Storia di Franca

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a cura di Federico Mascagni

Franca è una madre che ha desiderato moltissimo suo figlio. Ha rischiato di perderlo al sesto mese di gravidanza. Il parto è stato difficilissimo. Marco nasce fragile, segnato da un’infanzia con continui ricoveri ospedalieri. Sviluppa sempre più intolleranze e manifesta numerosi focolai di polmoniti.

Franca è una madre forte: l’aspetto imponente e il tono diretto si accompagnano a una incontenibile voglia di ridere e scherzare. È la risposta inversamente proporzionale alle dolorose difficoltà che ha dovuto affrontare per trent’anni.

Franca1Una vita dedicata a Marco, un ragazzo-mistero, una persona che si è avviluppata in sé stessa senza una ragione chiara, senza una diagnosi chiara. Un ragazzo dal quale trapela in modo evidente per chi lo avvicina un’intelligenza curiosa, una capacità di dialogo e di confronto sussurrata, disponibile alla vita più di quanto si creda.

Ma la storia è quella di Franca, e del suo confronto difficilissimo con un figlio che cresce modificando la sua condizione psichica, incamerando fin dalla prima età scolare una serie di tic nervosi di origine sconosciuta, senza che nessuno sappia come arginare questi cambiamenti. Era un’epoca in cui non si parlava ancora di autismo. Lo spaesamento, la mancanza di un perché medico rende il percorso di Franca e di suo marito Floriano molto doloroso, difficilissimo da sostenere emotivamente.

Floriano e Franca si conoscono ancora adolescenti in un paese vicino Bologna e la loro storia d’amore è talmente forte da trasformarsi in felice simbiosi. Franca e Floriano sono la dimostrazione che una coppia ha una relazione sincera quando riesce a manifestare reciprocità e solidarietà anche nei momenti più duri. Quando si sente che ognuno ha il dono di saper salvare l’altro dove altri si separerebbero. “Braccia celesti si tendono per abbracciarmi/ braccia celesti ti invitano a ballare/ in un mondo di cattiva volontà, i ballerini sono fermi/ braccia celesti si tendono verso di me”. Cantava Lou Reed in Heavenly Arms, una dichiarazione d’amore verso chi può salvare dal dolore. E i ballerini fermi in un mondo di cattiva volontà sono tutti attorno a noi. Sono i bambini, con la loro spontaneità caratteriale, capaci di affetto incondizionato come di cattiveria primordiale. Sono i genitori, che confondono l’istinto protettivo per i propri figli con l’emarginazione di quelli altrui, sono le istituzioni non abbastanza istruite a comprendere i danni dello stigma.

Con l’età scolare Marco ha iniziato a incamerare dei tic nervosi” racconta Franca. “La socializzazione è diventata subito un problema. All’inizio ne abbiamo preso atto e il fatto di doverlo portare periodicamente in ospedale non era un problema perché non manifestava apparentemente nulla di grave. Eravamo consapevoli che era un po’ più fragile fisicamente, non erano elementi preoccupanti. Era uno dei tanti bambini che manifestavano intolleranze.”

L’intolleranza grave è quella che proviene dall’ambiente scolastico: Marco viene deriso e reagisce violentemente.

Per i genitori la vita di paese può unire o dividere. Il problema era un figlio che non sapeva stare con gli altri. Marco bloccava con le sue reazioni alle provocazioni la serenità in classe, dicevano. Una disabilità psichica è manipolabile dall’ambiente circostante: Se sei su una carrozzina pur nelle tue gravi difficoltà trovi la capacità di fare valere i tuoi diritti, hai la capacità dialettica, la protesta passa attraverso la parola. Sei, tutto sommato, più accettato. Ma se sei chiuso in te, se non puoi protestare la tua rabbia e il tuo dolore se non attraverso reazioni scomposte risulterai un pericolo, un individuo da isolare.

“Come genitori siamo sempre stati collaborativi con tutti. Incontravamo il pedagogista e i preside della scuola, la riunione dei Franca2genitori. Ma davanti a noi mostravano un atteggiamento comprensivo che, girate le spalle, si trasformava in lamentela per il disturbo di mio figlio in classe”.

Se manca franchezza, se manca confronto, ogni ipocrisia è più che inutile, è dannosa. “In un mondo di cattiva volontà i ballerini sono fermi” cantava Lou Reed.

“Quando mio figlio stava bene casa mia era un porto di mare. Quando mio figlio ha iniziato ad avere dei problemi tutto è cambiato. Ricordo che a un compleanno del condominio fu l’unico non invitato”. E qui interviene la saggezza di Franca: prende Marco senza che noti nulla e lo porta a fare una passeggiata affinché non veda la festa. Così ogni volta che scendeva per giocare. Attorno a lui si creava il vuoto, con buona pace dei genitori degli altri bambini.

Di nuovo l’iniziativa di Franca si rivela fondamentale, con una scelta difficile ma che prende in considerazione il problema del “dopo di noi”, del costruire una prospettiva di vita futura per il figlio “Ho cambiato casa per allontanarci dall’ipocrisia delle persone del paese. Sono andata vivere in campagna, con una casa da ricostruire con 20 anni di mutuo. È diventata la casa di Marco, con tanto di targa affissa fuori.” Qualcosa è cambiato anche nella società. “La cultura rispetto a 25 anni fa è per fortuna migliorata. C’è comunque ancora il pregiudizio. Ci lottiamo tutti i giorni, ma allora era un problema. Era un’epoca in cui il malato era chiuso in casa isolato. Se fossi rimasta in paese e avrei dovuto scontrarmi con rabbia e decisione.” Ma nella vita ci sono anche veri amici e Franca e Floriano li hanno trovati. “È come superare. Ma da qui inizia tutto il “traffico” della salute mentale. La farmacologia pesante sul corpo e la mente di un adolescente, le difficoltà dei professionisti e l’assistere inermi a una situazione che peggiora. Poi l’incontro tramite gli operatori con le realtà associative.

“Non mi sono mai data per vinta per dare una vita dignitosa a Marco. Siamo usciti da questo guscio di solitudine. Quello che noi vivevamo, questo malessere poteva essere una risorsa per fare evitare ad altri le difficoltà della nostra storia. Nel raccontare, raccontarsi e aiutare si sta bene.” Marco ora è rispettato, accolto serenamente per ciò che può fare e offrire.

Franca3“Gli anni passano, abbiamo fatto rete fra noi. Le associazioni sono una sollievo non solo per gli utenti ma anche per i genitori. La settimana è organizzata fra psicoterapia e percorsi riabilitativi in una cooperativa sociale. Quindi per i genitori l’impegno è quello di seguire gli orari del proprio figlio: dai tempi del risveglio la mattina, all’accompagnamento in cooperativa, nelle varie occupazioni e anche nei momenti di socializzazione. Che speriamo possano essere anche di tipo affettivo.” Adesso Marco è stabile, pur una disabilità al 100% con accompagnamento.

“Non perdo mai la speranza che le cose possano migliorare. E di campare molto. Cerchiamo di vivere pienamente il presente, giorno per giorno. Senza dimenticare la pianificazione del futuro ma vivere il presente vuole dire vivere la migliore la qualità della vita possibile.”

Una vita di difficoltà incrociate verso la quale c’è solo una risposta: andare avanti nonostante le circostanze, modificandole dove necessario. E in questo è stato fondamentale l'aiuto del progetto in rete delle famiglie "Fare insieme".

Il risultato che tu cerchi è alla fine della giornata il sorriso di Marco.”



 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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