di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni
La presenza alla riunione della Rete regionale degli Esp per incontrare una delegazione di operatori proveniente da Bordeaux diventa l’occasione per farsi un’idea chiara di come stanno procedendo le attività degli Esperti in supporto fra pari.

E non stanno andando benissimo. Innanzitutto finché si affronteranno le problematiche degli utenti psichiatrici senza prendere atto delle differenze di ciascuno allora si farà un danno a tutti e in modo particolare a coloro che hanno maggiori opportunità di essere impiegati operativamente. La tendenza nel parlare degli utenti in modo indistinto potrà funzionare dal punto di vista della lotta contro lo stigma o per reclamare dei diritti complessivi, ma se applicata alle questioni specifiche, come ad esempio l’occupazione, questo modo di procedere indiscriminato non potrà fare altro che generare banalizzazioni e tenere lontani gli utenti dal mondo del lavoro.
Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni, diceva il tale, e mi sembra appropriato anche nel caso delle differenze fra persona e persona nell’utenza psichiatrica. Fare l’Esp innanzitutto non è una passeggiata e non si può concludere con l’assegnazione di una semplice patente alla fine di un corso. Fare l’Esp vuole dire, o forse è meglio scrivere vorrebbe dire, mettersi in contatto e a disposizione di persone che stanno affrontando un grave periodo di crisi che può comprendere pienamente solo chi ci è passato in mezzo, chi sia stato attraversato da quella misteriosa lama fatta di dolore inesplicabile. È ovvio che l’Esp non può e non deve farsi carico da solo di questo rapporto fortemente empatico con il proprio pari in difficoltà, soprattutto perché questa relazione è estremamente pericolosa per la stabilità emotiva e per la salute mentale dell’Esp.
Ci vuole perciò un’attenta selezione di chi debba partecipare ai corsi e di chi è costituzionalmente attrezzato per svolgere un incarico di una tale responsabilità e così stressogeno. E quindi trovare un’alleanza costante e ravvicinata con il responsabile medico della struttura in cui l’Esp opera. Non si tratta di distribuire diplomi agli utenti ma di formare delle figure che devono essere riconosciute per la funzione di supporto terapeutico e quindi di conseguenza con un giusto compenso economico. E infatti questo apertura totale dell’ingresso ai corsi per Esp sta già producendo affidi a incarichi che veri incarichi non sono.
Ho avuto modo di raccogliere il racconto di quanto stanno svolgendo gli Esp sul territorio regionale, ed ecco alcuni esempi: “Il corso Esp non serve a guadagnare ma a sperimentare il significato di questo progetto”, dice una utente, che sembrerebbe dalle sue parole considerare conclusa l’esperienza con l’ottenimento del proprio “patentino” Esp e che probabilmente non svolgerà l’attività per come è stata ideata né tantomeno spera di ottenerne un guadagno economico. E ancora un’utente di un’altra provincia: “Voglio sottolineare l’importanza dell’attività di psicodramma che ho seguito e della partecipazione a un gruppo coi familiari. Ma continuo a desiderare di fare cose più appropriate, ma ci sono poche o forse nessuna occasione”.
L’Esp si ritrova a partecipare ad attività associative e di socializzazione che hanno sempre fatto parte delle opportunità (fondamentali e sacrosante) offerte dall’associazionismo, ma mostra un evidente disagio di fronte alla mancanza di occasioni di svolgere i compiti per i quali si è formata. Continuiamo con le testimonianze dirette: quelli che sono stati assunti dalle cooperative in alcuni casi svolgono compiti senza nessuna attinenza con il rapporto peer to peer che si intende con il ruolo dell’Esp.
Insomma, tutto procede come prima, con ruoli ricoperti all’interno delle cooperative che nel migliore dei casi vedono i nuovi operatori impiegati nell’accoglienza e sportello per utenti e familiari, nel peggiore dei casi cucinare e pulire gli alloggi delle strutture dove coabitano, cioè svolgere in qualità di Esp quello che dovrebbe essere una delle attività fondamentali nel recupero della propria autonomia e nel rapporto con i conviventi. Per quanto riguarda il denaro percepito varia dai mille euro al mese netti con contratto a tempo indeterminato (Reggio Emilia) fino ai 3 euro l’ora con un contratto di collaborazione di prestazione occasionale con ritenuta d’acconto (Imola). E questi sono i casi in cui c’è almeno un inquadramento contrattuale. In altri casi le attività, soprattutto di organizzazione di corsi, vengono svolte a titolo volontario.
E arriviamo al confronto con la realtà francese rappresentata dalla delegazione di Bordeaux. Si è parlato di Esp attraverso l’esperienza di una utente. “Prima di essere Esp avevo un altro lavoro che ho dovuto abbandonare a causa della malattia. Ero un’avvocata di diritto finanziario da tanti anni. Mi sono formata all’università di Lione, dove esiste un corso specifico per diventare Esperti nel supporto tra pari. Prima di lavorare in ospedale avevo fatto un blog e creato un’associazione nel 2015 per le persone che soffrono di disturbi bipolari. L’Esp è un membro del personale ospedaliero che rivela di vivere o di aver vissuto con un problema di salute mentale. Non è richiesto un buon livello di studi ma una conoscenza profonda della malattia. Ed è importante costruirsi al meglio le proprie condizioni per diventare un Esp attivo nel lavoro”.
Insomma, il caso raccontato rivela che l’Esp francese è una persona con un alto grado di consapevolezza e una capacità notevole di gestione della situazione critica, in un’ottica di servizio rivolta agli altri e non solo alla recovery dell’operatore. Nonostante parliamo di un contesto dove l’ospedalizzazione è ancora la principale soluzione, in cui comunque l’accesso e l’uscita dalla struttura è libera, la delegazione francese ha voluto sottolineare l’importanza dell’integrazione fra i servizi sanitari e sociali che hanno trovato nella nostra regione, e ne discuteranno nelle riunioni che sono previste fra gli operatori al loro ritorno.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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