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Come è facile ammalarsi e che fatica curarsi!

"Un vecchio signore mi disse: "i mali arrivano in carrozza e se ne vanno a piedi".

E così, di punto in bianco, mi sono trovato ammalato.

Dapprima problemi di attenzione, poi pensieri strani mi hanno portato via, via, a isolarmi sempre più. Non mi fidavo più di nessuno, avevo continuamente la sensazione di essere controllato ed ero a disagio in tutti i contesti: in particolar modo nello studio e nel lavoro.
In famiglia non hanno compreso la mia malattia non sapevano come aiutarmi così hanno preso vita divergenze di opinioni.


La ragazza che avevo si mise contro i miei genitori: pensava che la causa dei mali fossero loro. Mi trovai tra due forze opposte: i miei genitori e la mia ex.
Di amici della mia età non ne avevo: per studiare e lavorare li avevo persi tutti.
I compagni di studio che avevo non mi hanno capito e io non avevo capito loro: di qui ancora più smarrimento, solitudine e paura del futuro.
Sul lavoro mi hanno spostato da un reparto di maggior responsabilità ad uno minore che non mi permetteva di esprimere quanto avevo appreso dallo studio. Come se non bastasse ebbi dei battibecchi con i colleghi. La morsa si faceva sempre più restringente. Mille e più paure di aver traumatizzato una bambina per non averla redarguita adeguatamente durante il tirocinio nei "nidi".
Ma ciò non bastava: mi rubarono la macchina comprata a rate. Ritrovata l'auto un camion mi tampona e non ne voleva sapere di darmi ragione. Pazienza.
Alla "dieci colli", 130 Km di gara in bicicletta, finisco stremato e in ritardo rispetto a quelle che erano le mie aspettative. Ero veramente a terra, non riuscivo più ad orientare lo sguardo, la depressione mi portava guardare verso il basso. Questo mio atteggiamento corporeo mi fece temere di perdere il posto a scuola e sul lavoro perché inadatto alla professione. Scuola in cui avevo investito tutto me medesimo, i pochi soldi che avevo, tutto il tempo libero, tutto l'amore per la professione.
L'infarto a mio padre. Scoppio sul lavoro. Piangevo e alcuni colleghi ridevano della mia condizione. Cosa fare, a chi chiedere aiuto, non sapevo che fare, non potevo gridare. Dio mio! Per fortuna un medico che di lì passava mi diede due numeri telefonici di psicologi.
Lì cominciava la mia terapia: era il settembre del 1996.

 

Zorro

 



 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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