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La prescrizione sociale in salute mentale: l'impatto convergente di attività fisica e terapie farmacologiche

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni

In occasione del convegno dedicato alla giornata mondiale della Salute Mentale si è parlato di “Social prescribing” (in italiano prescrizione sociale) Insieme al direttore del Dipartimento di salute mentale e dipendenze patologiche dell’AUSL di Bologna Fabio Lucchi abbiamo approfondito il significato e le prospettive di questa metodologia di provenienza anglosassone.

LucchiGrande

Dottor Lucchi, cos’è la prescrizione sociale?

La prescrizione sociale è una pratica sviluppata prevalentemente nel contesto inglese e che in quello italiano ha avuto le prime applicazioni nei gruppi di cammino. Il medico di base prescrive la partecipazione a gruppi di attività fisica come appunto i gruppi di cammino, in modo che si verifichi un impatto convergente fra movimento e prescrizione farmacologica. In una visione della salute ampia che può essere affrontata anche con comportamenti individuali e responsabili, la prescrizione sociale ha trovato un suo ampio spazio tanto da diventare un pilastro nelle cure del sistema nazionale inglese. Sta ottenendo attenzione sia dalla ricerca che dalla istituzione e da finanziatori terzi.

Come funziona il sistema?

Nella prescrizione sociale c’è un prescrittore inviante che potrebbe essere uno specialista, un link worker, un operatore di collegamento, che fa da connessione fra l’utente beneficiario e la comunità locale, con le varie attività che essa esprime. Si crea quindi un sistema dove sono rappresentati quattro elementi: chi invia, il beneficiario, il link worker e la comunità locale che mette in azione le opportunità provenienti dal mondo dell’associazionismo e dalle cooperative, il tutto per rispondere al benessere individuale.

Quali risultati ha ottenuto?

Avendo ricevuto attenzione dai ricercatori che ne hanno valutato l’efficacia, si è potuto verificare che la prescrizione sociale ha funzionato con i giovani ritirati. In Italia grazie al progetto europeo COPE (Capacità, opportunità, luoghi e coinvolgimento: un nuovo approccio per l'inclusione sociale di giovani difficili da raggiungere attraverso una rete comunitaria che promuova una vicinanza relazionale, ndr) a Trento si sta affrontando il tema dei Neet (Not in education, employment or training ovvero i giovani non impegnati nello studio, nel lavoro e nella formazione). All’interno di questa macrocategoria ci sono anche i disagi psicologici. Nel distretto di Casalecchio di Reno grazie ad Asc-Insieme abbiamo sviluppato un progetto analogo con il coinvolgimento di due link worker.

Chi può ricoprire il ruolo di link worker?

Il link worker è un operatore di ambito sociosanitario (un infermiere, un educatore sociale), insomma una figura con una visione completa del contesto comunitario e che abbia acquisito competenze sociosanitarie. Può essere link worker anche un ESP, un utente esperto in supporto tra pari, soprattutto su alcuni problemi di salute mentale. La prescrizione sociale è una via che dove è stata battuta è stata valutata positivamente. Per fare un esempio, come il medico ha l’infermiera nello studio, in Inghilterra ha anche il riferimento del link worker per i casi appropriati.

Che sviluppo potrebbe avere in Italia?

A parte la realtà trentina stiamo parlando di un’esperienza pilota, ma dato che si parla di medicina di prossimità tutto il modello può entrare a pieno titolo in una riflessione di questo tipo. Le case della comunità e della salute potrebbero contenere anche la figura del link worker per la prescrizione sociale.

Nel sistema complesso del social prescribing potrebbero rientrare anche i recovery college?

Se il link worker nel suo progetto con l’utente ritiene possa esserci spazio per un percorso di consapevolezza, il recovery college potrebbe essere un approdo per l’utente che gli è stato inviato. Rientrerebbe fra le risorse comunitarie a cui i link workers potrebbero accedere per sviluppare un proprio progetto individualizzato.

Per concludere, come le sembra stia procedendo il progetto dei recovery college a Bologna?

Mi sembra di cogliere elementi a supporto di un progressivo consolidamento di questa pratica. I progetti raccolgono consenso e una valutazione positiva da parte di chi partecipa e questo ci fa pensare che possa diventare una pratica sempre più diffusa e conosciuta in tutti i nostri distretti. È un progetto sempre aperto a tutta la comunità e se ci fossero altri enti e associazioni che condividono l’idea di essere studenti del proprio benessere si potrebbe arricchire l’offerta del recovery college con tante nuove attività.

Possibili sviluppi futuri?

Essendo un percorso iniziato da poco rispetto ad altri recovery college che hanno maturato più esperienza, potremmo non porci troppo in là il tema di avere una sede fisica diffusa in vari luoghi della città. Come stiamo facendo adesso, ma con la certezza di sedi permanenti dedicate alle attività dei recovery college.




 

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