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PassaPorta, i volontari che restituiscono una dimensione umana agli Spdc

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni

Il progetto PassaPorta è finalizzato all'umanizzazione della degenza nei reparti psichiatrici dell'Ausl di Bologna ed è promosso dal Dipartimento di salute mentale in collaborazione con le associazioni di familiari e volontari del Cufo. Ne parliamo con Maria Parracino, l’attivissima volontaria dell’Associazione Cristina Gavioli, che per il progetto cura il servizio di distribuzione di vestiti e biancheria intima per gli ospiti degli SPDC, che spesso sono senza una rete sociale e familiare che possa aiutarli nel ricambio di abiti puliti.

magazzino passaportaGrande
L'iniziativa affonda le radici in una sollecitazione diretta delle istituzioni sanitarie, nata dalla consapevolezza che la cura medica non può prescindere dal decoro e dalla socializzazione. Maria Parracino ricorda come il progetto Passaporta sia nato “in realtà da una richiesta del Dipartimento di Salute Mentale in collaborazione con noi associazioni”. Parracino rievoca l’avvio del dialogo con gli operatori durante la strutturazione dei recovery college: “Ricordo che presso l'area del Lumière si tenne un incontro che vedeva i dirigenti degli SPDC territoriali dell'area metropolitana che chiedevano letteralmente, e non si erano ancora confrontati allora, se era possibile una partecipazione delle associazioni in quelle che erano le loro difficoltà di riuscire anche a restituire una dimensione umana a una struttura che chiaramente come compito principale ha la tutela della salute delle persone". Da quell’appello è nata una rete che oggi vede come capofila l'associazione Cercare Oltre di Marie-Françoise Delatour, insieme all'associazione Cristina Gavioli e ad Aldo Raffaelli di Non andremo mai in TV.

Oggi PassaPorta opera attivamente presso l'SPDC di San Giovanni in Persiceto, il Malpighi, l'Arcipelago e la Casa degli Svizzeri, mentre per il reparto Ottonello si attende la risoluzione di problematiche organizzative interne. Il nome stesso del progetto evoca un cambiamento di paradigma rispetto al passato: “PassaPorta perché un tempo nei manicomi non si entrava e raramente si poteva uscire; oggi questa porta la vogliamo varcare noi, entrando e provando a portare all'esterno le persone che vivono un periodo difficile di salute personale”. L'intervento non si limita alla fornitura di abiti, ma si estende a pratiche di benessere. Al Malpighi, ad esempio, “c'è un percorso di yoga e sono stati fatti dei murales”, e si progetta la riqualificazione del giardino perché “è veramente un peccato non poterlo sfruttare per una persona ricoverata in questa struttura, e d'inverno c'è solo la possibilità di stare fuori a fumare qualche sigaretta”. I volontari si occupano inoltre di accompagnare i pazienti “a lavare la biancheria in una lavanderia automatica, andare a fare delle commissioni o andare in posta”.

La logistica del vestiario è gestita con una cura estrema – fra un’attenta selezione, pulizia e aggiustamenti – per rispondere a bisogni primari che spesso rimangono insoddisfatti: “Molte persone che hanno disturbi molto spesso non sono integrate completamente nella società e nel lavoro, quindi hanno grosse difficoltà a risolvere i problemi primari come quello del vestirsi”. Maria Parracino spiega che l'idea di raccogliere abiti è nata perché “molte persone non hanno un familiare che ritiri l'abbigliamento sporco e lo riporti pulito”. La selezione è meticolosa, cercando “la maglia comoda o la cosa anche elegante, cose portabili dentro alle strutture ma anche fuori, affinché queste persone, quando usciranno, potranno godere di questi abiti che gli vengono dati”.

Per quanto riguarda l'intimo, la scelta è tassativa sul nuovo: “Sono andata da Decathlon, mi sono presa una settimana e ho battuto Bologna dappertutto pur di recuperare anche abbigliamento nuovo soprattutto nell'intimo, perché l'intimo anche quando lo troviamo usato non si può portare, dobbiamo avere l'occhio e l'attenzione per la dignità di ognuno di noi”. Grazie alla collaborazione con la catena Kiabi, il progetto riceve abbigliamento nuovo fallato: “Ci donano ogni due mesi abbigliamento nuovo con qualche piccolo difetto che io vado a ritirare, porto a casa, cucio e porto al nostro “magazzino” presso la Casa di Tina”. 

Sul fronte economico, il progetto ha beneficiato di “cinquecento euro una tantum messi a disposizione dal Dipartimento di Salute Mentale” e della vincita di un bando Coop di pari importo. Tuttavia, il valore aggiunto resta l'ascolto: “Quando siamo da loro ci mettiamo in ascolto, hanno bisogno di sentirsi accolti, non giudicati, e la cosa che a me personalmente piace sempre mettere davanti a tutto è che siamo uguali, siamo persone”.

Per il futuro, l'obiettivo è “esternalizzare questa cosa a tutte le persone che abbiano voglia di attingere a questo patrimonio vestiario”, trasformando PassaPorta in un legame che prosegua dopo le dimissioni attraverso “una conoscenza e un'amicizia che nascono anche da questo supporto”.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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