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Storia di Khadija che è tante cose: madre, sarta, mediatrice e persona con disturbi psichiatrici

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Chandra Signorile, redattrice di Sogni&Bisogni

La redazione ha incontrato Khadija che vive nella provincia bolognese e proviene dal Marocco. Il suo percorso è stato segnato da continue trasformazioni: nei luoghi, nei legami familiari, nelle condizioni di salute e nel lavoro. Il volontariato, però, ha rappresentato per lei una costante.

Khadija grande buona

“Sono arrivata in Italia quando avevo 15 anni. Mio padre viveva già a Torino da tempo e io ero rimasta in Marocco con sua sorella, mia zia, che per me è come una seconda mamma”. Khadija racconta che il padre si era risposato con una donna che però aveva problemi di salute e con lei aveva avuto una figlia. “Mi fecero venire a Torino per aiutare la famiglia. Io ero molto piccola, ma mi prendevo cura della casa e della mia sorellina. La portavo a scuola, la tornavo a prendere e le preparavo da mangiare”.

Khadija parla di una grande difficoltà ad avere un proprio spazio di esistenza, da adolescente doveva già comportarsi come un’adulta. “Mi piaceva aiutare e avere tanta responsabilità, ma avrei voluto avere più tempo per divertirmi, per studiare e fare le cose che fanno le ragazze a quell’età”. Dopo un anno, inizia a dare dei segnali di disagio, si sente molto stanca ed è sempre preoccupata. “Quando avevo 17 anni ho fatto il mio primo ricovero in psichiatria e da quel momento mi hanno seguita dalla neuropsichiatria infantile, vedevo delle cose che non c’erano e sentivo delle presenze, non andava per niente bene”. Khadija racconta di aver avuto anche problemi legati al comportamento alimentare, soffrendo per un po’ di anoressia. Dopo il primo ricovero, durato quattro mesi, c’è stato un graduale cambiamento dell’assetto famigliare. Khadija ha avuto la possibilità di seguire un corso di taglio e cucito. “Ho imparato a fare un vestito da zero: dalla presa delle misure al taglio dei tessuti, dalla cucitura all'assemblaggio e alla rifinitura. Quando mi sono trasferita in Emilia ho aperto anche un negozio a Borgo Panigale, facevo sia rammendi che vestiti su misura”. 

Un paio d’anni dopo il ricovero ha conosciuto un uomo, che sarebbe diventato poi suo marito. “Con lui mi vedevo di nascosto, mio padre non approvava, quindi per cinque anni siamo stati fidanzati, ma non potevamo vederci spesso. Io continuavo a prendermi cura di mia sorella e della casa e in più avevo iniziato a lavorare per poter contribuire all’economia famigliare. Sapevo che per mio padre ero indispensabile”. A 24 anni si è sposata e qualche anno dopo si è trasferita con il marito nella provincia bolognese. Qui è nata la prima figlia, Khadija ha lavorato nella sartoria di Borgo Panigale fin quasi al termine della gravidanza. Anche qui si è rivolta presto ai servizi di salute mentale, per continuare a ricevere supporto.
Dopo la nascita della bambina, Khadija ha iniziato ad aiutare altre persone provenienti dal Marocco facendo mediazione culturale. “Andavo in tribunale a fare le traduzioni, aiutavo con le richieste di asilo e le domande di casa popolare. Anche questo, come a Torino con mia sorella, mi aiutava a sentirmi meglio. A volte collaboravo anche con delle associazioni, ma all’epoca era tutto su base volontaria, non c’era molta organizzazione come oggi o sportelli gratuiti a cui rivolgersi. Io mi sentivo fortunata perché essendo arrivata in Italia molto giovane ho avuto la possibilità di imparare presto la lingua”.

Fino ai 35 anni Khadija ha continuato anche a lavorare, dopo la sartoria è stata dipendente di una ditta di pulizie e ha fatto altri lavori saltuari. Vista la pervasività ciclica dei disturbi, ha dovuto smettere di lavorare, a volte faceva fatica a dormire e quindi a svegliarsi in tempo la mattina. Intanto aveva avuto un’altra figlia e quando lei aveva meno di un anno il marito di Khadija ebbe un incidente stradale. “La responsabilità non era sua, prese un bell’indennizzo e sparì, tornò in Marocco e mi lasciò con la bimba piccola. Non fu affatto un periodo facile, nonostante tutto quando lui tornò mi disse che aveva comprato una casa in Marocco per noi e io mi fidai. Però quando arrivò il momento di andare a vederla, lui mi disse che ero pazza, che non esisteva nessuna casa e che me l’ero inventata io. Lo cacciai di casa, dopo fu difficile per me, fui ricoverata tanto tempo tra San Giovanni e Villa Baruzziana. Mi sentivo molto in colpa per le mie figlie, forse anche per questo quando è tornato per una seconda volta, pentito, l’ho perdonato. Intanto sono arrivati anche altri due figli, ma la felicità è durata poco: mio marito fece venire dal Marocco il padre e due dei suoi fratelli. Pretendeva che rimanessero a casa nostra, ma non era veramente possibile. Gli spazi erano molto ristretti e a quel punto avevamo 4 figli, la casa assegnata da Acer aveva solo una camera da letto. Sono stata costretta a lasciarlo di nuovo”.

Proprio in quel periodo Khadija riprende contatti con una cugina che viveva in Belgio, con la quale, tramite un’associazione, cercavano ausili per persone con disabilità e li mandavano in Marocco. “Quello era un tempo tutto mio in cui riuscivo a tenere fuori i miei disturbi per un bene più grande”. A Bologna Khadija ha conosciuto la realtà di una Casa di accoglienza dalla quale è stata supportata, lì ha conosciuto persone con le quali ha intrattenuto rapporti per anni, c’è una colletta alimentare, un servizio di raccolta abiti usati che vengono regalati o venduti a offerta libera ed è proprio in questo luogo che dopo una lunga pausa ha ricominciato a fare volontariato. “La responsabile della casa di accoglienza mi ha proposto di andare un giorno a settimana ad aiutare un signore che ha una mobilità molto ridotta”.

Khadija va a trovarlo e passa in sua compagnia circa tre ore. “Ogni ora lo porto fuori a fumare, così fumo di meno anche io. A volte facciamo anche un giro al bar lì vicino dove prendiamo un caffè che ci offriamo a turno. Così nessuno dei due alla fine spende per l’altro visto che entrambi abbiamo una disponibilità economica molto relativa”. Khadija racconta che per lei questo appuntamento settimanale, significa avere uno stimolo per uscire di casa e impegnare il tempo, i figli, ormai grandi sono spesso fuori casa tra gli appuntamenti formativi e di lavoro. Oltre a questo sottolinea: “Così posso essere tante cose. Sono Khadija che soffre di un disturbo psichiatrico, ma sono anche una sarta, una madre, una mediatrice culturale, una volontaria. Non sempre riesco ad essere in contatto con ognuna di queste parti, ma a volte l’equilibrio è proprio questo”.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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