di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni
La sottrazione di spazi verdi a opera di un’urbanistica aggressiva che ci priva non solo di isole di resilienza ecologica e climatica, ma di luoghi di appurata rilevanza terapeutica, è ormai non solo un argomento ambientalista, ma una conclamata situazione che, anche attraverso recenti scandali giudiziari, investe la politica delle principali città italiane. Preservare questi spazi riguarda anche la salute mentale della popolazione.

Un team internazionale che vede coinvolti 20 partner fra università, cooperative sociali e Ong, provenienti da 7 Paesi europei e Stati Uniti composto da sociologi, psicologi ambientali, medici, cerca di connettere la natura con gli adulti che presentano problemi di salute mentale per studiarne gli effetti. Il progetto si chiama GreenME Horizon Europe, e ha un polo anche presso l’Unibo, alla facoltà di Agraria, che proprio in questi giorni si sta occupando di rilevare gli utilizzi delle aree verdi da parte degli abitanti dei quartieri di Bologna con gli indici di disagio sociale ed economico più alto (Bolognina, Barca, Cirenaica, Pilastro). In questa fase lo strumento di ricerca scelto è quello del questionario, al quale si può accedere dal link https://universityofkent.qualtrics.com/jfe/form/SV_dd1znRilJohHMOy?Q_Language=it.
Abbiamo parlato del progetto internazionale con Virginia Cioncoloni, ricercatrice dell’Unibo. Appassionata d’agricoltura sociale, svolge la tesi magistrale presso il Master di agricoltura terapeutica della facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, unico in Italia. “Il progetto GreenME è stato scritto dopo la pandemia, dai bisogni che si sono manifestati, dall'urbanizzazione e dalla costante necessità di riconnettersi con la natura e di quanto questo rapporto è mancato a molte persone”.
Ortoterapia, forest bathing, surf therapy, pet therapy: termini che designano attività benefiche per chi soffre di disagi mentali, ma per le quali qui in Italia manca un riconoscimento professionale, a eccezione dell'orticoltura terapeutica grazie al master a Bologna, mentre in Inghilterra e Svezia fanno parte dei normali percorsi terapeutici per la salute mentale. “Queste attività si dividono in attività in ambienti naturali, come parchi e fiumi, che prevedono un’interazione passiva con la natura. Il livello intermedio è la promozione della salute basata sulla natura, ovvero la creazione di orti condivisi, la partecipazione ad attività di conservazione ambientale, passeggiate guidate nella natura, fino ad arrivare alle cosiddette terapie basate sulla natura. Infine c’è il livello più formale e strutturato, che prevede interventi prescritti da professionisti con una certa ripetizione nel tempo e con un protocollo deciso in base al contesto e agli utenti coinvolti. L'obiettivo è utilizzare la natura come strumento terapeutico integrato nei percorsi di cura”, dice Cioncoloni.
La raccolta delle informazioni su queste attività, anche attraverso interviste, forniranno i primi risultati di letteratura scientifica entro quest’anno e sarà basata sulle esperienze compiute a livello internazionale, con l’obiettivo di rendere disponibili i risultati alle istituzioni sanitarie e alle comunità locali dei Paesi coinvolti all’interno del progetto.
“In questo anno e mezzo abbiamo scritto un protocollo di ricerca da applicare in diversi contesti internazionali. Noi lo applicheremo presso la cooperativa Eta Beta. Attraverso le risposte al questionario che stiamo somministrando su Bologna verranno create delle mappe successivamente utili per il Comune e per le persone, per capire quali spazi verdi vengono visitati in una determinata area per poter compiere un’analisi del paesaggio sia a livello di biodiversità che di accessibilità”, aggiunge la ricercatrice.
Il progetto GreenME proseguirà fino ad agosto 2027 e avrà il momento forse più importante nella co-creazione di politiche e soluzioni per le terapie basate sulla natura, con un forte coinvolgimento dei portatori di interessi anche attraverso seminari che riprenderanno a svolgersi da novembre prossimo.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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