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Salute mentale e dipendenze in carcere: quali interventi per riabilitazione e reinserimento?

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni

Il 20 giugno presso lo Spazio Bianco di Dumbo, in via Casarini, a Bologna si è tenuto “Oltre il muro”, terza edizione delle Giornate dell’interdipendenza. Si è parlato di tutela della salute mentale in carcere, di dipendenze, del ruolo delle misure alternative alla detenzione e della relazione tra carcere e comunità terapeutiche. Ma anche di politiche sociali, abitative, sanitarie e per il lavoro nei percorsi di reinserimento. Numerosi i relatori provenienti dalle istituzioni carcerarie, mediche e dalle comunità di recupero.

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Ciò che è emerso riguardo la salute mentale, attraverso le parole di Federico Boaron, psichiatra forense dell’Ausl di Bologna, è che le storie di vita raccolte sono quasi sempre terribili e che solo chi ha un permesso di lavoro si salva sicuramente dalle intenzioni suicidiarie. Uno strumento che si sta approntando è quello del peer support fra detenuti. Il carcere è un evento di rottura soprattutto per chi ha problemi di dipendenze, peggiorando la propria condizione mentale.

Da altri interventi è emerso che le leggi attuali non favoriscono la riabilitazione: ci sono in carcere circa 400 persone con problemi di dipendenza. Esiste infatti il pregiudizio che chi fa richiesta di andare in comunità lo fa unicamente perché vuole uscire dal carcere. Perciò il ruolo della magistratura di sorveglianza deve essere quello di stabilire con certezza se c’è un profilo di malattia o delinquenziale proprio per favorire un percorso terapeutico per persone, come i tossicodipendenti, per i quali il carcere non funziona. Si ritiene che la comunità sia più efficace e il giudizio è spesso positivo a parte quando l’esperienza fallisce per evasione dalla struttura. I percorsi ambulatoriali invece vengono ritenuti più rischiosi perché hanno maggiori ricadute. Per mettere a fuoco correttamente la situazione a volte è importante anche un colloquio informale con il magistrato che segue il caso.

Le risorse sono sempre più scarse e nelle politiche sanitarie nazionali la dipendenza è un problema di salute ma viene percepita unicamente come legata alla delinquenza. La dipendenza nel tempo è molto cambiata e bisogna proporre alternative riabilitative. A questo si aggiunge Il problema della relazione con gli stranieri e il loro utilizzo diverso delle sostanze.
Per quanto riguarda le strutture per gli autori di reato con problemi, le Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza), ha aggiunto Boaron, sono state sperimentate e adesso bisognerebbe portarle avanti. Si tratta di un modello costoso, altamente specializzato; bisogna prenderne il meglio e farlo crescere. Quando sono state aperte le Rems si è passati da un rapporto con i magistrati formale a un piano di grande collaborazione. La via da seguire in questo puzzle è quella di mettere insieme i pezzi fra la parte clinica nel carcere e quella legale.

Bisogna considerare il carcere come parte della città; non come un’isola, ma all’interno della comunità dove abitiamo. La necessità di costruire delle realtà sistemiche fra carcere e città ha portato a esperienze come Fid, Fare impresa in Dozza, fondata da Seragnoli, Vacchi e Marchesini a cui si è unita la Faac. La fondazione Aldini Valeriani forma i detenuti e offre loro contratti di lavoro: a oggi, sono 70 i detenuti formati di cui 32 assunti usciti dal carcere. La recidiva è solo del 10%, per chi lavora, rispetto a una media nazionale del 70%. Ci sono altri che vanno sostenuti di più, i detenuti con dipendenze che sono quelli che maggiormente hanno reiterato il reato. In questa iniziativa sono stati coinvolti anche i pensionati delle aziende come tutor volontari dei detenuti, creando inoltre relazioni umane di grande valore.

La direttrice della Casa Circondariale Dozza, Rosa Alba Casella, ha sottolineato la necessità di fornire opportunità al detenuto e che il trattamento deve essere sempre individualizzato. Il lavoro è sicuramente importante, ma la mancanza di un’abitazione e una famiglia di riferimento rischiano di creare situazioni non sostenibili alla fine della detenzione. Perciò sono necessari percorsi di autonomia che spesso sono negati, come nel caso degli stranieri irregolari che possono lavorare finché detenuti ma non più quando escono dal carcere.

Alessio Saponaro, Direttore dell’Area Salute Mentale della Regione Emilia-Romagna, ha ricordato il problema dello stigma: quello degli operatori che non credono nelle capacità dei loro assistiti, lo stigma del contesto sociale e lo stigma delle istituzioni che non allocano abbastanza risorse per il problema. Il budget di salute dice che si deve intervenire con lavoro, casa e socialità per più di 6 mila persone. Esiste inoltre una normativa sull’assegno di inclusione al quale possono accedere le persone con dipendenza patologica, quelle con diagnosi mentale e gli ex detenuti con reddito basso. Inoltre, un pensiero è stato rivolto anche alle famiglie che hanno un ruolo attivo nella cittadinanza attiva dopo la riabilitazione del congiunto.
I nodi vengono al pettine, si è detto, quando si tratta del reinserimento. Quando le comunità sono in fase di sganciamento e l’ospite entra nel mondo del lavoro c’è bisogno di una gradualità. Come idee e soluzioni è importante trovare delle reti nelle filiere del lavoro.

I risultati delle comunità si colgono nel tasso di recidiva, che è solitamente del 45%, mentre per chi termina il percorso in comunità diventa del 19 per cento. Il lavoro è una traiettoria possibile, ma il vero il problema è l’abitare. E dopo l’abitare la relazione. Un ex detenuto 50enne che lavora e ha un’abitazione ma nessuna relazione perde il senso di tutto ciò che ha conquistato. Bisognerebbe provare a pensare a un permesso di soggiorno temporaneo per chi ha finito la pena nell’ottica di un percorso di reinserimento.

Fabio Lucchi, direttore del Dipartimento di salute mentale dell’Ausl di Bologna, individua una criticità nella mancanza di luoghi: ci si trova ad avere a che fare con utenti senza progetto e i luoghi in cui fare sintesi non sono tantissimi. L’idea è quella di avere un’equipe integrata interna alle carceri. Per gli operatori della salute mentale il carcere è la somma di tutte le contraddizioni del loro mondo, sia per l’aspetto delle diagnosi che delle terapie. Il carcere è anche un luogo di osservazioni cliniche.
Se per la direttrice della Dozza Casella il carcere è quel luogo in cui si rimuove tutto ciò che non si riesce a gestire sul territorio, per Lucchi si potrebbe sperimentare una coprogettazione sul budget di salute dedicato al carcere.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
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Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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