• Home
  • documenti
  • Articoli
  • I servizi di salute mentale tra disuguaglianze, esclusione, narrazioni fuorvianti

I servizi di salute mentale tra disuguaglianze, esclusione, narrazioni fuorvianti

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni

Quando, dal sud, il treno decelera in vista della stazione di Bologna, corre parallelo alle strade della città. E la città ci mostra le sue fabbriche, le case popolari, i capannoni abbandonati, le tag e i murales di artisti notturni. In mezzo a questo paesaggio di periferia compare per un attimo una macchia di colore. È la sede di Camere d’Aria, luogo di promozione culturale frequentato soprattutto da giovani, ma coordinato dall’esperienza di Lydia Buchner, animatrice di tante iniziative popolari e inclusive che resistono alla istituzionalizzazione non solo della cultura ma anche del divertimento.

 

foto banda roncati camere daria

           Il concerto della Banda Roncati che ha preceduto l'incontro

Qui a Camere d’Aria, per iniziativa di Silvia Napoli del Collettivo Amalia, in occasione della Giornata mondiale della salute mentale 2026 si sono riuniti esperti per esperienza, familiari, operatori e due sociologi per ragionare sui servizi di salute mentale dopo la morte di Abderrahim Fakir, avvenuta il 19 luglio al Pilastro durante un intervento di polizia. Le cittadine e i cittadini, riuniti in cerchio, hanno espresso le loro opinioni basate sulle proprie esperienze di ricercatori, di caregiver, di utenti. Dal cerchio sono arrivate richieste precise: una gestione delle crisi psichiche che non venga lasciata all'ordine pubblico, un trattamento sanitario obbligatorio (Tso) più trasparente e umano, il riconoscimento degli esperti in supporto tra pari (Esp) e una partecipazione che includa chi oggi resta fuori dai servizi, a partire dalle persone migranti e razzializzate.

“Una salute mentale off”, l'ha definita Silvia Napoli, che ha ideato e condotto la serata di venerdì 9 ottobre 2026: fuori dagli spazi deputati e in parallelo alle iniziative del mese dedicato alla salute mentale, che in città e in regione si susseguono “a livello un po' bulimico”.

Silvia Napoli, esperta per esperienza familiare, ha posto la premessa dell'incontro: quando si parla di salute mentale “dovrebbero sempre essere presenti nel dibattito persone che ne hanno contezza, e non solo dal punto di vista terapeutico, accademico perché gli iperspecialismi, le settorializzazioni e l'organizzazione piramidale, specialmente in sanità, stanno mostrando la corda”.

Riguardo alla morte di Fakir, Silvia Napoli ha posto domande che riguardano i servizi. A giugno Fakir si era rivolto al pronto soccorso dell'Ospedale Maggiore per un problema psichiatrico, era stato inviato al Centro di salute mentale e aveva un secondo appuntamento fissato per i primi di agosto. “Era domenica - ha ricordato Silvia, e “la domenica tutti i Csm sono chiusi”. Da qui il dubbio che si possa parlare di territorializzazione della salute mentale “se non hai presidi, oppure non hai personale formato per andare a domicilio, per esempio nel momento di una crisi”.

Marie-Françoise Delatour, referente del progetto Passaporta per le associazioni del Cufo, ha portato la sua storia di madre: il figlio, quando si è ammalato, “ha perso la casa, ha perso il lavoro, ha perso tutto” ed è tornato a vivere con i genitori. Il progetto Passaporta ha riunito persone che hanno vissuto uno o più Tso, “qualcuno ne ha subiti 14”, per raccontare non i fatti ma il vissuto: l'ingresso, l'informazione, la contenzione fisica e chimica, il rapporto con gli operatori, il ritorno sul territorio, che spesso “non è stato oggetto di nessuna regia”. Alcuni, ha riferito, non sapevano nemmeno che esistessero i servizi territoriali. Le testimonianze sono state raccolte in un report, e la reazione di una parte degli operatori l'ha sorpresa: “Si sono offesi, dicendo: ci avete fatto fare una brutta figura”.

Il dato inatteso riguarda la contenzione. “Chi ha avuto entrambe le contenzioni ha detto: quella meccanica è un brutto ricordo, ma non abbiamo avuto sequele. Il vero problema è la contenzione chimica, che lascia sequele per tutta la vita”. E ancora: “Quello che è importante per i pazienti non è quello che è importante per chi li cura, e nessuno chiede ai pazienti che cosa è importante per loro”. Le proposte raccolte, ha sottolineato, si possono attuare “praticamente a costo zero”, e qualcosa si muove: negli Spdc operatori e medici hanno iniziato a lavorare in piccoli gruppi misti, “quattro operatori, tre utenti, un familiare”, sulle proposte dei pazienti. Restano però luoghi “dove i medici non parlano con il paziente, parlano soltanto con i genitori”. E c’è anche lo stigma che colpisce chi lavora in psichiatria: “Bisogna ridare dignità a tutti”. Dal cerchio è arrivata una sintesi: “L'utente al centro è dichiarato ovunque, ma non è mai seguito praticamente”.

Giovanni, utente, ha rivendicato il punto di vista di chi la sofferenza la vive in prima persona: “Io non ne parlo, la incarno”. Ha contestato la marginalità della voce degli utenti, “tutte le volte l'utente viene per ultimo”, e la tendenza a inseguire “nuovi protocolli, nuove pubblicazioni”. Della morte di Fakir ha parlato come dell'incontro con “persone che non hanno capito cosa stavano vedendo”, ma per lui non si tratta solo di formazione. Ha respinto l'immagine dell'utente fragile e passivo: esiste, ha detto, “una parte nera che è aggressiva, che va controllata”, e “negarla o farmacologizzarla” non serve. Ha chiesto più spazio per gli Esp e criticato i tirocini a basso compenso, “ci danno 200 euro al mese. Basta con questi tirocini ripetuti all'infinito”.

Nel secondo intervento ha raccontato di essere uscito dall'ultimo ricovero dopo aver accettato una terapia depot che ha vissuto come imposta (“questo è un ricatto”) e ha indicato ciò che più pesa nella relazione di cura: la somministrazione poco trasparente dei farmaci e il silenzio degli operatori. Pur dichiarandosi contrario alla contenzione, “né farmacologica né meccanica”, ha riconosciuto che in certi casi una persona va fermata “perché sta facendo del danno a sé o a qualcun altro”. Conta il modo, ha spiegato, ricordando Tso eseguiti con un'attenzione incredibile: “È una questione di vocazione, è una questione di ruolo”.

Monica, Esp con quattro anni di esperienza nel Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, ha chiarito che il supporto tra pari “non è sovrapponibile” ai ruoli sanitari di diagnosi, cura e riabilitazione: l'Esp mette a disposizione il sapere maturato attraverso il proprio percorso di recovery. Il nodo è la formazione: i percorsi regionali sono molti e diversi, e manca un riconoscimento comune. Monica ha poi sollevato tre rilievi sul nuovo corso universitario per facilitatori dei Recovery College, che a Bologna sono promossi da Azienda Usl, Università, Comune e Città metropolitana: un costo di 1.000 euro, difficile da sostenere per chi spesso non lavora; requisiti di titolo di studio come la laurea; il mancato coinvolgimento degli Esp nella coprogettazione, “contrario al principio stesso del Recovery College, perché il Recovery College è coproduzione”. Ne ha chiesto conto ai vertici dell'Ausl e attende una risposta.

Infine il disagio in strada: con un Esp, ha detto, “casi come quello di Fakir” sarebbero stati gestiti diversamente. Giuseppe Jalacqua, sociologo e assistente sociale, per alcuni anni coordinatore della riduzione del danno a Bologna, ha invitato a non ridurre la vicenda al Pilastro, quartiere che “è molto di più” di come è stato raccontato, e a spostare la domanda. Nel dibattito, ha osservato, ci si è chiesti se con uno psichiatra sulla volante o sull'ambulanza le cose sarebbero andate diversamente; ma le sperimentazioni di psichiatria di strada a Bologna, a suo dire, non hanno dato risultati, e anche la formazione delle forze di polizia ha prodotto esiti “non proprio apprezzabili”. Per Jalacqua “la cura non è il luogo della guarigione”, ma il luogo in cui “costruiamo delle relazioni umane che facilitano la convivenza”: “Se noi ci allontaniamo dall'idea che le persone vanno guarite e ci avviciniamo invece all'idea che le nostre società vanno ricostruite, allora invertiamo un po' l'ordine del discorso”. Psichiatria e servizio sociale, ha aggiunto, hanno in comune il fatto che non è previsto che le persone di cui si occupano prendano la parola, come accade in carcere, in ospedale e nei servizi sociali. Il punto non è chiedere “che ognuno faccia bene il proprio lavoro, ma che il proprio lavoro faccia bene a ognuno”, attraverso una soggettivazione politica da non confondere con “l'empowerment e l'individualità”.

Federico Chicchi, sociologo dell'Università di Bologna, ha raccontato di aver aperto nel suo dipartimento un laboratorio su neoliberalismo e salute mentale, frequentato soprattutto da psichiatri e psicologi in formazione in cerca di strumenti che i percorsi istituzionali, “prevalentemente farmacologici, prevalentemente medicalizzanti”, non offrono. Ha descritto un paradosso: la sofferenza è sempre singolare, “non esiste lo schizofrenico, esiste il modo in cui ciascuno di noi sta dentro la sua questione”, ma non è mai del tutto individuale, perché legata alle condizioni sociali, culturali e di territorio. La razzializzazione lo rende evidente: il percorso di una persona razzializzata nei servizi è diverso da quello di un bianco nato a Bologna. Chicchi ha richiamato Frantz Fanon, psichiatra nato in Martinica, per il quale la dimensione psichica non si separa mai da quella sociale. Ha criticato la frammentazione dei servizi, separati per organizzazione e per logiche di sapere, e le risposte securitarie, che a suo giudizio producono “dei danni gravissimi alle comunità. Dobbiamo iniziare veramente collettivamente a discutere di cosa vuol dire coprogettare un servizio territoriale”.

In chiusura, una partecipante ha riportato il discorso sui diritti e sulla comunità: i diritti “riguardano tutti”, non solo chi vive una condizione di svantaggio, e “la comunità viene prima del welfare e non si forma col welfare, la comunità si forma con pratiche”. Silvia Napoli ha ripreso il filo della pratica basagliana: il punto di vista degli ultimi deve diventare “una lente con la quale vedere tutto il resto, perché il diritto dell'ultimo garantisce il diritto di tutti”.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

Scorciatoie

Sogni&Bisogni

Associazione Cercare Oltre

presso Istituzione Giancarlo Minguzzi
Via Sant'Isaia, 90
40123 Bologna
Codice Fiscale: 91345260375
email: redazione@sogniebisogni.it

Privacy&Cookies

Privacy Policy Cookie Policy