di Laura Pasotti, redattrice di Sogni&Bisogni
Soffiare fiducia sulle persone ricoverate nei servizi psichiatrici dando loro pennelli e colori per dipingere sui muri, magari il proprio autoritratto o qualcos'altro, per testimoniare il proprio passaggio da quei luoghi. È l'idea alla base di “Chi è dentro è dentro”, un progetto che prenderà vita all'interno di alcune strutture psichiatriche dell'Ausl di Bologna: gli Spdc del Malpighi e di San Giovanni in Persiceto, la residenza a trattamento intensivo Arcipelago e la Casa degli Svizzeri. “Sarebbe interessante immaginare un Spdc che un giorno è in un modo e tre anni dopo è una testimonianza di passaggi”, racconta a Sogni&Bisogni l'ideatore del progetto Giovanni Bosco Iafrate.

“Chi è dentro è dentro” fa parte di “Passaporta”, il progetto del Dipartimento di salute mentale dell'Ausl di Bologna e di otto associazioni del Cufo, con capofila Cercare Oltre, per rendere gli Spdc e altri servizi psichiatrici un po' meno chiusi. “Era da un po' che stavo cercando di capire come poter operare nell'ambito della salute mentale ricoprendo il ruolo di pari, di Esp, poi tramite Antonella Magnani sono entrato in contatto con gli artisti irregolari e ho mostrato loro questa lampada che ho creato, un sistema a led che proietta un cielo stellato e che volevo usare come testa d'ariete, diciamo così, per entrare negli ospedali e rompere il silenzio o la distanza tra chi è fuori e chi è dentro”, racconta Iafrate, che è un cartotecnico, costruisce libri pop up, si diletta in calligrafia e disegno e ha studiato scenografia all'Accademia di Belle Arti.
La performance illuminotecnica di Iafrate lo scorso febbraio ha chiuso l'inaugurazione della mostra del Collettivo degli artisti irregolari bolognesi “Fuori luogo” proiettando il cielo stellato sul soffitto del Quadriportico della Casa di comunità Porto Saragozza.
È in quegli incontri con gli artisti irregolari, al Roncati, che Iafrate entra in contatto con Fabio Lucchi ed entra a far parte del gruppo costituente del progetto “Passaporta”. E inizia a definire una proposta, che prenderà forma anche grazie a un bando dell'Unione Europea che lega arte e sanità a cui partecipa l'associazione Oltre, e in cui il suo percorso personale ha un ruolo importante. “Sono stato ricoverato, non solo in Italia, e quei luoghi sono tra i posti più importanti che io abbia mai vissuto nella mia vita – dice Iafrate – Non tanto le mura che sono asettiche e faticose, ma il contenuto umano che è presente lì. Credo fortemente in quella condizione umana così scarnificata e così sensibile a tutto, perché credo sia la condizione più vicina all'arte che io conosca. Tutto ciò che ho fatto di bello a livello artistico l'ho fatto in quei luoghi, perché c'era l'esigenza di farlo, c'era la necessità che nasceva dal non avere più nulla tra le mani. Adesso non c'è quell'esigenza, adesso è ricerca, studio della tecnica o esercizio di stile”. Da qui nasce l'idea di proporre un progetto di tipo murario all'interno degli Spdc.
“Chi è dentro è dentro” nasce dalla voglia di imprimere gli autoritratti delle persone ricoverate sulle pareti degli Spdc, una proposta che è piaciuta ma che sta incontrando qualche ostacolo. L'idea di Iafrate non è di creare un oggetto d'arte né di abbellire uno spazio brutto ma di ridare forza e fiducia a chi è stato privato di tutto. “Quello che più mi ha aiutato nel tempo è stata la fiducia, il fatto che qualcuno soffiasse fiducia dentro e sopra di me. Oltre che lo spirito anche l'uomo può fare quest'opera meravigliosa, quindi l'idea è di dare un pennello e dei colori e un muro proprio lì dove l'istituzione ti sta togliendo tanto perché pensa che la tua volontà non regga”.
Sarà l'Spdc di San Giovanni in Persiceto il primo ad accogliere il progetto “Chi è dentro è dentro” e anche se non ha abbandonato l'idea dell'autoritratto, Iafrate sta cercando di capire come poter lavorare su alcuni concetti affidando tempo, pennelli, colori, alle persone che vi sono ricoverate. “Recentemente ho viaggiato per eremi e monasteri e credo che un punto da toccare possa essere il concetto del centro – racconta – e proprio lì dove noi siamo così frammentati, provare a immaginare qualcosa che ci possa aiutare a ricomporsi”. Non ci sarà un bozzetto su cui far lavorare le persone che parteciperanno al progetto, ma il bozzetto nascerà dalle stesse persone che sono dentro alle strutture, “e ognuno farà una parte, qualcuno metterà una parte del bozzetto, qualcun altro i colori e altri ancora inizieranno a rappresentarlo – dice - Credo che sarà un lavoro di più mani, anche perché la ciclicità con cui si muovono le persone negli Spdc è velocissima e non sarò lì tutti i giorni per poter lavorare sempre con lo stesso gruppo di persone”.
Il bando dell'Unione Europea prevede due momenti di restituzione, a metà e alla fine del progetto, ma l'obiettivo è anche quello di valutare se questo strumento è funzionale, se dà benefici, e se può vivere nelle strutture nel tempo, “tra l'altro sarebbe importante che anche gli infermieri partecipassero, perché è straziante la distanza che si crea tra loro e i curati, mentre è meraviglioso quando quella distanza si azzera e si trova qualcosa che unisce”.
I nomi dei due progetti non sono casuali. “Chi è dentro è dentro” arriva dal gioco del nascondino e “anche se è un brutto gioco di parole – dice Iafrate – nasce da un pensiero: prima appartieni alla vita, come tutti, e poi a un certo punto su quella vita per una serie di ragioni che non sono pronunciabili fino in fondo scende una ghigliottina e finisci in una struttura dove sparisci dal mondo, fisicamente e intimamente”. Il termine “Passaporta”, invece, è legato alla saga di Harry Potter e si riferisce a un oggetto magico che porta chiunque lo tocchi in un luogo specifico, “è stato Nicola, un amico che fin da bambino soffre di una grave epilessia, a dire 'ma questo è un passaporta', quando ha visto in funzione la lampada che proietta il cielo stellato”, racconta Iafrate.
Nel mese di maggio Giovanni Bosco Iafrate terrà un corso del Recovery College insieme agli artisti irregolari in cui i partecipanti lavoreranno su piccole sculture di carta. “Ho lavorato molto con le curve, cercando sempre di evitare la piega, anche nel pop up, che non è solo una scultura di carta ma deve aprirsi e chiudersi – spiega – Ero un purista della tensione perché il concetto della piega è incidere la fibra e con l'incisione non si torna indietro, un po' come succede a noi. Poi mi sono reso conto che era necessario arrivare a un compromesso di almeno una piega per nastro per poter sviluppare e studiare un po' di tecniche di incastro. Nel corso lavoreremo con cartoncino, strisce di carta bianca e scotch biadesivo”.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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