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Senza dimora: la salute mentale dimenticata

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a cura di  Andrea Giagnorio, Direttore editoriale Giornale Piazza Grande - Laboratorio di comunità. Piazza Grande Società Cooperativa Sociale

Il tema delle persone senza dimora con disagio psichico è una questione particolarmente complessa da affrontare, per la difficoltà dei servizi nell’intercettare il bisogno e nel raccogliere dati su fenomeni immateriali, legati ai vissuti, non immediatamente osservabili e misurabili.

Articolo senza dimora

Partiamo col dire che non c’è sovrapponibilità tra le persone senza dimora prese formalmente in carico dal Centro di Salute Mentale territoriale e le persone senza dimora con problemi psichiatrici, perché non è detto che chi soffra di un qualche disturbo decida di avviare un percorso istituzionale di cura oppure perché, qualora lo faccia, non è detto che decida di dichiarare di essere senza dimora, né che un servizio informi l’altro successivamente, per ragioni di estrema delicatezza dei dati e perché ad ogni modo non tutte le persone senza dimora sono note ai servizi cittadini.

Più in generale, non tutte le persone senza dimora sono radicate su un territorio e la condizione stessa di “senza dimora” non ha un confine oggettivo. La classificazione maggiormente utilizzata è ETHOS, sviluppata dal network europeo di organizzazioni che lavorano con le persone senza dimora FEANTSA (European Federation of National Organisations Working with the Homeless). Per ETHOS sono senza dimora anche persone che vivono in case inadeguate (ad esempio stabili occupati, senza allacci alle utenze) o sovraffollate, persone che nella maggioranza dei casi non definirebbero loro stesse come “senza dimora”.

Questo per indicare solo alcuni dei motivi per cui ad oggi non esistono descrizioni esaustive del disagio psichico tra le persone senza dimora, e motivare perché con questo articolo ci proponiamo non tanto una descrizione del fenomeno, ma di presentarne alcuni aspetti che sono maggiormente visibili, e critici, nella speranza che occuparcene possa rappresentare il filo d’Arianna che conduce fuori dal labirinto.

L’osservazione empirica delle operatrici di strada riporta una frequenza rilevante di persone che non vogliono recarsi in un centro di salute mentale e, nel caso, iniziare un percorso. Parte di questo problema è legato a bisogni specifici di accessibilità delle persone senza dimora, che spesso hanno maggiori difficoltà a relazionarsi con la burocrazia pubblica, minor fiducia nelle istituzioni, senso di vergogna o inadeguatezza e a volte assenza di requisiti minimi come la residenza o i documenti.

L’accessibilità dei centri di salute mentale è un tema centrale, proprio perché costruita avendo come riferimento persone con dimora: generalmente in grado di presentarsi spontaneamente e volontariamente nei luoghi dedicati, di gestire la richiesta di un appuntamento a cui segue una data di prenotazione per un triage e ancora, dopo la prima valutazione, la previsione di un altro appuntamento a cui segue l’accettazione del percorso e della terapia.

Tutti questi passaggi, che possono apparire facili, non lo sono affatto per persone che, ad esempio, raramente hanno occasione e necessità di utilizzare un’agenda. Problemi di questa natura sarebbero in parte superabili immaginando modalità più facili per l’accesso delle persone senza dimora.

Ad incentivare la mancanza di “attrattività” si aggiunge un’impostazione dei servizi diagnostica che rende più complesso affrontare le problematiche di natura traumatica che possono originarsi lungo il percorso che ha portato a vivere in strada o in reazione ad altri eventi connessi alla vita in strada. In altre parole, per le persone senza dimora è certo importante diagnosticare il disturbo, come per esempio una depressione, per poi poter intervenire con i farmaci necessari, ma è fondamentale costruire un percorso di superamento dei traumi e dei vissuti che hanno condotto alla situazione materiale e psicologica particolarmente complicata che la persona sta vivendo. Per un approccio del genere occorrerebbe impiegare ancora più tempo, personale e ulteriori risorse da investire.

Inoltre un’altra peculiarità di queste situazioni concerne la grande efficacia di un lavoro non solo centrato sulla persona, ma anche e soprattutto sul sistema intorno alla persona, sulla sua rete di vita e relazionale, al fine di creare un contesto favorevole al superamento degli eventi traumatici vissuti. Su questo aspetto si è già solidamente iniziato a lavorare e i servizi stanno decisamente evolvendo in questa direzione. Alcuni, come il Budget di Salute, adottano un approccio fortemente personalizzato sulle esigenze della paziente e sistemico, altri passi in avanti sono il recente inserimento della figura professionale di uno psichiatra in strutture di bassa soglia o dello sportello psicologico nel Servizio Sociale a Bassa Soglia (per il quale, nonostante le difficoltà sopra riportate, c’è comunque un’importante lista di attesa per prendere appuntamento).

Per raggiungere appieno l’obiettivo di rendere effettivamente accessibili a tutte e tutti i servizi di salute mentale è fondamentale continuare a mantenere viva la riflessione specifica e puntuale sul livello di effettività dei servizi con finalità pubblica offerti, con il preciso obiettivo di non lasciare escluso nessuno.

Un ultimo focus sugli effetti del periodo di pandemia, durante il quale tanti problemi relazionali, di esclusione ed emarginazione si sono, se possibile, ancora più acuiti. Il covid 19 ha causato, anche per le persone senza dimora, una drastica diminuzione dei contatti: pensiamo all’assenza totale di volontari all’interno delle strutture di piano freddo, alla chiusura di tutti o quasi i posti di comunità come le biblioteche, alla forte riduzione delle possibilità lavorative/di tirocinio, al senso di pericolo di contagio associato a chi sosta in luoghi pubblici e in genere alle relazioni tra persone non congiunte.

Le tante cose che sono state fatte per garantire salute e sicurezza, come la creazione di un hotel per le persone senza dimora positive al Covid, la previsione del tampone rapido per l’accesso alle strutture di piano freddo, la tempestività degli screening effettuati grazie al settore della Grave Emarginazione Adulta di Asp città di Bologna sono state fondamentali, ma non hanno affrontato il tema del benessere psicologico delle persone senza dimora.

Su questo fronte si stanno immaginando o attuando soluzioni, anche innovative, come per esempio un piano freddo di comunità, che coinvolge tanti cittadini e tante organizzazioni in appuntamenti culturali online, ma una società, una rete istituzionale e cittadina che risponda ai nuovi bisogni di salute generati dalla pandemia senza lasciare nessuno indietro è ancora da costruire.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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