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Plastica addio o ci rimettiamo tutti

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

a cura di Daniele Collina e Federico Mascagni

Una delle azioni del progetto PRISMA 2019 “Passaporto per la salute” è stata l’evento “No Plastica”, una giornata di sport e incontri sul tema dell’inquinamento legato all’uso della plastica e sui modi di usarla meno. Le ragioni di questo incontro, apparentemente distante dall’argomento specifico della Salute Mentale, risiedono invece proprio nel miglioramento dell’ambiente per consegnare alla collettività un mondo più sano e per migliorare il proprio stile di vita.

Le ragioni dei rischi effettivi per la Salute risiedono nell’indagine a tutto tondo contenuta nel libro “Plastica Addio” di Elisa Nicoli e Chiara Spadaro. Una profonda (si potrebbe dire “plastica”) fiducia nel progresso industriale aveva fatto ritenere per oltre un secolo che questo fosse un materiale privo di difetti e base essenziale per una miriade di prodotti. La contraddittoria foga della produzione industriale ha reso oggi la plastica il terzo materiale più diffuso al modo dopo l’acciaio e il cemento.

Al giorno d’oggi la produzione mondiale di plastica è aumentata di 20 volte rispetto agli anni 60 del ventesimo secolo, arrivando nel 2017 a quasi 350 milioni di tonnellate e nei prossimi 20 anni dovrebbe raddoppiare. Gli imballaggi rappresentano il 26% del volume totale di plastica utilizzata. Oltre il 90 % della plastica prodotta deriva da materie prime fossili vergini e rappresenta circa il 6% del consumo globale di petrolio.
In Europa nel 2017 sono state prodotte circa 65 milioni di tonnellate di plastica, 8,4 milioni di tonnellate sono state raccolte dopo l’uso e di queste riciclate solo un terzo. Il riciclo e il riutilizzo della plastica è quindi molto basso, soprattutto in relazione con altri materiali come carta, vetro e metallo.

Il maggiore pericolo di inquinamento da plastica è concentrato in oceani e mari. Si stima che ogni anno finiscono in acqua dai 5 ai 13 milioni di tonnellate di plastica, che rappresenta l’80% dei rifiuti marini causando danni (ambientali, a pesca, turismo e trasporto marittimo) su scala globale per 8 miliardi di dollari l’anno. Esistono “isole di plastica” che coprono milioni di chilometri quadrati nelle diverse aree marine, ma questo è solo la punta dell’iceberg, infatti oltre i due terzi della plastica che finisce negli oceani affonda e invade i fondali. Un dato impressiona particolarmente: agli attuali ritmi nel 2050 negli oceani ci potrebbe essere, in termini di peso, più plastica che pesce. La maggior parte dei rifiuti plastici che giungono in mare provengono dai fiumi, si stima che dieci fiumi sono responsabili di circa il 90% di tutta la plastica portata in mare.

Altro problema sono le microplastiche, dei minuscoli pezzi di materiale plastico con una dimensione inferiore ai 5 millimetri, generati con l’uso, l’esposizione alla luce solare, ad alte temperature o ad altri agenti atmosferici. Nel 2017 nei mari vi sarebbero 51mila miliardi di particelle di microplastica, 500 volte più numerose di tutte le stelle della nostra galassia. Le microplastiche contaminano anche gli ecosistemi sulla terraferma, arrivando perfino sui ghiacciai. Le microplastiche entrano quindi nella catena alimentare soprattutto nel mondo della pesca e dell’acquacoltura, ma sono state trovate anche in altri alimenti come zucchero, sale marino e miele. Sono presenti anche nell’aria, vengono generate anche dalle fibre sintetiche (durante i lavaggi) e dall’uso dei cosmetici.

E qui arriviamo al punto che riguarda la salute complessiva dell’uomo: come agiscono la plastica e le microplastiche sul nostro organismo? I dati non sono ancora certi ma l’ingestione di microplastiche potrebbe essere correlata a delle malattie gastrointestinali, epatiche e dell’apparato gastroenterico. Potrebbero causare inoltre anche tumori, diabete di tipo 2 e abbassamento dello sviluppo puberale. Da non dimenticare il fatto che la combustione di materiale plastico, in incidenti o durante incenerimento per lo smaltimento dei rifiuti, genera prodotti tossici come ad esempio la diossina. Lo stesso processo di produzione della plastica, a partire dalla estrazione e raffinazione e trasporto delle materie prime, rilascia una serie di prodotti tossici in acqua e aria, sostanze a volte anche cancerogene.

Come fare quindi per ridurre l’impatto ambientale della plastica? La risposta ovvia è produrne meno, ma purtroppo è diventata un materiale talmente diffuso nel nostro modo di vivere quotidiano da rendere questa soluzione pressoché irrealizzabile. Le soluzioni alternative sono il riciclo e l’utilizzo di bioplastiche.

Il riciclo è una soluzione che in realtà non risolve. Oggi soltanto il 15% dei rifiuti di plastica viene riciclato, il 25% viene bruciato in inceneritori o termovalorizzatori ed il restante 60% va in discarica, viene bruciato all’aperto (rilasciando gas serra e inquinanti) o finisce nell’ambiente. Inoltre non tutta la plastica si può riciclare. I limiti maggiori del riciclo sono gli errori nella raccolta differenziata, la non esistenza di un obbligo per le aziende di usare imballaggi riciclabili, il basso mercato della plastica riciclata, l’insufficienza di impianti, l’illegalità (discariche abusive, smaltimento non corretto di rifiuti, ecomafie). Infine la produzione di plastica resta enormemente superiore a quella avviata al riciclo.

Una soluzione parziale è l’utilizzo di bioplastica. Con questo termine si intende, in Italia, quei materiali e quei manufatti siano essi da fonti rinnovabili che di origine fossile che hanno la caratteristica di essere biodegradabili e compostabili. Tali materiali sono progettati per essere biodegradati solo ed esclusivamente in un impianto di compostaggio industriale e non in natura. Quindi il fatto che in etichetta ci sia la parola biodegradabile non autorizza a gettare la plastica in mari, fiumi o per terra. Esistono anche bioplastiche non biodegradabili che quindi vanno riciclate assieme alla plastica tradizionale e non gettate nei rifiuti organici. La bioplastica biodegradabile e compostabile va nell’umido.

La plastica rimane un grave problema ambientale. La soluzione più fattibile è la riduzione della plastica usa e getta in favore di materiali durevoli e meno inquinanti come il vetro, il metallo il legno. Nel nostro vivere quotidiano possiamo adottare comportamenti per ridurre la plastica, anche se questo potrebbe comportare spese ed impegni maggiori in termini di abitudini di acquisti. La strada da percorrere è lunga ma ogni persona può fare la sua parte e contribuire a creare un mondo migliore.



 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

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perché, dicevano, un pazzo
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Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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