ricambi di vestiti, e S, scampato alla morte ma non senza portare i segni su di sé. Questa volta dovevo suonare alla porta armata della Residenza a trattamento intensivo di via Sant'Isaia per partecipare a una giornata di colori da stendere sui muri bianchi illuminati dai neon, seguendo le linee di un maestoso disegno: un lago circondato da verdi montagne di boschi ospita nelle sue profondità pesci colorati che guizzano puntando verso un cielo di speranze.

murale

È la storia di un salmone e del suo ciclo di vita, ci racconta Giovanni Iafrate, coordinatore della realizzazione di questi murales sparsi in quattro servizi psichiatrici metropolitani. Sono tratti da un libro che Giovanni, cartotecnico, artista, Esp e attivista per la salute mentale, ha realizzato assieme ad Andrea Niccolai, artista e autore del disegno preparatorio che noi, utenti, operatori, ospiti, coloriamo con ampie pennellesse e fini pennellini sotto le indicazioni precise di Giovanni. Qua ci va un verde più scuro, lì uno più chiaro per dare un colpo di luce.

Qualche utente arriva, dà un occhio, prende in mano un pennello e aiuta a stendere un colore, a riempire un campo del muro; poi si stufa e se ne va. Qualcun altro esce dalla sua stanza, osserva un po’ perplesso e torna in camera sua. Sulla panchina alle spalle di chi lavora dando mani e mani di colore ci sono alcune ospiti che seguono attentamente lo sviluppo del lavoro, scambiandosi commenti o battute. “Quel pesce assomiglia a qualcuno che conosco”. Non pensavano che l’infermiera fosse così brava, una vera artista.

Certo, l’attività è importante, cambierà definitivamente l’aria da sempre asettica di questo luogo di sofferenza e solitudine, ma mi sembra che la cosa in più sia il fatto di avere ospiti con cui conversare. Non sempre gli stessi operatori, i medici, i familiari che più o meno si fanno vedere durante la permanenza. Le età sono diverse, come lo sono i disturbi e le storie dietro di essi, segreti dolorosi spesso destinati a rimanere sconosciuti. C’è chi sembra avere esaurito l’energia di ogni fibra del suo corpo e resta assente su una sedia, la testa alzata che osserva un punto indistinto. Le storie del passato perseguitano; c’è chi si sente sbagliata perché qualcuno ha voluto che si sentisse così. Quanti danni procurano non solo la violenza e la prevaricazione, ma anche il giudizio. Capita sempre quella che sembra lì per caso, assolutamente normale, l’aria rassegnata di chi pensa “con me si sono sbagliati, ma tant’è, ormai sono qui”. Molti stanno chiusi in camera, preferiscono stare da soli, non incontrare nessuno.

Seconda mano di colori. Giovanni guarda prima l’immagine nel suo insieme, poi esamina i dettagli, quindi suggerisce a chi è al lavoro come intervenire al meglio per dare quell’effetto specifico, ma lasciando sempre la massima libertà d’espressione. La psichiatra passa, osserva con soddisfazione l’attività e saluta tutti; il turno è finito. Arrivano alcuni genitori. Stranamente tutti uomini, tutti abbastanza anziani, molto probabilmente abituati a questi luoghi dai quali i propri figli sono entrati e usciti più di una volta. L’opera è grandiosa; la mano dell’artista che l’ha disegnata è notevole e rende perfettamente il respiro di una natura prorompente, alla quale risponde la realtà del piccolo parco che abbraccia l’Arcipelago, grazioso con i suoi alberi ad alto fusto e le comode panchine di pietra. Niente a confronto di quei boschi che tappezzano i monti attorno al lago dal quale guizzano i pesci alla ricerca di una fetta di cielo, di una libertà verticale. Da una stanza un paziente urla disperato. “Sono i demoni che vede”. ci spiega un’altra ospite, “vedere i demoni è l’esperienza più tremenda”. Un infermiere poggia il pennello e si dirige alla stanza dalla quale provengono le grida. Si chiude la porta dietro di sé, passano pochi minuti e tutto tace.

Non siamo stati in grado di finire tutto in quel primo incontro, parte dei campi di muro sono rimasti senza colori, ma lo sguardo e le foto restituiscono comunque un non finito di vera bellezza. Non sembra poi così difficile stare dentro un servizio psichiatrico per fare quattro chiacchiere con chi è ospite e fare qualcosa assieme. Quelle porte armate dovrebbero scattare più spesso per essere varcate da chi porta attività. La vita dentro quelle strette mura non può passare esclusivamente fra una sigaretta e la somministrazione degli psicofarmaci, una visita di un parente o dello psichiatra. Dentro ai servizi psichiatrici deve esserci qualcosa di più; può essere un pennello in mano per iniziare.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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